Logo

Temi del giorno:

“Crisi di Nervi”, isteria e risate in tre atti unici di Čechov
Maddalena Crippa in Crisi di Nervi (foto Tommaso Le Pera)

Al Donizetti fino al 25 gennaio gli atti diretti da Peter Stein, capaci di mostrare le passioni che definiscono l’umano, con sarcasmo, assurdo e crudeltà

Bergamo. Un sarcasmo assurdo e crudele, capace di mostrare la forza delle passioni oltre gli stereotipi, mostrate nell’esasperazione di personaggi che si avvicinano alla maschera. Passioni e desideri che sono il motore di “Crisi di Nervi. Tre atti unici di Anton Čechov”, andati in scena sabato 17 gennaio (e in programma fino a domenica 25) per la Stagione di Prosa 2025-2026 della Fondazione Teatro Donizetti.

Tre atti diretti dal tedesco Peter Stein, che torna ad uno dei suoi autori di riferimento, mettendo in scena al Donizetti sarcasmo, assurdo e crudeltà dell’autore russo, prime opere che gettano le basi poi per i capolavori della maturità. Atti unici (una produzione Tieffe Teatro), ispirati alla commedia francese ed al vaudeville, che si confrontano con l’interpretazione e la messa in scena delle “Crisi di Nervi” del titolo, tra personaggi con atti isterici o in perenne scontro tra loro. Una serie di interpretazioni che, attraverso il filtro tragicomico di sceneggiatura e messa in scena, riesce a confrontarsi in modo efficace con le tensioni ed i desideri di oggi.

La rabbia per un debito non rimborsato ed un acceso confronto uomo-donna animano “L’Orso”. In un’ottima scena (tutte realizzate da Ferdinand Woegerbauer) immersa in un nero a simboleggiare un lutto, una vedova (un’eccellente Maddalena Crippa), con un avvolgente vestito nero fine-Ottocento (i costumi sono di Anna Maria Heinreich), si trova chiusa in casa ad affrontare la perdita del marito, la cui presenza aleggia in scena con una fotografia. Un uomo del quale vengono elencate tutte le infedeltà, a cui però la moglie continua ad essere devota. Si presenta poi Grigorij (un Alessandro Sampaoli vestito di pelli), creditore del marito morto, determinato ad ottenere tutto il denaro che gli spetta. Un confronto che diventa escalation, guidato anche dal vecchio servitore Luka (Sergio Basile, con barba e divisa), con un finale inaspettato, in cui torna un nervosismo dal carattere animalesco ed un confronto che racconta anche di parità dei sessi.

Un confronto (indiretto) tra uomo e donna è anche quello di “I danni del tabacco”, con Gianluigi Fogacci in frac ad interpretare Ivan Ivanovič Njuchin che, con leggio in primo piano, tiene una conferenza sugli effetti negativi del tabacco e sulla salute, invitando a rimanere lontani dai vizi. Un punto di partenza che serve però poi per mettere fine alla vita disastrosa che conduce con la moglie, tentando anche di dare forma alle nevrosi provocate dalla situazione.

Ulteriore confronto tragicomico (forse quello più ispirato) è quello tra il timido e pieno di tic Ivan (Alessandro Averone) e Natal’ja Stepanovna (Emilia Scatigno), figlia del vicino Stepan (Sergio Basile). Una figura di mediazione, quella del padre di lei, che nulla può però contro l’indole combattiva dei due. Di fronte ad una parete bianca con righe blu, è andata così in scena un’esilarante sequenza di equivoci e litigate per un appezzamento di terreno o cani, conclusa con svenimento da ipocondria ed attacco isterico.

Una verve spesso ironica nella quale però fa capolino il dramma, nel tracciare difetti e desideri dei protagonisti e, di riflesso, della società. La nevrosi si manifesta infatti per instabilità, ma anche per desideri inespressi che tornano. Il tutto descritto con la tensione della farsa, che permette di far esplodere l’ironia verso i personaggi, senza mai convincersi di essere altro rispetto al pubblico.

Gli atti unici di Čechov qui considerati come meccanismo insieme comico e crudele, si ritrovano quindi in una tensione costruttiva che deve svolgersi nei meccanismi della farsa, provocando una risata che si fa spunto di riflessione. Così l’iperbole delle crisi di nervi (sempre ben realizzate dai protagonisti) nasce nel periodo dello zarismo per parlare all’oggi, di emozioni sempre più represse che devono però essere in grado di trovare la loro forza, di trovare dietro la maschera del sarcasmo il coraggio di un riconoscimento che diventa spunto (necessario) di riflessione.