Emergenza carcere, la Camera penale di Bergamo: “Pronti a collaborare per risolvere una situazione insostenibile”
La Camera penale di Bergamo “Roberto Bruni” sezione della Camera penale Lombardia Orientale interviene dopo l’intervento di Elena Carnevali, sindaca di Bergamo, sulla situazione del carcere Don Fausto Resmini
La Camera penale di Bergamo “Roberto Bruni” sezione della Camera penale Lombardia Orientale interviene dopo l’intervento di Elena Carnevali, sindaca di Bergamo, sulla situazione del carcere Don Fausto Resmini.
“Apprendiamo che la sindaca di Bergamo ha pubblicamente esposto le sue preoccupazioni per la situazione del nostro carcere che definisce “insostenibile”. Il suo allarme è certamente condivisibile – si legge nella nota -. Noi avvocati penalisti, invero, evidenziamo già da anni la situazione disumana e degradante che si vive nelle carceri italiani e, localmente, anche qui a Bergamo; situazione che riguarda in primis i detenuti ma, di riflesso, anche il personale educativo, sanitario, amministrativo e della polizia penitenziaria. A fronte, infatti, di un mostruoso sovraffollamento in termini di persone recluse, si registra, all’opposto, un drammatico sottodimensionamento di coloro che dovrebbero garantire la rieducazione dei detenuti definitivi (è la Costituzione a dare questa connotazione alla pena! Art. 27) ed il “benessere” e la sicurezza di quei presunti innocenti (è sempre la Costituzione a dirlo, non noi avvocati che spesso veniamo erroneamente dipinti come conniventi dei nostri assistiti) che sono in custodia cautelare in attesa di un giusto processo. A titolo meramente esemplificativo, basti pensare che attualmente, nel carcere cittadino, ci sono solo 4 educatori per circa 600 detenuti!…
Solo negli ultimi due anni abbiamo organizzato tre visite (due unitamente all’associazione Nessuno Tocchi Caino) presso la Casa Circondariale di Bergamo ed ogni volta abbiamo appurato, con mano, passando di cella in cella, di sezione in sezione, quelle condizioni disumane che i nostri assistiti ci riferiscono quotidianamente nel corso degli incontri presso le più decorose sale colloqui. Con un tasso di sovraffollamento prossimo al 200%, la vita dei detenuti è quantomai difficile e gravosa perché si riduce nell’infinita attesa del fine pena senza svolgere attività lavorative o formative, costretti a vivere la maggior parte del tempo in spazi angusti, spesso insalubri e fatiscenti, condivisi con persone sconosciute che hanno culture se non lingue diverse. A ciò si aggiunge la difficile convivenza e gestione delle persone affette da problematiche psichiatriche e/o di dipendenze che in gran numero si trovano reclusi in carcere anziché essere curati in idonee strutture detentive e di cura, ovverosia le c.d. R.E.M.S. e Comunità terapeutiche che, purtroppo, non hanno posti sufficienti per soddisfare l’enorme domanda.
Tutto questo, svilisce la funzione costituzionale della pena aumentando al contempo – dati statistici alla mano – il tasso di recidiva di coloro che usciranno dal carcere dopo essere stati costretti a scontare la propria pena in queste condizioni (più volte ritenute disumane e degradanti dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo, non da noi) e con limitatissimi accessi alle pene alternative alla detenzione, anche laddove giuridicamente ne sussisterebbero tutti i requisiti. In buona sostanza, quindi, il carcere, oggi, non crea sicurezza (come molti politici in mala fede sostengono) ma insicurezza perché è criminogeno, nel senso chi vi entra anziché essere rieducato ed uscire quindi
come cittadino migliore, viene abbandonato a sé stesso il che, nel migliore dei casi, non ha alcun effetto rieducativo mentre in molti altri casi porta al contrario a rafforzare intenti, connessioni e capacità criminali così da uscirne, ahinoi, non come cittadini migliori ma come delinquenti migliori.
In simili situazioni molti detenuti – troppi e spesso i più deboli che andrebbero invece maggiormente tutelati – trovano nel suicidio l’unica via di uscita da quell’inferno. Le persone che si sono tolte la vita mentre erano in custodia carceraria dello Stato sono state 90 nel 2024 e 80 nel 2025; percentuali enormemente più elevate rispetto a quelle dei suicidi che avvengono nella libera società. Di fronte a questa drammatica situazione di allarme perpetuo, come Camera Penale di Bergamo continueremo, da un lato, a denunciare la politica nazionale (di ieri e di oggi) che non intende affrontare seriamente il problema dell’esecuzione penale con interventi – anche economici – deflattivi, di lungo raggio e di ampie vedute (ahinoi impopolari per la pancia dell’elettorato) ed al contrario, con una legislazione insensata (volta unicamente ad inasprire le pene, dato che quello non costa nulla…), continua a favore l’intasamento delle carceri da parte dei più deboli, degli ultimi, condannando il carcere a divenire una sorta di “discarica sociale” ove relegare quei cittadini che non si ha più modo di aiutare sul territorio; dall’altro, proprio a fronte dell’indifferenza di chi avrebbe la responsabilità di intervenire, continueremo a cercare un dialogo, franco e costruttivo, con le Autorità e gli Enti a diverso titolo coinvolti in questo ambito affinché si possa quantomeno mitigare l’emergenza con i pochi mezzi e strumenti messi a disposizione quali, per esempio, un maggior ricorso all’istituto del lavoro all’esterno dal carcere ex art. 21 Ord. Pen. (strumento utilissimo al reinserimento sociale che ha visto, invece, un drastico calo l’anno scorso a Bergamo) e la possibilità per i difensori di tornare a conferire in maniera diretta con l’area trattamentale della nostra Casa Circondariale al fine di prevenire criticità ed agevolare il lavoro che può portare la Magistratura di Sorveglianza all’applicazione di misure alternative al carcere.
Nella speranza che la cittadinanza, prima o poi, capisca la reale portata ed entità del problema e possa smettere di alimentare il “mostro politico” del “buttiamo via la chiave, marciscano in carcere”.


