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“Siamo oggettivamente molto bravi”: Gianluigi Trovesi e il suo Quartetto Orobico a Bergamo, un trionfo

La leggenda vivente del jazz infiamma il Druso insieme a Paolo Manzolini alla chitarra, Marco Esposito al basso e Matteo Milesi alla batteria

Sono le sei di sera quando un arzillo signore sale sul palco del Druso e, per novanta minuti, ferma il tempo. Il suo nome è Gianluigi Trovesi: suona clarinetto e sax per passione e, di mestiere, fa la leggenda vivente del jazz. Con lui tre campioni assoluti: Paolo Manzolini alla chitarra, Marco Esposito al basso e Matteo Milesi alla batteria. Insieme si fanno chiamare Quartetto Orobico, e fanno scintille. Lui parla molto, si prende in giro, e la gente apprezza.

“Chiedo scusa agli dèi del jazz”, così esordisce, e si lancia in uno standard degli anni Venti, Sweet Georgia Brown. Scaldata la band, si parte con i pezzi originali, in un susseguirsi di stili, suggestioni e latitudini: dal Sahara ai Caraibi, dal Gargano a Berlino, dal blues contaminato alla serenata sotto casa pagata con polenta e coniglio. Nessuno come lui incarna la tradizione popolare e l’afflato internazionale, le radici contadine e la contemporaneità di chi vuole stare al passo coi tempi, seguendo però il proprio respiro.

Trovesi Druso

Un’altra magia è quella che avviene sotto il palco, tra il pubblico, dove, tra una risata e un applauso, tra un “Bravi” e uno “Yeah”, nessuno ha intenzione di vivere passivamente questo concerto. Ed è una cosa strana, a pensarci, perché il jazz, spesso e volentieri, è un genere che richiede — o addirittura pretende — attenzione, silenzio, concentrazione; applausi sì, ma tutti assieme, per carità, se no l’artista si alza e se ne va.

Ecco, qui è il contrario. La gente applaude prima, durante e dopo. Poi ride, risponde, parlotta. Ma è viva, evviva! Merito del leader, certo, ma anche dei suoi comprimari: il trio, come li chiama Trovesi, come se esistessero al di fuori e al di sopra di lui. A volte si ferma, smette di suonare e va al microfono per esprimere il suo godimento. “Mi è venuta la pelle d’oca”, esclama a un certo punto, e ancora: “Un applauso a loro, che sono molto bravi, e a me che gli sto dietro”.

Gli si vuole bene. E in un baleno è già tutto finito. O quasi. Tempo dell’ultimo pezzo, di nuovo uno standard: Le mille bolle blu, con una promessa di longevità: “Se mi invitano tra dieci anni, vengo a suonare gratis”. Non ci resta che il bis: una splendida versione di In Your Own Sweet Way di Dave Brubeck, scelta perché “Quando la sentivo suonare a Miles Davis e John Coltrane mi venivano giù i goccioloni. Allora noi la faremo ancora più triste, così non avrete il coraggio di chiederne un’altra”. Non è roba di tutti i giorni assistere alla storia.