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Dieci anni senza il generale Ferrara, fondatore di Fidelitas. Il figlio Luigi: “Nato per fare l’investigatore. Cercare la giustizia la sua missione”

Luigi Ferrara, attuale amministratore delegato di Sicuritalia, ricorda la figura del padre Claudio, scomparso a settembre del 2016: ”Ha lasciato il segno ovunque. Era sempre accanto ai dipendenti”

Bergamo. Per Luigi Ferrara ogniqualvolta che ricorda papà Claudio, un riferimento dell’Arma dei Carabinieri (nel 2009 fu anche nominato generale di brigata, ndr) e fondatore di Fidelitas, è sempre un misto di emozioni e malinconia. Il  1° settembre ricorrerà il decennale della morte, avvenuta all’età di 85 anni. Il vuoto lasciato dal generale Ferrara è profondo, come testimoniato dai racconti del figlio attraverso un’intervista rilasciata a Bergamonews. Il padre ha dedicato l’intera esistenza alla tutela e alla difesa dell’altro. Da qui proviene il forte senso di umanità tramandato a tutte le persone che lo hanno circondato nel corso degli anni.

Luigi, chi era suo padre?
Mio padre, è stato un uomo dotato di una  personalità forte, guidata dal senso del dovere e da una grande umanità. Tutti coloro che lo hanno conosciuto, a cominciare da noi familiari, lo ricordano come una persona austera al primo impatto, ma con un cuore davvero grande.

generale claudio ferrara

Nacque a Napoli, poi già adolescente seguì il padre  in Africa, per  alcuni anni, dove più avanti tornò per lavoro. Che cosa ha rappresentato l’Africa per suo padre Claudio?

Ha frequentato l’Africa perché era il primo figlio di quattro e accompagnava suo padre, che aveva incarichi per il Ministero degli Affari Esteri, in Etiopia, Tunisia e Somalia. Erano luoghi a cui era molto legato. Quando tornò in Somalia come agente  del SID (Servizio Segreto Militare  Italiano, ndr), tutta la nostra famiglia lo seguì: era il 1967. Andammo a vivere tutti a Mogadiscio, la capitale. Papà lavorava sotto  copertura, il suo lavoro ufficiale era di direttore della fiera della Somalia. Poi, nel 1969, a causa del colpo di Stato militare condotto da Siad Barre, fummo costretti a rimpatriare rapidamente.

Ha ricordi di quel periodo?

Io e mia sorella Beatrice eravamo piccoli, ma conserviamo ricordi molto belli. Grande casa coloniale con un giardino rigoglioso e una grande tartaruga come compagna di giochi . E poi quasi tutti i giorni al mare con nostra mamma. Quando ritorni, ti rendi conto per davvero di cosa sia il “mal d’Africa”: mio padre è sempre rimasto profondamente legato a quella terra. Quando tempo dopo, alla fine degli anni ’90, in Somalia scoppiò l’ennesima guerra civile, molti cittadini somali vennero in Italia per rifugiarsi e trovare occupazione. Fu allora  che mio padre divenne  presidente dell’associazione dei somali a Bergamo. Molte persone si rivolgevano  direttamente a lui per ricevere consigli nel tracciare la propria strada e per chiedere supporto per se stessi e per le loro famiglie.

Finita l’esperienza in Somalia, suo padre inizia immediatamente l’esperienza professionale in terra bergamasca. 

Sì, papà comandava la tenenza dei Carabinieri di Zogno. Siamo stati lì un anno e poi divenne capitano, quando gli fu assegnato il comando della compagnia di Treviglio. Erano gli anni di piombo e Claudio Ferrara, con il suo solido contributo, lasciò il segno: dal rapimento sventato di Luisella Cassano Carozza all’arresto degli autori del sequestro di Pierangelo Bolis, passando per il recupero di un trittico tramite un viaggio in un camion pieno di grissini, fino a un colpo di pistola schivato per un nulla.

Tutte queste vicende fanno intravedere, anche a chi non lo conosceva, la tempra di suo padre. 

