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“Salveremo il mondo prima dell’alba”: quando il limite serve a ritrovare l’umano

Carrozzeria Orfeo ha presentato al Teatro Sociale una clinica spaziale in cui guarire dalle dipendenze, con l’ironia a modellare un grottesco che porta ad una necessaria presa di coscienza sulle storture della società

Bergamo. Un’umanità meschina ed egocentrica, mostrata attraverso il paradosso ed il grottesco di una realtà deformata. Un’umanità però profondamente contemporanea, quella raccontata dalla compagnia Carrozzeria Orfeo nel suo “Salveremo il mondo prima dell’alba” (una coproduzione Marche Teatro, Teatro dell’Elfo, Teatro Nazionale di Genova e Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini), messo in scena giovedì 15 gennaio al Teatro Sociale, all’interno della rassegna Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti.

La compagnia mantovana mantiene il proprio sguardo cinico, spostandone però la prospettiva dalla miseria delle periferie allo spazio (con la regia di Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti e Alessandro Tedeschi), punto di vista privilegiato dal quale indagare (dall’esterno) le storture della nostra società. Protagonisti sono infatti alcuni ospiti di una clinica di riabilitazione di lusso, posta all’interno di un satellite in orbita nello spazio. Cinque persone, campionario di un’umanità egocentrica ed egoriferita, in cura dalle dipendenze contemporanee, sia sessuali che affettive, sia legate alla professione che all’uso di psicofarmaci.

All’interno di uno spazio unico claustrofobico, si confrontano Omar (Sergio Romano), spietato imprenditore di farine biologiche e il suo compagno chiacchierone ed inconcludente Patrizio (Roberto Serpi), William (Ivan Zerbinati), milionario creatore di fake news con Nat, il suo buon servitore bengalese (Sebastiano Bronzato, unico personaggio totalmente positivo, simbolo di riscatto sociale) e Jasmine (Alice Giroldini), una vanitosa ma fragile pop star decadente, ninfomane e dipendente dagli antidepressivi. Personaggi che si contrappongono tra loro, analizzando virtù (?) e (soprattutto) fragilità (“gli adulti sono solo dei bambini costretti a prendere delle decisioni”), seguiti da un Coach motivazionale (Massimiliano Setti) simil-hipster con maglioncino e bermuda (i costumi sono di Stefania Cempini).

Un confronto comune in uno spazio circolare singolo (creato da Lucio Diana), con due spazi ai lati (sauna e palestra) per le scene più intime, formato da mobili in legno, con grandi poltrone ed un piccolo tavolino, una sorta di giardino zen semicircolare con, a fondo scena, una finestra esagonale da cui ammirare la Terra. Un interno in cui l’approccio “mindfulness”, necessario per una rinnovata presa di coscienza, viene reso tale da confini opprimenti, fondamentali per chi, da status, non ha confini né limiti.

Un limite che porta necessariamente al confronto, ad una messa in discussione del singolo, quando l’ormai meccanico istinto di sopraffazione muta in istinto di sopravvivenza, capace di realizzarsi proprio attraverso la relazione con l’altro. Una relazione complicata, segnalata anche da un linguaggio serrato (la drammaturgia è di Gabriele Di Luca) che vuole imporsi senza contraddittorio, modalità egocentrica che sopravvive solo per affermare la propria, singola, esistenza. Una sopraffazione che nasconde la paura del fallimento ed una sorta di panico sociale nella difficoltà nell’incontro (e quindi nel confronto) con l’altro.

Carrozzeria Orfeo mostra qui un gruppo di privilegiati, vincenti della società, in una grottesca deformazione del principio capitalista per cui tutto ciò che serve è acquistabile o monetizzabile. Al contrario, tutto ciò che è lontano dai meccanismi di produzione risuona come un peso che condanna l’umano, un singolo momento di quiete in cui fare i conti con l’esistente. Ciò risulta soprattutto grazie alle capacità interpretative degli attori, nel dare anima a personaggi che fingono supponenza, prima di sprofondare nel dolore che li attanaglia, liberandosi della forma per dare sostanza, di nuovo, all’umanità, reale nelle sue nevrosi e nel suo essere vulnerabile.

Una messa in scena di ossessioni del vivere quotidiano che, da un punto di vista privilegiato, si confronta su femminismo ed intelligenza artificiale, sfruttamento del Terzo Mondo e cambiamento climatico, estinzione delle specie animali e diffusione dei social media. Una molteplicità di temi e punti di vista che fa da specchio ad una realtà sempre più complessa e frammentata. Non risparmia nessuno, Carrozzeria Orfeo, nel confrontarsi con l’oggi attraverso il mezzo più congeniale, un palcoscenico che si arma del grottesco per descrivere una classe sociale senza dubbio privilegiata, nella quale, però, ognuno può ritrovare parte di sé.

L’accusa al capitalismo occidentale non ha come conseguenza un approccio dicotomico, quanto uno sguardo alla realtà, mediata attraverso stereotipi quasi paradossali che si confrontano però con l’ipocrisia e l’afasia di ognuno.

La fragilità dei protagonisti è sempre più lampante, scavata anche da risate di volta in volta più amare scaturite da un disagio sempre più eclatante, che nasce da un linguaggio che scandalizza per la forma, senza prima rendersi conto della sostanza che riguarda tutti, nessuno escluso.

Si affaccia Tarkovskij (con un pianeta in avvicinamento e trasformazione, realizzato con i video di Igor Biddau), in questa ridefinizione del limite che è morale prima che spaziale. Nel paradosso di un viaggio nel (potenziale) infinito, mentre lo spazio si espande il tempo sembra diminuire, verso una fine che sembra imminente. Rimane solo la singola scelta (e un piccolo bonsai di melo), quella capace (?) di salvare il mondo, prima dell’alba.