Il mestiere della musica
Francesco Chebat racconta la sua carriera e presenta il nuovo album dedicato a Chick Corea
Francesco Chebat racconta la sua carriera e presenta il nuovo album dedicato a Chick Corea. Non esistono prove documentate che Confucio abbia mai detto o scritto “scegli un lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno della tua vita”. Tale falso aforisma è apparso per la prima volta nel 1985 sulla rivista “Computerworld”, in un articolo a firma del giornalista Glenn Rifkin. Ben inteso, la citazione apocrifa non sminuisce di un’oncia il significato motivazionale della frase, e cioè che la passione e la dedizione restano il miglior carburante per qualsiasi impresa.
Ma questo non basta, soprattutto nel mercato del nuovo millennio, in cui ciò che funziona nel momento presente potrebbe essere obsoleto nell’immediato domani. Di questo e d’altro ancora abbiamo parlato con Francesco Chebat, astro nazionale del pianoforte, che ha da poco pubblicato il suo ultimo album, in trio con Riccardo Fioravanti al contrabbasso e Max Furian alla batteria, dal titolo “The Wand, Chick Corea and Beyond”, un disco dedicato al genio americano scomparso lo scorso 2021.

Come nasce il tuo amore per Chick Corea?
L’ho scoperto grazie a mio papà, quando avevo 12 anni. All’epoca andavamo abbastanza regolarmente al negozio di dischi di Lodi, dove abitavamo. Era un luogo di aggregazione dove si poteva parlare di musica e ascoltare moltissimi dischi. Un giorno mio papà tornò a casa con “Beneath the Mask”, un album dell’Elektric Band, fresco di uscita nel 1991. Sono rimasto folgorato: l’ho ascoltato talmente tanto che sapevo gli assoli a memoria. Negli anni a venire ho seguito il suo percorso, sia elettrico che
acustico, e maturando ho imparato ad apprezzare le composizioni e gli arrangiamenti che mi colpivano per la forte personalità e la riconoscibilità. Ci sono diversi suoi dischi che amo più di altri, soprattutto nel periodo a partire dal ‘91 in poi: uno in particolare che ancor oggi mi lascia a bocca aperta per la potenza dei brani è “Time Warp” in quartetto con Gary Novak, John Patitucci e Bob Berg.
Che ne pensi dei suoi vari “cambi di pelle”?
La carriera di Corea è stata così lunga che trovo abbastanza normale la sua smisurata lista di collaborazioni e riconoscimenti. Ritengo che il duo con Gary Burton sia il più riuscito: i due hanno molte caratteristiche musicali in comune, a partire dal senso del tempo. Le loro esibizioni e registrazioni sono sempre convincenti, di grande livello, senza smagliature. Tuttavia, rispetto ad altri artisti, ho sempre avuto l’impressione che Corea preferisse avere il controllo sulla direzione artistica dei vari lavori che realizzava. Per produrre il suo sound distintivo non possono, infatti, mancare alcuni fondamentali ingredienti: le composizioni adatte al contesto musicale, l’intesa ritmica con gli altri esecutori, e la cura dei suoni.
Cosa distingue Corea dagli altri pianisti suoi contemporanei?
Corea è prima di tutto un compositore, lo diceva lui stesso. E gli elementi di base per le sue composizioni – penso in particolare alle armonie che usava – non erano confinate nell’ambito del jazz, ma prese in prestito anche dalla musica classica della grande tradizione di Stravinsky, Bartok, Mozart e Scarlatti. Questo restituisce una tavolozza di suoni estesa e maggiormente evoluta rispetto a molti suoi colleghi. Anche le sue melodie mi colpiscono perché sono spesso geometriche, angolari ed hanno un carattere improvvisativo. Nel corso delle proprie lezioni, infatti, Corea spiegava l’importanza di avere un atteggiamento non giudicante nei confronti della musica, ma al contrario aperto a ciò che viene spontaneo quando ci si siede al pianoforte a comporre: questo approccio fa fluire la musica.
Hai avuto occasione di vederlo dal vivo?
Si, due volte, da ragazzo: i miei genitori mi hanno portato a vedere i live di “Beneath the Mask” e di “Paint the World”, entrambi con l’Elektric Band, al compianto teatro Smeraldo a Milano.
Come è nato The Wand, Chick Corea and Beyond?
