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Il dilemma iraniano

Una parte vorrebbe intervenire militarmente in aiuto ai manifestanti per fermare il massacro nelle strade, i processi sommari e le impiccagioni; un’altra parte è contraria, perché teme uno sconquasso incontrollabile dei rapporti di forza in tutto il Medioriente

La rivolta iraniana dei bazari, dei giovani, delle donne prosegue solitaria, ma sempre meno all’aperto. Se vai in piazza, sei morto. Come ha fatto notare E. Luttwak, sulla vicenda iraniana l’Amministrazione Trump è divisa. Una parte vorrebbe intervenire militarmente in aiuto ai manifestanti per fermare il massacro nelle strade, i processi sommari e le impiccagioni; un’altra parte è contraria, perché teme uno sconquasso incontrollabile dei rapporti di forza in tutto il Medioriente; la corrente antisemita del
MGA teme il rafforzamento egemonico di Israele in tutta l’area.

D’altronde la preoccupazione per lo sconquasso è condivisa da Israele: sarà la Turchia, che da tempo persegue un disegno neo-ottomano, a prevalere in tutta l’area, visto che sta tentando di allinearsi la Siria, aiutandola a reprimere i Curdi? Le divisioni e le incertezze accentuano pertanto l’imprevedibilità dei comportamenti del Presidente americano, che, in un primo tempo, ha invitato a dare l’assalto ai palazzi delle istituzioni, in attesa del suo “arrivo”, ma poi ha dichiarato che le esecuzioni sarebbero
state sospese e che, pertanto, meglio sarebbe la diplomazia. Intanto le strade, gli ospedali, le case private sono esposte ad una violenza atroce delle milizie dei Pasdaran e dell’Esercito, che spara ad alzo-zero sui manifestanti. Così si deve sconsolatamente constatare che il movimento di resistenza iraniano alla dittatura si trova, al momento, in trappola. La rivolta non riesce a trasformarsi in resistenza organizzata e a darsi una leadership riconosciuta. I giovani iraniani pagano atrocemente con il sangue l’entusiasmo “rivoluzionario” dei loro padri, che si consegnarono nel 1979 a Khomeini contro il “Grande Satana” americano e il “Piccolo Satana” israeliano. Furono appoggiati dalla sinistra intellettuale europea.

L’Unità titolò speranzosa il 15 febbraio del 1979: “Le vie inesplorate delle rivoluzioni”.

D’altronde, in un regime totalitario l’opposizione fa fatica a costituirsi come tale. Le esperienze novecentesche italiana, tedesca, greca, portoghese, argentina… insegnano che un regime totalitario va in crisi solo attraverso una guerra perduta. Unica eccezione di transizione non violenta alla democrazia resta quello spagnolo.
Anche il mondo arabo sunnita si è fatto, d’improvviso, cauto, nonostante l’antagonismo ideologico -religioso con l’Iran sciita e i conflitti di egemonia nell’area. Per due ragioni. Una di politica interna. Le monarchie del Golfo e le dittature del Nord-Africa hanno paura del contagio. Le cosiddette “primavere arabe”, che tra il 2010 e il 2011 investirono l’Egitto, la Siria, la Libia, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania, Gibuti… hanno spaventato le classi dirigenti, che controllano le risorse strategiche dei propri Paesi, mentre i loro popoli sono male assistiti da un Welfare rudimentale e sono costretti all’emigrazione.

L’altra ragione è di politica estera. La crisi dell’impero ottomano dopo il 1918 e la ritirata dal Medioriente del colonialismo inglese e francese, dopo il 1945, hanno dato origine a statualità artificiali, imposte su basi etniche multiple e perciò attraversate da conflitti etnici e religiosi millenari. I confini di Stati quali il Libano, la Siria, la Giordania, l’Iraq, l’Arabia saudita, gli Emirati, l’Egitto-Sudan, la Libia, la Tunisia, l’Egitto, il Marocco sono stati tracciati con il compasso degli interessi petroliferi e con la logica delle sfere di influenza. E i Curdi? Il Trattato di Sèvres del 1920 prevedeva la creazione di un Stato curdo, ma il Trattato di Losanna del 1923 che ridefinì i confini della Turchia moderna, disperse 30/40 milioni di Curdi in Turchia, Iraq, Iran, Siria.

Quelli rimasti in Unione Sovietica ebbero nel 1923 un piccolo “Kurdistan rosso”, che Stalin abolì brutalmente nel 1929. La conclusione amara è che gli Iraniani sono soli. E poiché non si ribellano al colonialismo e all’imperialismo – calderone in cui la vulgata della sinistra mischia Stati Uniti, Israele e qualche Paese europeo – non attirano la
mobilitazione di piazza in Europa. D’altronde Marco Travaglio lo ha teorizzato pubblicamente: non ha senso manifestare per gli Iraniani, ma contro i propri governi, se si intendessero appoggiare “interferenze” di Israele o degli Stati Uniti. Poiché al momento Trump esita, che gli Iraniani s’arrangino!


giovanni cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.

Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.