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Sant’Antonio a Brancilione nel ricordo dei reduci che 80 anni fa vollero la festa

Quest’anno si ricordavano gli 80 anni da quando i reduci delle due guerre mondiali del Novecento vollero una sottolineatura di ringraziamento a Sant’Antonio per essere tornati a casa salvi

Sant’Antonio ha fatto anche un prodigio meteo, rovesciando le previsioni che davano pioggia e freddo nella domenica della sua festa, con rischio di compromettere larga
parte del programma, al quale da tempo lavorava il solito gruppo di affezionati a Brancilione. Il cielo ha tenuto, la pioggia non è scesa e tutto si è svolto secondo il collaudato copione. Quest’anno si ricordavano gli 80 anni da quando i reduci delle due guerre mondiali del Novecento vollero una sottolineatura di ringraziamento a S.
Antonio per essere tornati a casa salvi.

La vigilia, nel giorno canonico del santo della Tebaide, tradizionale corollario di affollata tombola con premi in natura d’obbligo. I piatti di circostanza per questa
ricorrenza sono la trippa e gli gnocchi, sempre molto “onorati”. La festa religiosa nella chiesetta di Brancilione – contrada che rimanda per ogni storia locale all’illustre ricercatore Costantino Locatelli – si è aperta con la Messa mattutina, fedeli anche all’esterno tanto è sentita la devozione. Tutta la parte religiosa è stata officiata dal parroco di Locatello, don Luca Ceresoli. Poi, primo banco di prova per la meteo è stata la benedizione – protrattasi per oltre un’ora – di camion, trattori, automobili e anche un paio di cavalli, di quelli veri nell’apoteosi di quelli meccanici. Test pienamente superato con lunga fila di automezzi pesanti giunti da tutta la valle.

L’apprensione era per il pomeriggio, dopo che l’anno scorso la pioggia aveva azzoppato i piani. In questo 2026 la processione si è svolta solenne, ben frequentata, tra preghiere e brani musicali suonati dal corpo bandistico “Giuseppe Verdi” di S. Omobono. Dopo che anche l’immancabile sale è stato benedetto, e la puntuale regista del programma ha potuto tirare un respiro di sollievo, c’è stata l’attesa e affollata parentesi di convivialità sulla vicina piazza con menu a scelta tra cotechini, torte e varietà di bevande.

Nella civiltà contadina era la festa propiziatoria per la nuova stagione

Fin verso gli anni 60 del Novecento, Sant’Antonio abate era una ricorrenza che aveva una sottolineatura in ogni paese. La civiltà contadina era nel tempo del suo crepuscolo finale, ma si usava ancora raggiungere le chiese portando pacchetti di sale da far benedire. Serviva soprattutto nelle stalle, con le mucche, quando vi fossero stati problemi di natura sanitaria e il veterinario era allora una figura remota. L’effigie classica di S. Antonio abate è quella che lo raffigura con bastone e campanella alla sommità, con un maiale accanto, spesso insieme ad altri animali domestici. Con il grasso del maiale infatti si usava curare il “fuoco di Sant’Antonio” (oggi si consiglia la vaccinazione).

In alcuni paesi il 17 gennaio assumeva una solennità speciale, o perché era il santo patrono, come a Berbenno, o perché c’era una tradizione consolidata, documentata
dalla presenza di una statua con altare dedicato oppure a monte c’era un ex-voto di partenza. E questo è il caso di Brancilione, dove una chiesa fu costruita più di tre secoli e mezzo or sono per scampata peste. A volerla come segno di gratitudine fu il sacerdote Giovanni Locatelli, che all’interno fece apporre una lapide su cui è in latino d’ordinanza: anno 1963 per “ereptus morbo”. Ad essere risparmiati dal flagello di manzoniana memoria furono 68 uomini e 69 donne, numeri dei superstiti precisati nero su marmo (altri 52 maschi e 50 donne non ebbero purtroppo scampo).

Le ricerche dell’indimenticato Costantino Locatelli hanno spiegato anche la curiosità della tela di Carlo Ceresa, pittore di San Giovanni Bianco, 1609-1679) che raffigurò
con S. Antonio – stranamente quello di Padova – anche i due munifici benefattori. E furono appunto i reduci che 80 anni fa vollero la statua di S. Antonio abate. Il
professor Locatelli fece risalire alla “devozione tutta georgica la datazione invernale della festa, quando cioè i nostri emigranti erano a casa”, circostanza che determinò
“la sostituzione dell’abate del deserto al taumaturgo di Padova. L’introduzione di questo santo era stata legata alla sudditanza veneziana: certamente nel regno del
Padre i due santi non dovettero avere difficoltà”. Precisò anche che don Giovanni Locatelli ottenne nel 1675 la facoltà di celebrarvi la Messa e ciò “in considerazione
della mulattiera scomoda per la chiesa parrocchiale di Locatello e dell’assenza di un ponte di collegamento alla Piazzola”, ciò che imponeva l’attraversamento del
ruscello.
Dopo gli opportuni restauri della chiesetta, anche stavolta per grazie ricevute dai soldati tornati dalla seconda guerra mondiale, il vescovo Adriano Bernareggi aprì alla
celebrazione di una Messa festiva alle 7,30, ciò che avviene ancor oggi con fedeli che giungono dai vicini paesi di Locatello, Corna e Selino Basso.