La recensione
|“Aggiungi un posto a tavola”, una coinvolgente riflessione sull’inclusione
Ottima accoglienza alla ChorusLife Arena per la commedia musicale di Garinei e Giovannini, capace di guardare al presente dopo più di cinquant’anni di repliche, anche grazie alle importanti prove di Giovanni Scifoni e Lorella Cuccarini.
Bergamo. “Aggiungi un posto a tavola / Che c’è un amico in più / Se sposti un po’ la seggiola / Starai più comodo tu”. Frasi di un immortale brano della commedia musicale italiana, apertura dell’eponimo spettacolo, andato in scena alla ChorusLife Arena dal 16 al 18 gennaio.
Repliche di “Aggiungi un posto a tavola” che hanno decretato come, dopo più di cinquant’anni, la favola musicale di Garinei e Giovanni sia ancora in grado di coinvolgere gli spettatori, con un mix intelligente di riflessioni ed interpretazioni trascinanti. Il cardine da seguire è sempre quello dello storico debutto del 1974 al Sestina, con la regia di Pietro Garinei e Sandro Giovannini, insieme a Jaja Fiastri e le musiche di Armando Trovajoli, messo in scena, in questa versione, con la regia di Marco Simeoli e la produzione di Alessandro Longobardi (Viola produzioni).
Un ritorno in grande stile, per una favola musicale che racconta di redenzione ed accoglienza, con sentimenti più forti di qualsiasi dogma ed imposizione. Torna il mito del diluvio universale, rivisto però con lo spirito degli anni Settanta, con Dio (la “voce di lassù” originale di Enzo Garinei) che parla al telefono con Don Silvestro (un ottimo Giovanni Scifoni), parroco di un paese di montagna, incaricandolo di costruire una nuova arca per affrontare un secondo diluvio universale. Un compito arduo, soprattutto perché richiede, essenzialmente, fiducia. Una fiducia nell’altro che diventa sfida universale, che nel suo essere senza tempo trova il germe di una quotidianità sempre più impellente, fatta di catastrofi quotidiane, di perdita di senso e di difficoltà nel rivolgersi (e credere) al prossimo, non sentimento cieco, ma consapevole di trovare compiutezza nell’altro. Un sentimento, letto anche in senso fisico, che porta disordine nel paese, nonostante gli sforzi di Don Silvestro, reso in maniera efficace dalla convincente interpretazione di Giovanni Scifoni, sia per quanto riguarda le parti cantate che, soprattutto, nel rispetto dei tempi comici, vicino allo storico esempio di Dorelli. Ottima prova anche per Lorella Cuccarini nel ruolo di Consolazione, che non sfigura nel confronto con Bice Valori e Alida Chelli, ma, anzi, riesce a mostrare le doti da soubrette completa, sia nel canto che nella danza, oltre che nella disinvoltura nel rispetto dei tempi comici, aiutata da un romanesco utilizzato con ironia, dando, ancora una volta, prova di profondità nel ruolo (per certi versi scomodo) di prostituta redenta. Ottima è anche Sofia Panizzi nei panni di una vulcanica Clementina, eccellente nel canto e spigliata nel ruolo profondo della ragazza innamorata di don Silvestro. Buone interpretazioni sono state anche quelle di Marco Simeoli nei panni dell’impacciato e scontroso sindaco Crispino e Francesco Zaccaro in quelli del tenero ed ingenuo Toto, perfetto nel gestire il ruolo di spalla comica mantenendo però una propria complessità.
Imponente la scenografia realizzata sul progetto originale di Giulio Coltellacci (con adattamento di Gabriele Moreschi), con doppio girevole con il quale ben interagiscono gli attori, donando un senso di continuità nei cambi di scena, passando dalla piazza (con la statua di San Crispino) alla canonica, dalla casa del sindaco all’arca.
Luoghi in cui Don Silvestro cerca di mantenere un ordine spesso sfuggevole, che diventa tale solo nel superamento. Superamento di ostacoli, di preconcetti, di convinzioni, persino di dogmi. La contrapposizione tra sfera politica e religiosa perde un po’ di mordente, lasciando spazio ad un’accoglienza sempre attuale e sempre difficile da comprendere e attuare. Difficile accogliere l’altro-da-sé, incarnato da Consolazione, ma anche il proprio io più profondo, nascosto da preconcetti (anche) autoimposti.
Tutto messo in scena in maniera impeccabile da tutto il cast, capace di giostrarsi tra vari registri, esaltandosi in particolare, oltre che nel main theme, nel brano “Peccato che sia peccato”, duetto tra Don Silvestro e Clementina, e in “Notte da non dormire”, con il canto di Scifoni accompagnato da un ottimo ensemble di danzatori, capaci di donare un tocco poetico alla dolcezza del canto, con pas de deux che sottolineano la delicatezza di un momento (la prosecuzione della specie) che, in origine, è sostanzialmente pragmatico. Da sottolineare anche le efficaci gag di Marco Simeoli e Francesco Zaccaro, nei panni del sindaco e di un Toto che, da solo, riesce a reggere gli intermezzi comici delle scene.
Interessante è anche la scelta di portare sulla scena personaggi con teste di animali, che ne richiamano il verso o la funzione, brevi inserti stranianti che trovano un’ideale compimento nel cardinale abnorme con mitra luminescente. Costumi (adattamento di Francesca Grossi sui disegni originali di Giulio Coltellacci) che mostrano la varietà che deve essere presente sull’arca, forse difficile da comprendere, ma necessaria ad un perdono ed una comprensione che diventa adempimento di un dovere anche laico.
Forse, per questo, la colomba bianca si posa ancora, dopo più di cinquant’anni, sulla sedia vuota. Forse un intervento divino, ma anche, più prosaicamente, un invito ad aggiungere “un posto a tavola”, guardando all’altro. Nonostante il diluvio, nonostante le disgrazie e le imperfezioni di ognuno, “la porta [è] sempre aperta / La luce sempre accesa / il fuoco sempre vivo / la mano sempre tesa”.


