Logo

Temi del giorno:

Dai fratelli Williams a Valverde: ecco l’Athletic Club, unito nel segno dell’appartenenza basca
Foto Getty

A Bergamo arriva una squadra da sempre colma di talento, con una storia gloriosa e sempre in rappresentanza della bandiera dell’Euskadi, che si tiene stretti i suoi gioielli e lavora sulla continuità

Per prima cosa: non chiamatelo Bilbao, altrimenti li farete arrabbiare. La dicitura corretta, l’unica accettata, è Athletic Club. E non abbreviatelo in ‘Atleti’: così si definisce soltanto l’Atlético de Madrid. L’Athletic Club invece è unico, senza eguali. No, non è un’esagerazione: quale altra squadra di un massimo campionato europeo o mondiale riesce a mantenere questo livello pur schierando solo giocatori autoctoni? Sapete già la risposta.

La Comunità Autonoma dei Paesi Baschi supera di poco i 2 milioni di abitanti: 2,3 per la precisione, circa il 5% della popolazione della Spagna, ma rappresenta un mondo a sé stante. “Euskadi” è il nome di questo territorio in lingua basca: non un dialetto, proprio un idioma a sé. E sportivamente parlando, non c’è nulla che rappresenti questa cultura come l’Athletic Club.

Parliamo del terzo club più vincente nella storia del calcio spagnolo, ovviamente dopo Barcellona e Real Madrid, con cui condivide anche il primato di non essere mai retrocesso nei cent’anni di campionato a girone unico. Ha vinto 8 titoli nazionali, l’ultimo nel 1984, 24 coppe del Re e 3 Supercoppe, gli ultimi successi, i più recenti, rispettivamente del 2024 e del 2021.

Tutto questo in 127 anni di storia con una costante: la presenza sola ed esclusiva di giocatori baschi. Tre i criteri di selezione: che siano dell’Hegoalde o dell’Iparralde – la parte spagnola e quella francese della regione – che ne discendano o che siano cresciuti in un settore giovanile basco. E pensare che se il club esiste lo si deve agli inglesi, che a fine ‘800 commerciavano con la Biscaglia, portando la loro cultura e, appunto, il football.

Una filosofia anacronistica, poco ma sicuro. Limitante? Forse, ma nessuno ha intenzione di cambiare questa filosofia. Un sondaggio condotto nel 2010 tra i soci, a cui risposero oltre 6mila persone, fece emergere che solo il 7% sarebbe stato disponibile ad un’apertura verso l’esterno, mentre il 57% si era dichiarato favorevole all’introduzione degli oriundi, ma solo se di prima generazione.

Tifosi Athletic club

In un mondo del calcio iper globalizzato e nel quale il calciomercato è più che centrale per i ricavi e l’equilibrio finanziario di un club, l’Athletic resta una sorta di mosca bianca. Il suo acquisto record è il difensore Inigo Martinez, pagato oltre 30 milioni di euro dagli storici rivali regionali della Real Sociedad, club di San Sebastiàn, l’unica ‘eccezione’ insieme a Berchiche, terzino sinistro anche lui ex Sociedad preso dopo un passaggio al Psg nel 2018 per cui vennero spesi 25 milioni di euro.

Per il resto, in pochi altri casi si è andati sopra i 10 milioni. Normale, quando il ventaglio di scelta è così ristretto. Ed è un concetto che automaticamente porta anche a voler vendere i propri gioielli molto meno volentieri — o a peso d’oro, spesso e volentieri andando al braccio di ferro. Qualche esempio? FernandoLlorente, passato a parametro zero alla Juventus nel 2013 dopo due anni di telenovela. O Javi Martinez, perno del Bayern che nel 2013 fece il triplete: partì per 40 milioni. I più onerosi restano il portiere Kepa, 80 milioni al Chelsea nel 2018, e il centrale difensivo Laporte, 65 milioni al City nel 2017. Quest’ultimo, tra l’altro, è appena tornato a casa.

Cosa hanno in comune? Sono tutti passati dal settore giovanile. Come del resto anche il mitico portiere del Barcellona Zubizarreta, o il terzino francese Lizarazu che è diventato leggenda al Bayern, o Karanka e Alkorta che per anni hanno difeso i colori del Real Madrid, Alexanko del Barça. C’è però chi ha scelto di diventare una leggenda a Bilbao, come l’iconico Telmo Zarra, capocannoniere nella storia del club, il portiere Iribar, recordman di presenze, Txetxu Rojo, Gorostiza, Gainza, Susaeta, Etxeberria o Iraola (oggi apprezzato allenatore del Bournemouth) o giocatori diventati culto come Aduriz, Muniain, De Marcos.

