Forum di Davos: un’America diversa, un’Europa messa alla prova
Senza troppi giri di parole l’Europa viene definita “irriconoscibile” ed incamminata nella direzione sbagliata, facendo riferimento alle politiche migratorie e sociali degli ultimi anni, alla normativa ambientale del Green Deal ed all’inefficace politica energetica
Il 2026 inizia con un palco importante, quello del World Economic Forum di Davos: dal 1971 un appuntamento chiave nel corso del quale leader politici ed economici si riuniscono per discutere i principali temi che riguardano il futuro dell’economia, della politica e della società, e, come ci si poteva attendere, il protagonista indiscusso di questa kermesse è stato ancora una volta il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
L’attivismo del presidente americano si è per la verità già manifestato a partire dai primi giorni del nuovo anno: tre giorni dopo l’inizio del 2026 gli Stati Uniti, con una spettacolare operazione militare, hanno deposto, senza troppe motivazioni di circostanza, il Presidente venezuelano Maduro. Un’operazione ricca di implicazioni geopolitiche: cade un importante alleato di Cina e Russia in Sud America, gli Stati Uniti manifestano apertamente la volontà di controllare i ricchi giacimenti di petrolio venezuelano, viene rimosso ogni dubbio in merito alla nuova postura muscolare della politica estera americana. Il popolo venezuelano giustamente festeggia la fine di
una dittatura sanguinaria, emergono tuttavia perplessità in merito all’utilizzo della forza militare in assenza di una legittimazione multilaterale.
La comunità internazionale non fa in tempo a metabolizzare l’inaspettato blitz venezuelano che Trump pone al centro dell’agenda internazionale un altro tema dirompente: la Groenlandia deve diventare parte degli Stati Uniti, per ragioni inderogabili di sicurezza nazionale. Auspicabilmente attraverso una transazione economica, ma se necessario senza escludere l’utilizzo della forza. Un altro fatto completamente inedito per le democrazie occidentali: il principale membro della Nato dichiara di voler annettere un territorio sovrano di proprietà di un altro alleato, ponendo di fatto degli interrogativi importanti riguardo la sopravvivenza stessa dell’Alleanza Atlantica, caposaldo della politica occidentale e punto di riferimento per un’intera generazione di europei convintamente atlantisti.
E proprio questi due accadimenti vanno a costituire il terreno nel quale si svolge il tanto atteso Forum di Davos. Rispetto al passato, non ci si attendono grandi dichiarazioni da parte del gotha dell’economia mondiale, ci si interroga tuttavia su quello che dirà l’indiscusso protagonista del forum, il Presidente americano. E Trump non tradisce le attese: in un lungo discorso di circa 70 minuti parla al mondo ed al suo elettorato, esprimendo con chiarezza la propria visione.
La buona notizia, almeno per il momento, è che l’uso della forza per acquisire la Groenlandia viene escluso, contrariamente a quanto anticipato qualche giorno prima, anche se la volontà di possedere il paese artico viene definita inarrestabile. Come questo si tradurrà nella pratica resta da vedere, ma è legittimo immaginare che le negoziazioni sconfineranno nella dimensione economica (per quanto i dazi inizialmente ipotizzati siano stati per il momento esclusi).
Le possibili ritorsioni economiche verso il continente europeo si legano poi alla visione dell’Europa che Trump esplicita nel suo discorso: senza troppi giri di parole l’Europa viene definita “irriconoscibile” ed incamminata nella direzione sbagliata, facendo riferimento alle politiche migratorie e sociali degli ultimi anni, alla normativa ambientale del Green Deal ed all’inefficace politica energetica. In poche parole, vengono messe a nudo in maniera brutale tutte le criticità di cui gli stessi europei sono sempre più consapevoli.
Infine, parlando al proprio elettorato, Trump elenca una serie di risultati economici raggiunti dalla propria amministrazione, rivendicando la paternità di una nuova età dell’oro negli Stati Uniti, in contrapposizione al declino europeo.
Ma cosa possiamo leggere in filigrana nel discorso del presidente americano?
Anzitutto la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che viene abbracciata convintamente la cosiddetta dottrina Monroe (o Donroe come è stata ribattezzata), in base alla quale gli Stati Uniti non ritengono di doversi occupare delle questioni europee e rivendicano il diritto di gestire, attraverso un’azione di influenza o controllo diretto, lo spicchio di mondo nel quale è collocato il loro paese, dalla Groenlandia sino al Sud America. La tendenza era già visibile lo scorso anno, ma il blitz venezuelano e l’interessamento alla Groenlandia esplicitano questa visione, le Americhe sono un territorio dove le altre potenze non debbono inserirsi (la Cina, che da anni sta acquisendo aziende ed infrastrutture in Sud America è avvertita). In allineamento con la dottrina Monroe, viene poi esplicitato come il conflitto Ucraino sia lontano dagli Stati Uniti, idealmente e geograficamente: un oceano si frappone tra le coste americane e le martoriate città ucraine, ed è un problema di cui si devono occupare i vicini di casa dell’Ucraina, ovvero gli europei.
La schiettezza non manca, anche l’Europa è avvertita.
Il discorso di Trump sancisce inoltre un altro punto fermo: la campagna elettorale per le elezioni di mid-term è già iniziata, ed il palcoscenico è globale. I frequenti riferimenti a Joe Biden, a quelle che vengono definite le terribili performance economiche della sua presidenza, e, per contrasto, il lungo elenco di risultati economici ottenuti dall’attuale amministrazione americana, sono in realtà messaggi rivolti ad un pubblico statunitense, per quanto il forum abbia un’audience internazionale.
