Milano-Cortina 2026, i Giochi alla prova della sostenibilità
Dalle infrastrutture diffuse all’eredità per i territori, dal cambiamento climatico alla parità di genere: il sociologo Paolo Corvo racconta luci e ombre delle Olimpiadi e Paraolimpiadi invernali, tra grandi promesse e la necessità di andare oltre l’evento
Le Olimpiadi e Paraolimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 non sono solo un grande evento sportivo, ma un banco di prova per il futuro dei territori coinvolti, otto centri urbani e montani distribuiti in tre regioni, e per l’intero Paese. Le Olimpiadi si terranno dal 6 al 22 febbraio con oltre 3.500 atleti provenienti da più di 90 Paesi, le Paraolimpiadi dal 6 al 15 marzo con circa 700
atleti da una cinquantina di Paesi, mentre milioni di spettatori seguiranno le gare sia in presenza sia, in tutto il mondo, attraverso i media.
Il libro “Dentro le Olimpiadi e le Paraolimpiadi. Milano-Cortina 2026” (Mimesis, pagine 180, euro 17,10) curato dal sociologo bergamasco Paolo Corvo, docente di sociologia del turismo presso l’Università di Pollenzo, accompagna il lettore dietro le quinte dei Giochi con una raccolta di dieci saggi di quindici autori, sociologi dello sport, giornalisti, specialisti di turismo e ospitalità, per raccontare scelte, sfide e prospettive di Milano-Cortina 2026. I Giochi, come Diana Bianchedi evidenzia nella prefazione, sono fondati sulla nuova visione del Comitato Olimpico Internazionale, basata sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica, valorizzando le infrastrutture esistenti, riducendo i costi e i rischi, mettendo al centro le persone, con l’obiettivo di lasciare benefici duraturi alle comunità locali. Resta da vedere quanto di tutto questo sarà realizzato. Ne parliamo con Paolo Corvo, che presenterà il libro il 3 febbraio (ore 18,30) alla Ubik in via Borgo Santa Caterina, 19/C in città.
Com’è nato il libro di cui è curatore? Chi sono gli autori dei saggi? In che misura emerge la sostenibilità come bussola delle Olimpiadi?
«È stata una mia idea, anche come membro del Consiglio scientifico della sezione di Sociologia dello sport dell’Associazione italiana di sociologia, quella di scrivere un testo divulgativo su un tema di grande attualità per avere uno spettro di lettori più ampio rispetto alle pubblicazioni accademiche tradizionali. Un libro “pop”, per usare un termine oggi molto in voga. Tra gli autori ci sono colleghi sociologi come Luca Bifulco dell’Università di Napoli e Paolo Diana dell’Università di Salerno, esperti come Andrea Pieroni, etnobotanico e grande appassionato di sci, Max Vergani, responsabile di stampa e comunicazione della Fisi, Diana Bianchedi, dirigente sportiva ed ex schermitrice, campionessa olimpica di fioretto. La sostenibilità emerge come bussola, ma è un tema complesso. Un aspetto importante è la dislocazione delle gare in più luoghi, per non accentrare tutto in un’unica area: è interessante perché riduce la pressione su un solo territorio. Poi bisognerà vedere se dopo le Olimpiadi le strutture realizzate saranno utilizzate o rischieranno di diventare cattedrali nel deserto».
Molti osservatori hanno sollevato dubbi. Dove finisce la sostenibilità dichiarata e dove iniziano le contraddizioni reali dei Giochi?
«È inevitabile che questi discorsi siano controversi. Gli organizzatori sostengono che tutto sia stato rispettato a livello di norme, regole e impatto ambientale. La vera questione è se questo
porterà benefici e sviluppo locale nel tempo. Il punto centrale è che quanto è costruito deve essere utilizzabile dagli abitanti anche dopo le Olimpiadi. Solo così si comprende il senso della realizzazione di nuovi impianti. Altrimenti si esce da una dimensione scientifica e si scade in una polemica pro o contro che spesso diventa banale. In realtà, dei Giochi finora si è parlato poco: da un lato siamo travolti da ben altre urgenze, dall’altro c’è un approccio molto provinciale che ci fa perdere di vista la dimensione globale dell’evento».