E poi ci sono quelli che tuttora compongono la colonna vertebrale della squadra che lo scorso anno ha ottenuto il miglior risultato degli ultimi dieci anni, riportando il club alla Champions League a undici anni dall’ultima volta (stagione 2014/15, quando negli spareggi eliminò il Napoli), sulla linea della continuità che da tempo contraddistingue l’Athletic.

Certo, una differenza sostanziale poteva in realtà esserci e riguarda la stella più luminosa della squadra, il classe 2002 Nico Williams, gioiello della nazionale spagnola che sembrava in procinto di passare al Barcellona, salvo poi firmare un rinnovo di contratto addirittura fino al 2035, con una clausola alzata a 100 milioni rispetto ai 58 precedentemente necessari per liberarlo. Ha scelto di restare nel club “del suo cuore”, anziché una delle enormi potenze mondiali. E non è il primo nella storia a prendere questa decisione.

Nico Williams Athletic club

Per l’Atalanta è chiaramente l’esterno offensivo è il pericolo numero uno, insieme al fratello maggiore Inaki Williams (1994), l’altra freccia dell’attacco biancorosso, anzi, Zurigorriak, come si dice a Bilbao, e al fantasista Oihan Sancet, 25enne da 17 reti nella passa sta stagione. Sono tutti prodotti del proprio settore giovanile arrivati fino al top, come è anche la coppia composta da Dani Vivian e Aitor Paredes in difesa (e nel reparto c’è anche il sopracitato Laporte) che fa parte anche del giro della nazionale spagnola — dove in porta il numero uno è Unai Simon, titolatissimo della squadra e campione d’Europa nel 2024, insieme ai compagni Vivan e Nico Williams. Senza dimenticare altre eccellenze del vivaio come i centrocampisti Jauregizar (2003) e Benat Prados (2001, che si è rotto il crociato a inizio stagione).

Praticamente tutti i sopracitati, tra l’altro, hanno contratti in scadenza non prima del 2029, con alcuni estesi fino al 2032 (Sancet, Vivian) o al 2031 (Areso, Prados, Jauregizar). Fidelizzazione prima di tutto.

L’unico punto in cui l’Athletic deroga dalla sua regola è la panchina: sono diversi i casi di allenatori non baschi che si sono seduti sulla panchina del San Mamés. Non rientra però tra questi Ernesto Valverde, che è sì nativo dell’Estremadura, ma sin da piccolo è cresciuto a Vitoria. Prima è stato calciatore dell’Athletic dal 1990 al 1996, dopo aver giocato anche nel Barcellona, poi ne è stato allenatore, partendo dalle giovanili e arrivando fino alla prima squadra, allenata in tre periodi diversi: per la prima volta tra il 2003 e il 2005, poi dal 2013 al 2017 e in un terzo stint dal 2022 ad ora.

Valverde Athletic club

Con 479 panchine, il 61enne è il primatista assoluto nella storia del club, con enorme distacco su tutti gli altri. In curriculum ha anche due campionati spagnoli vinti nei due anni e mezzo alla guida del Barcellona, dove ha lavorato tra il 2017 e il 2020, con la grande pecca di non riuscire a portare a casa una Champions League, subendo due rimonte storiche che hanno macchiato la sua avventura blaugrana: contro la Roma (vittoria 4-1 all’andata, sconfitta 3-0 al ritorno) ai quarti nel 2018 e contro il Liverpool in semifinale nel 2019 (vittoria 3-0 all’andata, sconfitta 4-0 al ritorno).

A Bilbao, però, nessuno si sogna di metterlo in discussione, per quanto leggendaria sia la sua figura e per quanto abbia reso grande, anche oggi in mezzo ai giganti, un club dai principi fortissimi, che vive nelle tradizioni e che non è disposto a scendere a patti per rinunciarvi. Avendo spesso ragione.

Certo, poi c’è il presente che racconta di una stagione non semplicissima: 24 punti in 20 partite di campionato, con 7 vittorie e 10 sconfitte, mentre in Champions League sono 5 i punti in 6 partite, con 3 sconfitte e soltanto 4 gol fatti: l’unica vittoria è arrivata in casa contro il Qarabag. A Bergamo arriva a caccia dell’impresa per rilanciare le proprie ambizioni di playoff.