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Gli italiani sono chiamati a votare, domenica 22 e lunedì 23 marzo, sulla separazione delle carriere dei magistrati

Bergamo. “Io voterò convintamente Sì al referendum consultivo del 22 e 23 marzo”. L’avvocato Enrico Pelillo, presidente dell’Unione Camere Penali della Lombardia Orientale, non ha dubbi. “La ragione è semplicissima: è un referendum giusto. Non è, ci tengo a specificarlo da subito, né di destra né di sinistra, non gli va data una connotazione politica”.

Pelillo ha costituito il Comitato per il sì a Bergamo, che con gli altri 128 a livello nazionale, organizzerà banchetti informativi aperti ai cittadini.

“Le ragioni del sì sono facilissime da spiegare senza aggrapparsi a argomentazioni astruse: nessuno vorrebbe essere giudicato da un collega di chi lo accusa prosegue Pelillo -. Se nella costruzione del triangolo isoscele del sistema giudiziario da una parte c’è la difesa, in cima c’è il giudice, dall’altra parte c’è l’accusa, casomai la colleganza dovrebbe essere tra accusa e difesa, non certo tra accusa e giudice. Questo non lo dico ovviamente io, ma lo dice la Costituzione, articolo 111, dove si parla di imparzialità e terzietà del giudice”, spiega Pelillo.

“Imparzialità e terzietà non sono sinonimi, perché l’imparzialità prevede che il giudice non abbia interessenze, ragioni di amicizia, di commercio con una delle parti, la terzietà è cosa altra e diversa. Il giudice non solo deve essere terzo, ma deve anche apparire terzo, questo perché chi entra in un’aula penale come imputato si deve sentire sereno e deve sapere che chi lo giudica è prima di tutto dotato di quella che dovrebbe essere la verginità cognitiva, sempre articolo 111 della Costituzione dice che la prova si forma in dibattimento, quindi davanti al giudice, in contraddittorio con le parti, in condizioni di parità tra le stesse”.

Lei ritiene quindi che questa riforma sia giusta e ci porti a un livello europeo?

“Assolutamente sì. Faccio una piccola premessa, è sbagliato chiamarla riforma della giustizia, questa è una riforma dell’ordine giudiziario, quindi sento spesso delle argomentazioni che per orare le ragioni del no dicono non migliorerà l’efficienza dei processi, la celerità, le risorse per la giustizia, non è questo lo scopo della riforma. Lo scopo della riforma è attuare il principio del giusto processo che c’è già in Costituzione. Lo scopo della riforma è finalmente rendere effettivo il codice di procedura penale, che ricordo essere l’unico tra i quattro in vigore perché il codice civile, il codice di procedura civile e il codice di diritto penale sostanziale sono tutti degli anni 30- prosegue Pelillo-. L’unico codice post fascista è il codice di procedura penale, cosiddetto codice Vassalli perché il ministro della giustizia allora era Vassalli, finissimo giurista, già Presidente della Corte Costituzionale, già partigiano, quindi non si può pensare che avesse simpatie con la destra. Ma dico di più, l’unitarietà della magistratura è tipica dei regimi autoritari, la separazione delle funzioni, quindi delle carriere, è tipico invece degli stati liberali. Questo non vuol dire che, come anche sento dire dai fautori del No, la magistratura sarà sottoposta in qualche maniera strusa, che nessuno riesce neanche a spiegare bene all’esecutivo o comunque al legislativo, quindi al governo o al Parlamento. Sistemi come la Francia, dove addirittura hanno incarcerato l’ex Presidente della Repubblica, hanno la separazione delle carriere, ma poi senza andare a guardare in casa dei vicini. L’articolo 104 della Costituzione, dove si parla di autonomia e indipendenza della magistratura, così è oggi e così rimane con la riforma. Quindi la magistratura sarà autonoma e indipendente dopo la riforma, così come lo è oggi”.

È importante ricordare che è un referendum consultivo.

“Il referendum può essere o abrogativo o consultivo. L’abrogativo sono gli strumenti di democrazia diretta che sono importanti perché viene sentita l’opinione del cittadino. Il referendum abrogativo si occupa di abrogare eventualmente una legge ordinaria. Un referendum consultivo, confermativo, si occupa di confermare una legge costituzionale che è già stata approvata in Parlamento, ma mancava, come è logico ormai vista l’eccesso di polarizzazione politica, la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento – ha concluso Pelillo -. Quindi la peculiarità del referendum confermativo è che, a differenza di quello abrogativo, non c’è un quorum. Quindi è valido anche se va a votare una percentuale inferiore al 50 + 1 degli avversari”.

(Ha collaborato all’intervista Viola Di Silvestre)