A suo giudizio quali sono i punti di forza e quali le maggiori criticità?
«Tra i punti di forza, oltre alla dislocazione delle gare, l’attenzione all’economia circolare: la gestione e il riutilizzo degli scarti, anche quelli legati alla ristorazione; l’idea è che qualunque tipo di rifiuto sia in qualche modo recuperato. La criticità maggiore è la scarsità di informazioni: sembra quasi tutto un po’ misterioso. Anche a Milano, al di là del padiglione di gadget in piazza Duomo, non ho percepito il senso dell’attesa del grande evento. Mi riferiscono che, invece, in Asia se ne sta parlando moltissimo, per esempio a Hong Kong. Alla fine credo che quando si passerà dalle Olimpiadi chiacchierate a quelle vissute prevarrà lo sport con atleti da tutto il mondo. Il rischio è che restino sullo sfondo temi fondamentali come quelli affrontati nel libro: volontariato, Paraolimpiadi, pace, parità di genere, inclusione».
Il futuro della neve, come ricorda nel libro il saggio di Andrea Pieroni, subisce e subirà sempre più gli effetti del cambiamento climatico di origine antropica. Qual è il futuro degli sport sulla neve?
«È una sfida evidente. È probabile che in futuro i Giochi invernali si spostino sempre più a nord, anche se l’aumento delle temperature riguarderà comunque tutti. Da anni le località sciistiche si pongono il problema: in alcuni casi si stanno studiando modelli diversi di accoglienza turistica. Sono studi di fattibilità: è chiaro che alcune attività dovranno cambiare. Nel tempo si vedrà se la capacità di adattarsi non si limiterà a una risposta emergenziale basata sull’innevamento artificiale, con i conseguenti consumi di acqua e di energia».
Si è riservato il saggio sull’hockey su ghiaccio, uno sport, avverte, dove sono in gioco in modo particolare la grande questione della sostenibilità e la dimensione comunitaria.
«Sono molto affezionato all’hockey, scoperto da ragazzo alla Tv svizzera: l’espulsione a tempo con il “powerplay” è tatticamente molto interessante. Questo sport ha una dimensione comunitaria fortissima nelle piccole realtà di montagna. Penso all’esperienza ticinese di Ambrì-Piotta, due villaggi minuscoli con una squadra in serie A e un palazzetto che accoglie più persone degli abitanti
stessi. L’hockey rappresenta identità, appartenenza, senso di comunità. È anche uno sport che si è reso conto dell’importanza della sostenibilità, compiendo molti passi, a livello internazionale,
per migliorare la sicurezza del gioco e per ridurre l’impatto ambientale, limitando sprechi ed emissioni».
Diversità, equità, inclusione sono al centro dei Giochi in una fase storica in cui, come la sostenibilità, sono pesantemente sotto attacco negli Usa di Donald Trump. Che conseguenze prevede?
«Non credo che ci saranno conseguenze dirette sui Giochi. Il tema della parità di genere è ormai molto sentito e alle Olimpiadi procede comunque. I passi avanti sono evidenti: sport che prima non avevano competizioni femminili ora le hanno, compreso l’hockey su ghiaccio. L’inclusione è un tema più generale: spero che le Olimpiadi restino un’oasi di serenità. I conflitti geopolitici esistono, ma lo sport può ancora mandare un messaggio positivo».
Lo sport è entrato nella Costituzione italiana, che ne riconosce ora “il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico”. Come si connette questo riconoscimento con le scelte concrete compiute per i Giochi?
«Secondo me sarebbe ancora più importante che questo riconoscimento si traducesse nella pratica sportiva quotidiana: scuole, impianti, accesso allo sport. Nel caso delle Olimpiadi parliamo soprattutto di finanziamenti legati a un grande evento internazionale: importanti, ma sono su un piano diverso. Il valore educativo e sociale dello sport si vedrà davvero se questo slancio sarà mantenuto nel tempo. Nelle università è sempre più studiato in vari corsi di laurea. Lo sport, in un Paese che invecchia, è destinato a diventare sempre più centrale, non solo come agonismo ma come attività fisica. Da questo punto di vista le Olimpiadi possono essere un volano, se sapremo andare oltre l’evento».