Questo disco si è sviluppato nell’arco di diversi mesi di lavoro insieme a Riccardo Fioravanti e Maxx Furian, che con me condividono l’amore per Corea. Nelle nostre lunghe chiacchierate di musica, a un certo punto ci siamo detti che prima o poi avremmo dovuto realizzare un lavoro ispirato a lui. Non mi sono fatto sfuggire l’occasione, visto che desideravo avere un progetto così da molto tempo: era come un sogno nel cassetto. Così ho aperto il cassetto ed eccoci qui. Abbiamo iniziato a studiare insieme all’inizio del 2025, e per circa due domeniche al mese, da gennaio a giugno, ci siamo incontrati nel mio studio. Si suonava dalle 2 del pomeriggio alle 8 di sera, poi cena insieme e dibattito sulla musica. È stato un periodo magico che non potrò mai dimenticare, grazie soprattutto a Maxx e Riccardo. Ho imparato moltissimo sulla musica da entrambi.
Con quale criterio hai selezionato le cover di Corea da inserire del tuo disco?
Ho scelto alcuni brani dagli album che mi hanno colpito da ragazzino. Parlo dei pezzi dell’Elektric Band: volevo rendere questo lavoro unico, suonando brani meno frequentati, tentando di dare alle composizioni una veste personale all’interno del territorio del trio acustico. Inoltre abbiamo recuperato un pezzo dei Return to Forever, l’autentico jazz-rock, e anche un bellissimo brano da “Touchstones”, un disco ibrido, elettro-acustico potremmo dire, del 1981. A queste cover abbiamo infine accostato brani miei, scritti per omaggiare il Corea compositore, nei quali si può sentire la sua influenza.
Parlaci del tuo home studio.
Si chiama Clessidra Studio, è un piccolo spazio pensato per chi vuole realizzare una produzione acustica “live-in-studio” in un ambiente confortevole, rispettoso del suono individuale e senza spendere una fortuna. Martha J. (sua compagna di vita e di musica, N.d.A.) e io l’abbiamo sognato insieme per lungo tempo, in prima battuta per noi, per i nostri progetti e produzioni, ma non solo. Ad esempio, qui ho registrato le mie parti per l’ultimo disco del batterista Alfredo Golino, uscito da poco. Con Martha, Riccardo Fioravanti e Maxx Furian abbiamo inoltre registrato dei brani swing usciti lo scorso dicembre. Sempre di recente, in questo studio è stato registrato l’ultimo lavoro del trio di Marco Pasinetti, uscito nei mesi scorsi. Naturalmente non abbiamo intenzione di competere con i grossi studi, il nostro obiettivo è piuttosto quello di offrire una soluzione a chi vuole fissare su disco il proprio lavoro in modo semplice, sostenibile e con continuità.
Quale artista o band potrebbe essere la fonte di ispirazione per il tuo prossimo album?
Una bella domanda. Per il futuro mi piacerebbe produrre un po’ di musica originale, forse ancora con il trio acustico insieme a Riccardo e Maxx, ma chi lo sa, le idee sono moltissime! Nel frattempo sto collaborando ad un progetto a nome di Riccardo che uscirà a breve, dedicato al grande Franco Cerri, di cui quest’anno ricorre il centenario dalla nascita.
Com’è cambiato il pubblico jazz negli ultimi anni?
Innanzitutto, la gente non compra più i cd. Inoltre, se da un lato c’è troppa musica di massa in circolazione, dall’altro ho notato un progressivo calo dell’interesse da parte del pubblico, con una conseguente contrazione dei locali di live music. Nonostante ciò, il jazz rimane vivo e dinamico, perché ci sono persone che ancora apprezzano l’esibizione dal vivo, l’improvvisazione, persone che accettano il rischio di andare ad un concerto senza la certezza che gli piacerà, e questo non dipende dalla qualità della musica proposta, ma dal desiderio di stupore, ricerca e sperimentazione in cui anche l’ascoltatore ha il suo ruolo attivo. Forse la novità è che oggi gli appassionati di musica hanno imparato ad essere più esigenti.
Che consigli daresti a chi si approccia oggi al tuo mestiere?
A questa domanda vorrei rispondere con due pensieri. Il primo è che oggi più che mai abbiamo bisogno di artisti, visionari, persone capaci di trasmettere umanità e condividere la propria storia, la propria arte ad ogni livello e ad ogni età. Non è mai tardi per iniziare e non bisogna mai fermarsi. Il secondo pensiero è questo: negli ultimi tempi sto riflettendo spesso sul fatto che fare la musica e fare il musicista sono due cose distinte. Ho sempre speso la maggior parte dei miei sforzi per sviluppare la prima, convinto che il resto sarebbe venuto da sé, lo dice anche Schumann nelle sue “regole di vita musicale”. Negli anni, però, mi sono accorto di quanto questo passaggio non sia automatico. Chissà, forse ai tempi di Schumann era diverso. Oggi mi è molto chiaro che si tratta di abilità complementari: prima ne diventiamo consapevoli, prima le potremo sviluppare con intenzione e obiettività.


