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Marty Mauser ha pochi soldi in tasca, un’irrefrenabile mania per il ping pong e la certezza di essere destinato alla grandezza. Dalla New York degli anni Cinquanta, insegue i suoi sogni senza mai fermarsi fra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria

Titolo: Marty Supreme
Titolo originale: Marty Supreme
Regia: Josh Safdie
Paese di produzione / anno / durata: Stati Uniti /2025 / 149 min.
Sceneggiatura: Josh Safdie, Ronald Bronstein, Shadmehr Rastin
Fotografia: Darius Khondji
Montaggio: Ronald Bronstein, Josh Safdie
Suono: Daniel Lopatin
Cast: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Fran Drescher, Odessa A’zion, Sandra Bernhard, Abel Ferrara, Penn Jillette, Spenser Granese, Tyler the Creator, Kevin O’Leary
Produzione: A24
Distribuzione: I Wonder Pictures
Programmazione: Auditorium CULT! Bergamo, Notorious Cinemas Curno, UCI Cinemas Orio, Garden Clusone, Starplex Romano di Lombardia, Arcadia Stezzano, Treviglio Anteo spazioCinema


Una corsa che consuma la vita, che nell’esistere trova il suo motore e scopo. Un moto irrefrenabile, sia narrativo sia tecnico, è ciò che muove “Marty Supreme”, film di Josh Safdie, al cinema dal 22 gennaio.

Un moto ossessivo che prevede impegno e determinazione nel perseguire il proprio obiettivo, un’esigenza anche fisica in cui la sconfitta non è contemplata. In questo, Josh Safdie torna a “Good Time” e “Diamanti grezzi”, girati insieme al fratello Benny, anche lui poi regista di un film (“The Smashing Machine”) dove la sconfitta si fa avversario al quale è impossibile arrendersi.

Una sconfitta che diventa idea fissa (di rivincita) per Marty Mauser (Timothée Chalamet), venditore di scarpe, ossessionato dal ping pong, nel Lower East Side della New York del 1952. Con un carisma ed una determinazione unici, decide di partecipare al campionato mondiale di tennis tavolo a Londra, passando per il Cairo, Tokyo e Parigi, inseguendo sogni ed ambizioni. Quando però l’incontro di tragedie in finale (siamo negli anni del Dopoguerra) lo vede sconfitto dal giapponese Koto Endō (Koto Kawaguchi), Marty farà di tutto per ottenere una rivincita. Un’ossessione che va di pari passo con l’ambizione, attraverso una scommessa sulla propria persona portata avanti con fare arrogante da un ragazzo ipercinetico, in un perenne moto ad inseguire che si risolve nella vita stessa.

Occhiali rotondi, baffi e fisico esile, un ottimo Chalamet mette in scena tormenti e convinzioni di un ragazzo ispirato a Marty Reisman (medaglia di bronzo ai mondiali di tennistavolo), sportivo che diventa punto di partenza per un nuovo personaggio irrequieto e tormentato che entra a far parte della galleria dei fratelli Safdie. Impossibile qui separarne i percorsi solisti, nell’incontro con un corpo attoriale che rimane meno scavato dagli eventi, forse per un’ossessione autodistruttiva sempre accompagnata da ambizione ed arroganza. Corre, Marty, in un ambiente materico inglobato da un vortice di situazioni e sentimenti di un’America incapace di fermarsi per non placare un irrefrenabile impulso alla vita. Marty corre, tra voli e lavoro, tra soldi guadagnati ai tavoli da ping pong o rubati, tra passione e lati turbolenti di giustizia privata.

Il genere sportivo si mescola con il noir ed il gangster movie, con il Sogno americano che si perde nel buio della sconfitta, con un talento innato che si esprime in una vita sempre sul punto di sbriciolarsi, sempre esagerata, obbligata ad essere tale dalla sua stessa esistenza. Si ritorna a Scorsese, in una New York satura di rumori, oggetti, luoghi e persone, tra soffitti che crollano ed auto che distruggono, in un movimento che è esigenza stessa di esistere, una volontà di vittoria che, per Safdie, è una ripresa delle radici ebraiche (anche ironicamente citate) nella sfida della volontà di un esile uomo contro una vita in senso contrario che si consuma nello svolgersi. Fondamentale è il montaggio adrenalinico, unito ad una regia spesso ravvicinata ai corpi ed al 35 mm di Darius Khondji che mostra soggetti ed una città vitale attraverso stilemi da New Hollywood.

Si spingono oltre il reale anche gli altri personaggi che accompagnano le vicende di Marty, comprimari che si muovono tra ironia e grottesco, vicini a quelli che popolano i film dei fratelli Coen. L’irresistibile gangster Ėzra Miškin (Abel Ferrara) con il suo cane, l’amante Rachel Mizler (Odessa A’zion), la sensuale Kay Stone (Gwyneth Paltrow), l’imprenditore miliardario Milton Rockwell (Kevin O’Leary): tutti si confrontano con un Marty presuntuoso che si ritrova poi a “rincorrere” nei diversi rapporti con ognuno di loro. Da sottolineare in particolare il confronto con Rockwell, nemesi di Marty nel farsi incarnazione del Potere che tutto consuma e tutto gestisce a suo piacimento, conoscendo solo il linguaggio del denaro e della sopraffazione dell’altro.

Denaro che non è più mezzo o scopo, quanto ostacolo nella corsa verso la vita, mezzo necessario che, però, segna sempre le battute d’arresto del protagonista. La realizzazione del Sogno americano si perde nella sua stessa spinta capitalista, dalla quale serve spostarsi per tornare a lasciarsi avvolgere dalla vita.

Vita che scorre inesorabile, come mostrano anche l’inizio e la fine del film, dove un breve attimo di riflessione sembra in realtà una chiamata ai blocchi di partenza, nel fugace momento che precede lo sparo. Un colpo che, per una volta, non ferma, ma mette in moto, non termina, ma, di nuovo, permette di rincorrere uno scopo.

Marty Supreme