L'intervista
|Il chitarrista e cantante Fernando Tovo: “Perché De André è sempre attuale”
Il grande cantautore genovese, che è venuto a mancare l’11 gennaio 1999, ha scritto e cantato tanti capolavori senza tempo
Sono trascorsi 27 anni dalla scomparsa di Fabrizio De André, eppure le sue canzoni sono immortali. Il grande cantautore genovese, che è venuto a mancare l’11 gennaio 1999, ha scritto e cantato tanti capolavori senza tempo.
In quasi quarant’anni di attività artistica, ha inciso quattordici album in studio, più alcune canzoni pubblicate solo come singoli e poi riedite in antologie. Molti testi raccontano storie di emarginati, ribelli e prostitute, degli “ultimi”, quella parte della nostra società che in genere rimane ai margini.
Per capire come mai i suoi brani risultino sempre attuali, abbiamo intervistato Fernando Tovo, chitarrista, cantante e bassista bergamasco che insieme agli Ottocento – Omaggio a Fabrizio De André continua a regalare tante emozioni con la musica di Faber.
Perché le canzoni di De André sono sempre attuali?
Credo che sia riuscito a scrivere canzoni che toccano tematiche universali e risultano senza tempo grazie alla sua grande profondità di pensiero. Ha sempre avuto uno sguardo sulla società che non era necessariamente legato ad avvenimenti contingenti. Lo ha fatto per esempio con “Una storia sbagliata”, una famosa canzone che ha scritto con Massimo Bubola ed è dedicata all’omicidio di Pier Paolo Pasolini, quindi è legata a un determinato accadimento, ma in molti altri brani ha voluto e saputo parlare di argomenti che non passano mai di moda.
Ci spieghi
Ha trattato argomenti come la difficoltà delle persone più povere e la distanza tra gli ultimi – come li chiamavano lui e don Andrea Gallo – e il resto della società. Purtroppo queste dinamiche ci sono sempre state in quasi tutte le società alle quali possiamo pensare, compresa la nostra. Sono temi che non tramontano mai perché certe cose fanno parte dell’essere umano indipendentemente dall’epoca in cui ci troviamo.
Potrebbe fare qualche esempio?
Ha saputo smascherare le ipocrisie della nostra società, come nel caso delle canzoni “Princesa”, “Smisurata preghiera” e “Khorakhanè”. Ha parlato di prostitute, rom, transessuali e tutte quelle persone che facciamo finta di non vedere ma ci sono. In “Via del campo” e “Jamin-A” racconta figure di donne scomode ma reali. Non ha avuto paura di parlarne, ma a tutto questo va aggiunta un’altra considerazione.
Quale?
Chiunque può parlare di questi temi, ma a fare la differenza sono le parole che si usano e il modo in cui si è in grado di metterle in musica. De André non si definiva un poeta, ma leggendo alcuni testi come quello de “La canzone di Marinella” si nota una capacità di scrittura di livello molto alto. Le sue parole hanno forza ma al tempo stesso si contraddistinguono per una certa delicatezza: si avvicinava lateralmente alle questioni senza prenderle di petto. In una strofa della canzone “Disamistade”, che racconta la faida tra due famiglie, scrive: “Si accontenta di cause leggere/la guerra del cuore/il lamento di un cane abbattuto/da un’ombra di passo/si soddisfa di brevi agonie/sulla strada di casa/uno scoppio di sangue/un’assenza apparecchiata per cena”. Rappresentarla in questo modo è sicuramente spiazzante e geniale. Il suo modo di scrivere è potente: chi lo ascolta o lo legge riesce a immaginare cosa stava dietro ai gesti di cui parlava ed è una capacità che hanno gli autori più grandi.
È la chiave del successo di De André?