Era un uomo coraggioso e aveva un fiuto investigativo straordinario. Possedeva una rete di informatori eccezionale, i cosiddetti confidenti. Mio padre era nato per fare l’investigatore, ed era un appassionato servitore dello  Stato. È quello che aveva nel sangue. Aveva leadership e carisma. Cercare la giustizia ed essere un valente ufficiale  di polizia giudiziaria era la sua missione. Parliamo di anni in cui, oltre al terrorismo, molti allarmi erano correlati al fenomeno dei sequestri di persona e alla criminalità organizzata.

generale claudio ferrara

È vero che in quegli anni riceveva diverse telefonate minatorie che coinvolgevano non solo lui ma anche tutta la famiglia?

Non ho ricordi personali, ma sono a conoscenza della forte esposizione a cui era sottoposta la mia famiglia. C’era molta preoccupazione da parte di mia madre (la professoressa Laura Telese, scomparsa nel 2024). Mamma è stata la donna al fianco di mio padre per tutta la vita. È sempre stata dedita alla famiglia. Ricordo che, quando abitavamo in caserma a Treviglio, se papà rientrava con i colleghi in piena notte dalle operazioni di servizio, mamma preparava da mangiare per tutti, anche alle due o alle tre del mattino.

Una vita all’insegna del coraggio e del servizio a sostegno dell’altro. Che lei sappia, suo padre si è mai sentito tradito da qualcuno?

Tradito non credo. Ma so che fu profondamente deluso per non essere riuscito a liberare Luigi Rossi di Montelera (appartenente all’omonima famiglia nobiliare piemontese, ndr), rapito e nascosto in una cascina di Treviglio.

Poi, nella seconda metà degli anni ’70, dalla proposta di Banca Popolare di Bergamo, Banca Provinciale Lombarda e Credito Bergamasco nasce Fidelitas. 

L’iniziativa partì in modo particolare dalla Banca Popolare di Bergamo. Le banche, ai tempi, spostavano il denaro attraverso una propria organizzazione interna, ma, viste le numerose rapine del periodo, ci si rese conto che occorreva costituire un sistema di trasporto valori tramite un istituto di vigilanza. Si creò così una società dedicata e, avendo conosciuto mio padre per i suoi meriti, le banche gli chiesero di fondare l’azienda e di rivestire il ruolo di presidente e gestore sin dalla fondazione.

Secondo lei, da figlio che in passato ha lavorato in Fidelitas (ora Luigi è amministratore delegato di Sicuritalia, ndr), in cosa l’azienda ha rispecchiato maggiormente quello che era suo papà?

Parlo degli anni della gestione di papà. La chiamò Fidelitas in ossequio al motto dei Carabinieri, “Nei secoli fedele”. Quando nacque l’azienda, buona parte dei dipendenti era stata al suo fianco durante il servizio nell’Arma. Anche molti dei valori portati da mio padre nella nuova realtà erano gli stessi di quando era carabiniere. La Fidelitas, sotto la sua guida, era un’azienda basata su professionalità, coesione, senso del dovere, appartenenza. Ancora oggi, quando mi capita di incontrare con immenso piacere ex dipendenti in pensione parlano della Fidelitas di quegli anni come di una famiglia e del capitano Ferrara come di un uomo dal pugno di acciaio ma dal grande cuore: un condottiero che seguiva con attenzione anche le vicende personali dei collaboratori e dei dipendenti.

Che cosa rappresentava per lui la famiglia?

Per lui era fondamentale, estremamente importante. Era il suo rifugio. Era molto contento del ruolo di perno familiare che aveva raggiunto nostra madre, e questo per lui era motivo di grande conforto.

generale claudio ferrara

I valori più importanti che ha insegnato a voi figli?

Oltre ai valori della giustizia che ci ha instillato, devo dire che da lui ho cercato di apprendere, anche se non sempre riesco a farlo con la sua stessa autorevolezza, la capacità di stare vicino ai propri collaboratori, instaurando i giusti rapporti con le persone. Senza dimenticare la grande carica di umanità che ci ha trasmesso.

A dieci anni dalla sua scomparsa, che impronta ha lasciato Claudio Ferrara nel suo mondo?

È ancora oggi molto emozionante raccogliere le testimonianze su mio padre. Dicono che negli anni io abbia assunto una fisionomia fisica che lo ricorda. È incredibile vedere come sia riuscito a lasciare il segno in ogni singola cosa che ha fatto nella sua vita. Da ragazzo ero sempre colpito dal grande carisma che aveva e da ciò che riusciva a trasmettere alle persone che incontrava.