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I ‘no’ non detti: il senso di colpa tra aspettative altrui e coerenza interna
Il senso di colpa nasce perché gli altri ci sono. Senza relazioni, non lo proveremmo affatto – accade tra le persone, tanto quanto accade dentro di noi
Quante volte, a fine giornata, ci ritroviamo con una sensazione difficile da nominare, eppure così familiare? È il corpo, spesso, a parlare per primo, prima ancora che la mente comprenda: un nodo allo stomaco, una tensione alle spalle, una stanchezza che non trova una spiegazione razionale. Ognuno la avverte a modo proprio, ma il passo successivo è quasi sempre lo stesso: la mente comincia a rimuginare. Il dubbio di non aver fatto abbastanza, di aver deluso qualcuno, o di aver pronunciato un “no” che ci fa star male, o forse semplicemente ci siamo concessi un momento per noi e subito dopo arriva quella voce interiore che ci ricorda che ci siamo presi troppo tempo.
Ma, per natura, tendiamo a ignorare quei segnali sottili che il corpo ci invia per avvertirci che la nostra mappa interiore ha bisogno di essere aggiornata, perché troppo impegnati, troppo immersi, troppo tutto. Infatti, se smettiamo di combatterlo e proviamo ad ascoltarlo, scopriamo che il senso di colpa non parla di errori, ma di identità; non è un nemico da zittire, ma una bussola che ci indica dove, dentro di noi, nasce un conflitto tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di “dover essere”.
Per noi psicologi costruttivisti, il senso di colpa non è una semplice emozione negativa che piove dal cielo, improvvisa ed inspiegabile, ma è frutto di sensazioni ed eventi che abbiamo vissuto. Come insegnava Vittorio Guidano, psichiatra e psicoterapeuta, padre della prospettiva post-razionalista, la nostra mente non è un computer che registra dati esterni, ma un sistema vivente e complesso che cerca costantemente di mantenere un senso di coerenza interna. Abbiamo bisogno di sentirci “sempre noi stessi” per riuscire a contrastare il peso e l’imprevidibilità esterna, degli eventi e degli altri.
Dove nasce il senso di colpa?
Il senso di colpa, in quest’ottica, scatta quando avvertiamo una discrepanza tra ciò che abbiamo fatto e la nostra coerenza interna: ognuno di noi ha un modo unico di dare senso alla realtà. C’è chi lo fa attraverso il controllo, chi attraverso la ricerca di approvazione, chi attraverso l’indipendenza. Se nella mia storia mi sono sempre percepito come “colui che è indispensabile”, il solo fatto di commettere una svista o di prendermi una pausa genera un terremoto interiore. La colpa è il tentativo della mente di “riportarci all’ordine”, punendoci per aver osato uscire dai binari, costruiti sulla base della nostra aspettativa e di quella altrui. Abbiamo bisogno di restare fedeli a un’immagine di noi stessi che, in alcuni casi, diventa limitante.
Questa discrepanza, quindi, per quanto faticosa da attraversare, non è un difetto da eliminare, bensì una reazione della mente che tenta di “riportarci al nostro posto”. E questa spiacevole sensazione nasce, prende vita e si mantiene nello spazio relazionale che creiamo con l’altro. Se non fossimo in relazione, il senso di colpa non esisterebbe.
Il senso di colpa nasce perché gli altri ci sono. Senza relazioni, non lo proveremmo affatto – accade tra le persone, tanto quanto accade dentro di noi.
Quando ci sentiamo in colpa, possiamo visualizzare un volto sullo sfondo: il capo, deluso perchè non ho portato a termine il lavoro nei tempi stabiliti; mio padre, che temo di aver ferito perché non mi sono presentato al pranzo della domenica; il partner, triste perché mi sono scordato il giorno dell’anniversario. Nessuno, alla luce dei fatti, ci rimprovera, ma avvertiamo comunque una sensazione spiacevole. La colpa non nasce da un danno oggettivo, ma dal timore di aver tradito un’aspettativa implicita, magari quella di “esserci sempre”.