Si, credo che a fare la differenza siano la potenza della sua scrittura e la delicatezza con cui affrontava certi temi. Lui stesso diceva che c’è voluta anche una buona dose di fortuna, perché dopo “La canzone di Marinella” si sono aperte una serie di porte che gli hanno permesso di dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. Sapeva scrivere bene ma aveva anche una grande conoscenza della letteratura, un enorme bagaglio di informazioni da cui attingere che gli hanno permesso di dar vita a progetti visionari come la realizzazione dell’album “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ispirandosi ad alcune poesie tratte dall’Antologia di Spoon River del poeta statunitense Edgar Lee Masters. Aveva spessore e visione, ma anche il coraggio di osare trattando temi scabrosi come ne “La città vecchia”, in cui trovano spazio la vita marginale, i vicoli portuali di Genova e gli ultimi della società. La ascoltavo di nascosto insieme ai miei amici perché in passato certe cose non si potevano dire in pubblico. Sessant’anni fa i costumi erano diversi da oggi.
De Andrè viene apprezzato anche da moltissimi giovani. Cosa trasmettono le sue canzoni alle nuove generazioni?
Penso che De André continui a piacere ai ragazzi così come a noi adulti perché nelle sue canzoni c’è verità. Le tematiche vengono trattate con onestà e credo che questo arrivi al pubblico di ogni generazione.

De Andrè piace molto ma cantava le storie degli ultimi che nella nostra società spesso sono ai margini. Non è una contraddizione?
Secondo me dipende dal fatto che la maggior parte di noi è geograficamente più vicina agli ultimi che ai primi, anche se non si vuole ammetterlo. Ci dispiace riconoscerlo, ma siamo più vicini all’uomo della strada che rischia di finire in prigione piuttosto che al Trump di turno. Quando usciamo di casa ci muoviamo in spazi che condividiamo con persone che nella società non occupano posizioni di rilievo.
E come mai gli ultimi fanno paura?
Perché quando si ha tanto si ha molto da perdere. Gli ultimi sono una sorta di specchio in cui non vogliamo guardare ed è possibile che a chiunque succeda di peggiorare le proprie condizioni di vita. Pensiamo, per esempio, alle persone separate che non ce la fanno e ad altre frange di popolazione in difficoltà. La pandemia da Covid-19 ha aperto uno squarcio sulla povertà: passando nella zona vicino ai Navigli, a Milano, dove si trova il centro di aiuto ai poveri, in genere si vedeva una fila di persone lunga una decina di metri mentre dopo l’emergenza gli individui in difficoltà sono aumentati notevolmente, a conferma del fatto che il divario tra chi riesce a farcela e chi non ce la fa è breve anche se non vogliamo pensarci.
Prima ha citato Trump tra i “primi” perché incarna il potere?
Si. È uno degli uomini più potenti del mondo ma, almeno a mio parere, è anche uno di quelli meno gradevoli: purtroppo siamo sfortunati. Penso che sia inquietante che sia riuscito a convincere milioni di persone a dargli questo potere dando vita a una svolta negativa che coinvolge tutti.
Nei concerti con gli Ottocento lei fa rivivere le canzoni di De André. Quando si è avvicinato alla sua musica?
Nel 1999, per iniziare a suonare la sua musica. Conoscevo il padre di Marco Pesenti (fondatore e storica voce della band, ndr) e ho lavorato come fonico in una delle prime date degli Ottocento. Parlando con loro, mi avevano detto che erano in cerca di un chitarrista e ho cominciato a studiare la musica di De André. L’avevo ascoltata anche in precedenza, perché mio fratello maggiore aveva acquistato il disco “Creuza de mä” appena era uscito e lo sentimmo tantissime volte. Era tutto in genovese, ma avevo il 33 giri sul quale erano riportati i testi con la traduzione in italiano. Il linguaggio sfrontato che lo caratterizzava colpiva molto e lo ascoltavamo in segreto.
Era una pratica di ascolto diversa da quella che va per la maggiore oggi?
Sicuramente. Viviamo in un altro mondo rispetto a quello dell’epoca. Si rimaneva in ascolto del lato A del disco per circa venti minuti, poi ci si alzava, si girava il disco sul lato B sentendolo fino alla fine. Mi ricordo la successione delle canzoni di parecchi dischi, mentre oggi difficilmente se ne sente uno nella sua interezza: prima di terminare un brano si pensa già a quello successivo in modo più frenetico. Al tempo stesso, oggi ci sono anche molte potenzialità, ma è importante riuscire a gestirle. Quando ho iniziato a studiare, alla fine degli anni Ottanta, si dovevano ascoltare i dischi e al conservatorio c’era solo chitarra classica. I testi erano pochi e costosi, difficili da trovare e per reperirli dovevo andare da Caravaggio a Bergamo o Milano, mentre adesso se si vuole apprendere qualcosa non ci sono scuse. Ognuno ha a disposizione una grande quantità di informazioni consultabili anche al computer o al cellulare.

