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Coltelli a scuola

Ogni mattina non entrano nei nostri Istituti scolastici dei giovani alieni. Portano culture e sub-culture derivanti dalle famiglie, dai mezzi di comunicazione, dai social. E, comunque, anche a scuola valgono le leggi della Repubblica. Se un ragazzo le vìola, appartiene al lavoro educativo tanto prevenire quanto punire

Educare o reprimere, perdonare o punire, metal detector o no? Sono i dilemmi che attraversano in questi giorni il mondo della scuola. La causa immediata di questo dibattito, che sta già
collocando su fronti opposti la scuola e la politica, sono i recenti episodi di violenza accaduti dentro o nei dintorni di alcuni istituti scolastici, che hanno avuto come esito ferimenti gravi e l’omicidio di La Spezia. Il Ministro dell’Istruzione e il Ministro dell’Interno hanno firmato una Circolare congiunta, che consente alle scuole italiane di richiedere l’uso di metal detector agli ingressi degli edifici scolastici in presenza di situazioni di rischio, come episodi di violenza, spaccio di sostanze o bullismo reiterato.

Essa prevede che l’adozione dei metal detector avvenga solo su richiesta formale dei Dirigenti scolastici e di concerto con Prefetture e Questure. Si tratta dell’uso di dispositivi portatili di controllo, che sono da tempo gestiti dalle Forze dell’ordine nei concerti e negli eventi pubblici. I Prefetti dovranno valutare, sentiti i “Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica”, se e quando attivare controlli mirati, che, in ogni caso, restano esclusivamente in carico alle Forze dell’ordine. Hanno reagito negativamente gruppi di insegnanti, di dirigenti, molti pedagogisti e Amministratori locali, perché temono che la Scuola snaturi la propria funzione, cessi di essere un’isola di fiducia e di tranquillità.

Al netto dell’uso politico-politicante della questione, così che il merito viene sempre malinconicamente messo tra parentesi per tentare la costruzione di opposte rendite elettorali, è necessario qui andare a vedere quali ideologie, culture, categorie stiano dietro alle prese pubbliche di posizione, in primo luogo del personale scolastico, dei politici, degli opinionisti. Qual è il rapporto tra la scuola e la società civile circostante? È un puro mito che la Scuola sia un mondo a parte, che è necessario tenere al riparo dalle mischie del mondo. Non è mai stata “a parte”. Da quando è stata fondata la Scuola pubblica, a partire da Federico II di Prussia, passando per la Rivoluzione francese, fino alla Legge Casati del 1859, la scuola è sempre stata progettata e realizzata come un passaggio fondamentale per la costruzione dello Stato-nazione.

La sua missione fu quella di preparare cittadini per lo Stato, capaci di svolgere funzioni socio-professionali e civili e di comprendere gli ordini sul campo di battaglia. Il Fascismo ha costruito con Giovanni Gentile l’infrastruttura ordinamentale e didattica di questa missione.

Fu il ’68 a far saltare l’ideologia gentiliana della Scuola-nazione per rimpiazzarla con un’altra. In due modi: rimproverando alla scuola gentiliana di essersi rinchiusa in una torre d’avorio la scuola e
tentando di fare della Scuola una retrovia per un cambiamento sociale radicale. Nelle intenzioni di quegli anni la scuola diventava un’avanguardia sociale, più la Scuola che la Fabbrica.

Conclusione: a parte gli anni dal 1945 al 1968, la Scuola è sempre stata fortemente connessa con la società, ne ha rispecchiato e talora anticipato dinamiche. Che in questi anni i cambiamenti culturali e sociali che avvengono fuori dalle mura scolastiche si rovescino anche all’interno è normale. Semmai, ed è questo il punto, si tratta di interrogarsi, da parte degli insegnanti, dei dirigenti, dei politici se questa Scuola, così com’è oggi – con i suoi Programmi, i suoi Ordinamenti, il suo Assetto istituzionale-amministrativo, il suo Personale, la sua cultura pedagogica – sia in grado di elaborare i mutamenti antropologici che arrivano a scuola sulle gambe di ragazzi giovanilmente inconsapevoli.

Ogni mattina non entrano nei nostri Istituti scolastici dei giovani alieni. Portano culture e sub-culture derivanti dalle famiglie, dai mezzi di comunicazione, dai social. E, comunque, anche a scuola valgono le leggi della Repubblica. Se un ragazzo le vìola, appartiene al lavoro educativo tanto prevenire quanto punire.


giovanni cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.

Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.