Giovanni Liotti, psichiatra e psicoterapeuta, ci aiuta a capire il meccanismo: siamo biologicamente orientati alla cooperazione e alla cura reciproca. Quando il nostro “sistema di accudimento” si attiva, cioè quando percepiamo che qualcuno a cui teniamo ha bisogno, proviamo tenerezza, ma anche colpa se sentiamo di non aver fatto abbastanza. In questo scenario, “prendersi cura” si trasforma lentamente in “non potersi mai fermare”: più ci sforziamo di essere all’altezza, più ci perdiamo. Ci dimentichiamo che anche l’altro è un essere autonomo, capace di gestire le proprie emozioni. Così, ciò che era empatia diventa un debito infinito: un amore che consuma invece di nutrire. Il senso di colpa tante volte è correlato alla responsabilità: se un figlio non brilla o se un amico è insoddisfatto, è colpa mia. Questa forma di “altruismo” da un lato ci impedisce di vedere l’altro come un individuo autonomo, capace di gestire le proprie emozioni, dall’altro ci schiaccia sotto un carico di responsabilità che nasce e termina in noi.
Qual è il significato personale del senso di colpa?
Prima di capire come gestirlo, è necessario chiederci: cosa significa per me sentirmi in colpa? Per alcuni, la colpa è legata al timore di essere “cattivi” o non amabili; per altri, è legata al non essere stati all’altezza di uno standard di perfezione o al “non hai fatto abbastanza, quindi non vali abbastanza”. Quando la proviamo, chiediamoci: a cosa sto cercando di rimanere fedele? Se smettessi di sentirmi in colpa, chi diventerei? Forse una persona che non riconosco? Forse qualcuno di troppo lontano da me? Spesso preferiamo il dolore della colpa all’incertezza: la mente preferisce il dolore della coerenza alla fatica del cambiamento. È paradossale, ma se smettessi di sentirmi in colpa, forse dovrei rivedere l’idea che ho di me stesso e questo, spesso, fa più paura della colpa stessa.
Comprendere il significato alla base del senso di colpa non significa smettere di provarlo, diventare cinici o egoisti, ma ci permette di diventare più consapevoli e, quindi, di sviluppare delle strategie per gestirlo meglio.
1. Passiamo dalla colpa alla responsabilità: non “Devo farlo altrimenti sono una brutta persona”, ma “Voglio farlo perché è coerente con i miei valori attuali”. Questo passaggio dalla costrizione alla scelta trasforma la colpa in responsabilità.
2. Riconoscere l’autonomia dell’altro: L’altro ha il diritto di vivere le proprie fatiche senza che dobbiamo esserne la medicina, senza che dipenda da noi. Possiamo stare vicini a qualcuno senza annullarci nella sua sofferenza. Essere di supporto è diverso da essere indispensabili!
3. Abbracciare l’ambivalenza: Siamo sistemi complessi. Possiamo essere persone profondamente buone e, contemporaneamente, dire un “no” che delude qualcuno. Queste due verità possono convivere.
Chiediamoci cosa protegge, quella colpa che sentiamo. Forse, non è un segnale di allarme per un danno commesso, ma l’invito della mente a esplorare una nuova strada. Inevitabilmente la crescita richiede di abbandonare vecchie certezze per fare spazio a nuove possibilità.
Dott.ssa Michela Berta
Psicologa ad orientamento cognitivo-costruttivista
Master in Sessuologia clinica e Consulenza di coppia
Master in Psicotraumatologia clinica
Bibliografia
Guidano, (1988). La complessità del sé. Bollati Boringhieri, Torino.
Guidano, (1992). Il sé nel suo divenire. Bollati Boringhieri, Torino.
Liotti, G. (2001). La dimensione intersoggettiva della coscienza. Raffaello Cortina Editore, Milano.