E perché De André le piace?
Per almeno tre motivi. Il primo consiste nel suono della sua voce: è sciamanica, profonda e colpisce chiunque al primo ascolto, il secondo riguarda le tematiche delle sue canzoni e il terzo la capacità di scegliere i collaboratori migliori per ogni progetto. Per gli arrangiamenti e la direzione d’orchestra per l’album “Non al denaro non all’amore né al cielo”, ad esempio, ha coinvolto Nicola Piovani, che all’epoca aveva 22 anni, mentre dalla collaborazione con Francesco De Gregori nacque “Volume 8” e con Ivano Fossati “Anime salve”. È il segno di una vera umiltà perché farsi dare una mano non è così facile.
Qual è la sua canzone preferita di Faber?
Fra tutte direi “Nella mia ora di libertà”, dall’album “Storia di un impiegato”. Non è una delle più famose, ma tratta il tema del carcere con grande delicatezza. La apprezzo sia a livello musicale sia per il testo: per coglierne la profondità basta pensare al verso “Di respirare la stessa aria d’un secondino non mi va, perciò ho deciso di rinunciare alla mia ora di libertà”. Aggiungo che le più grandi canzoni non sono tali solo per le parole e la musica, ma soprattutto per il clima, l’atmosfera e le sensazioni che creano.
Oltre a De André, chi c’è nella sua play-list?
Amo il blues e ascolto quasi tutti i generi musicali, mentre non sono mai riuscito a farmi piacere il metal, la musica prog e poco altro. Nella mia play-list inserisco Jimi Hendrix, Eric Clapton e Muddy Waters, ma ascolto anche i Beatles e molto altro. Tra gli italiani, Enzo Jannacci e soprattutto Lucio Dalla, che sono diversi ma ognuno è geniale a modo suo: la canzone “Com’è profondo il mare” del grande cantautore bolognese è un capolavoro.
Chi può essere l’erede artistico di De André?
È difficile dirlo. Il primo nome a cui penso è Simone Cristicchi, che realizza progetti diversi ma propone temi delicati con intelligenza. Secondo me, inoltre, è molto bravo Niccolò Fabi, ma nel campo della musica paragonarsi a De André è come confrontarsi con Roberto Baggio nel calcio: ne nasce uno ogni generazione. Oggi c’è tanta proposta musicale e si fatica a scoprire la qualità. In passato le case discografiche erano il canale principale per pubblicare lavori e arrivava a farlo solo chi aveva un certo tipo di capacità perché veniva effettuato un investimento.
In che modo?
Veniva svolta una selezione, magari discutibile, che portava a emergere chi aveva capacità artistiche e caratteriali di un determinato livello mentre ora tutti possono pubblicare qualsiasi cosa. Nel negozio di dischi si trovavano una cinquantina di titoli e in base al proprio gusto, ai pareri degli amici e alle recensioni si sceglieva verso quale artista indirizzarsi, mentre ora non si sa da che parte cominciare, forse da quello che propone l’algoritmo.
Per concludere, la memoria di André continuerà a vivere per sempre?
L’espressione “per sempre” è difficile da gestire. Credo che per tanti anni resterà un punto di riferimento per capire la società italiana: verrà ascoltato anche quando la sua epoca sarà distante. Se pensiamo ad altre forme d’arte come il cinema, certi film del neorealismo italiano vengono ancora guardati anche se sono trascorsi settant’anni e l’Italia è cambiata: il nostro Paese è diverso da allora ma fruirne lascia comunque qualcosa. Tra vent’anni potrebbe accadere che ascoltando De André qualcuno rifletta su come eravamo perché ha toccato temi come la politica, la religione e la vita delle persone. Le sue canzoni potranno tornare utili a chi verrà dopo di noi per suscitare curiosità, chiedersi come mai trattasse determinati argomenti e perché in passato molti andarono in piazza ad alzare la voce: magari aiuteranno a far aprire gli occhi e dare ispirazione.