Il messaggio, sia nella forma che nella sostanza, è concepito per arrivare agli operai del Midwest più che ai top manager seduti nelle sale di Davos. La cornice cosmopolita serve semmai per dare maggiore lucentezza al modello della nuova America, messo a confronto, nella narrazione trumpiana, con la stagnante e progressista Europa, i cui leader giungono nella cittadina svizzera per prendere nota di come poter migliorare un modello economico e sociale in grande difficoltà.
La campagna elettorale americana si estende quindi e si allarga al mondo intero, dove l’eterno scontro tra democratici e repubblicani abbraccia la dimensione internazionale. Il palcoscenico di Davos viene infine utilizzato dal presidente americano anche per ribadire un altro tema chiave, interno ma con implicazioni globali, con il quale avremo a che fare nel 2026: l’avvicendamento a capo della FED, la banca centrale americana, previsto per maggio. Ormai da parecchi mesi l’attuale Governatore della FED è oggetto di duri attacchi da parte di Donald Trump e l’opera di delegittimazione pubblica di Powell è proseguita anche dal palco di Davos, generando grande preoccupazione nella platea del forum, soprattutto in vista della scelta del suo successore.
La banca centrale americana è il principale hub di funzionamento del sistema finanziario globale, e necessita di essere indipendente dal potere esecutivo, proprio perché talvolta ciò che è giusto per preservare la stabilità del sistema economico non è in linea con quanto auspicato dall’esecutivo: un governatore indipendente è pertanto una necessità ed una garanzia per preservare il valore del denaro (tema cruciale soprattutto per gli strati di popolazione meno agiati) ed al contempo supportare la generazione di posti di lavoro. Un governatore compiacente con l’esecutivo sarebbe inusuale nei sistemi economici attuali: in epoca moderna solo autocrazie e paesi del terzo mondo
si sono avventurati in tale pratica, con risultati fortemente negativi per le loro economie ed una sostanziale erosione del valore dei risparmi.
Il discorso di Trump esprime quindi con una chiarezza senza precedenti il posizionamento della nuova America, e si rivolge sia all’esterno che all’interno, con un occhio alle elezioni di novembre. La voce dell’America economica si è invece concentrata nel corso dell’evento su temi abbastanza lontani dalla sfera politica e geopolitica, forse per rispettare il proprio ambito di competenza o forse, come suggerito dal capo redattore dell’Economist Zanny Beddoes, per timore.
Tra i tanti, l’intervento più atteso era forse quello di Larry Fink, CEO di Blackrock, il più grande fondo di investimento al mondo (per dare un’idea gli asset gestiti valgono quasi 6 volte il PIL dell’Italia).
Fink, padrone di casa in quanto co-presidente del WEF, ha assunto nel corso del forum un ruolo di mediazione tra la grande finanza globale e l’esecutivo americano, allineandosi alla visione di crescita tecnologica sospinta dall’intelligenza artificiale ed evitando di porre l’accento su temi riconducibili alla galassia Woke, particolarmente invisi alla base elettorale dell’amministrazione USA. Unica eccezione, se così si può considerare, un importante richiamo al tema dell’inclusività, intesa però non nella sua accezione anti discriminatoria, bensì come richiamo alla necessità di moderare le diseguaglianze economiche attuali (e soprattutto prospettiche) per consentire la sostenibilità del modello capitalistico. Questo punto, forse il più interessante dell’intervento, muove da un ragionamento semplice: la crescita economica sostenuta dall’intelligenza artificiale rischia di svilupparsi in modo fortemente diseguale, avvantaggiando i proprietari di dati e algoritmi (gli alfieri del capitalismo tech a stelle e strisce) e creando le condizioni per un impoverimento diffuso della classe media globale.
In altre parole, si rischia di ripetere quanto accaduto in Occidente con la globalizzazione (impoverimento dei “colletti blu” dovuto al trasferimento del lavoro in zone a basso costo della manodopera) a danno dei lavoratori intellettuali (i cosiddetti “colletti bianchi”) nel momento in cui l’intelligenza artificiale dovesse sostituirli velocemente, globalmente e su larga scala.
Ed in effetti appare già evidente come i task dei lavori entry-level (quelli attraverso i quali tradizionalmente si affacciano al mondo del lavoro i giovani neo assunti per intenderci) siano già largamente svolgibili dall’AI: preparare report e presentazioni, analizzare dati, compilare ricerche sono tutti task che l’intelligenza artificiale svolge velocemente in maniera abbastanza precisa e puntuale. L’elenco dei mestieri che l’AI potrebbe sostituire spazia poi dalla medicina (pensiamo alle diagnosi automatizzate ed alle operazioni chirurgiche con i robot) alla professione legale (pareri e valutazioni preparati dall’IA sono già di sorprendente efficacia) e si coglie dalle parole di Fink l’auspicio che la politica non si faccia trovare anche questa volta impreparata dall’onda del cambiamento: il rigetto della globalizzazione ha generato in Occidente conseguenze ben note, il monito implicito che Fink pone sul tavolo è chiaro. Non facciamoci trovare impreparati o le conseguenze saranno ben peggiori.

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.
In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo) , dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano .


