Gli interrogativi attorno alla morte di Hassan Matried, ritrovato il 5 gennaio in Val Taleggio. In carcere il 53enne che lo faceva lavorare, Nouri Hedhili. Sul corpo della vittima ferite e fratture: il medico legale lascia aperta l’ipotesi caduta. Nell’abitazione di Verdellino piccole tracce di sangue
Quattro versioni per una morte. Prima ha detto di non saperne nulla. Poi ha raccontato di un malore improvviso in un parcheggio. Successivamente di una caduta dal tetto. Infine, perché il suo furgone era in Val Taleggio? Per portare del cibo a una famiglia bisognosa, ha risposto prima di ammettere quella che al momento è l’unica verità. Ovvero che è stato lui, NouriHedhili, 53 anni, muratore incensurato di origini tunisine residente a Verdellino, a trasportare il cadavere di Hassan Matried in una piazzola distante 60 chilometri da casa. È proprio da questo succedersi di racconti contraddittori, definiti dal gip Michele Ravelli “plurimi, antitetici e palesemente inverosimili”, che prende forma l’ordinanza con cui il Tribunale di Bergamo ha convalidato il fermo dell’uomo e disposto la custodia cautelare in carcere.
Quando viene sentito per la prima volta dai carabinieri come persona informata sui fatti, Hedhili fornisce una ricostruzione apparentemente lineare. Dice di conoscere la vittima da alcuni mesi e di averla incontrata il 4 gennaio, portandola a Verdellino per farsi aiutare nello sgombero di rifiuti ingombranti. Dopo avergli consegnato 50 euro, sostiene di averlo congedato nella tarda mattinata, senza più rivederlo e senza riaccompagnarlo al Cas di Sotto il Monte. Una versione che, secondo il gip, non regge già alla prima verifica: quel giorno, infatti, l’unica persona ad avere contatti telefonici con Matried è proprio Hedhili, e l’utenza della vittima risulta attiva e localizzata a Verdellino per ore dopo l’orario in cui l’indagato dice di essersi separato da lui.
Quando gli investigatori gli mostrano i dati che collocano il suo furgone in Val Taleggio, Hedhili cambia racconto. Afferma di essersi recato in valle nel pomeriggio del 4 gennaio e poi all’alba del 5 gennaio, per portare del cibo a una famiglia africana. Dice però di essersi fermato prima di arrivare a destinazione, su invito di terze persone. Anche questa versione appare fragile e poco credibile.
Subito dopo, l’uomo rende dichiarazioni spontanee e introduce una nuova ricostruzione. Racconta che lui e Matried si sarebbero fermati in un parcheggio di via Santuario dell’Olmo, a Verdellino. La vittima sarebbe salita sul tetto del furgone per controllarlo; Hedhili si sarebbe allontanato per pochi istanti e, al ritorno, avrebbe trovato l’amico a terra, morto. Preso dal panico, dice di aver caricato il corpo sul furgone e di averlo abbandonato lungo la strada per Sottochiesa, in Val Taleggio. Ma le telecamere comunali smentiscono anche questo racconto: le immagini mostrano i due uomini allontanarsi insieme dal parcheggio e dirigersi verso il centro di Verdellino e poi verso l’abitazione dell’indagato. Nessun crollo improvviso, nessun corpo a terra.
L’ultima versione arriva solo durante la perquisizione domiciliare. Hedhili sostiene che la morte sarebbe avvenuta all’interno della sua abitazione, a seguito della caduta della vittima dal tetto mentre stava effettuando lavori di manutenzione. Anche in questo caso, afferma di aver caricato il corpo sul furgone con l’intenzione di portarlo in ospedale, salvo poi decidere di disfarsene una volta compreso che l’uomo era deceduto. Per il gip, questa ricostruzione è “estremamente inverosimile”, anche se l’autopsia eseguita venerdì mattina sul corpo della vittima lascia aperta questa ipotesi.
Le fratture e le lesioni riscontrate tra capo, fianco e schiena potrebbero essere compatibili anche con una caduta accidentale, secondo quanto rilevato dal primario di Medicina legale dell’ospedale Papa Giovanni XXIII, Matteo Marchesi. Proprio sull’abitazione, ora posta sotto sequestro, si sono concentrate nelle ultime ore le attività dei carabinieri del Nucleo investigativo, tornati sul posto con droni e luminol per raccogliere elementi utili alla ricostruzione dei fatti. Sono state rinvenute delle piccole tracce di sangue all’interno della casa, non nel cortile dove il 43enne potrebbe essere caduto.
Ad ogni modo, è proprio questo intreccio di menzogne, rettifiche e ammissioni parziali che, secondo il giudice per le indagini preliminari, restituisce il profilo di un uomo che ha cercato ripetutamente di allontanare da sé i sospetti, salvo ottenere l’effetto opposto. Nell’ordinanza il gip parla di un comportamento “maldestro” e incompatibile, a suo dire, con qualsiasi ipotesi accidentale.
Il giudice sottolinea come Hedhili non si sia limitato a mentire, ma abbia messo in atto condotte attive di occultamento: prima il trasporto e l’abbandono del cadavere, poi la sparizione del telefono cellulare della vittima, gettato in un tombino e recuperato solo grazie alle indicazioni dello stesso indagato. Elementi che, per il tribunale, integrano un concreto e attuale pericolo di inquinamento probatorio.
A ciò si aggiunge il pericolo di fuga, considerato elevato in ragione dell’estrema gravità del reato contestato e dei potenziali legami dell’indagato con il Paese d’origine. Non meno rilevante, secondo il gip, è il rischio di reiterazione. Pur in assenza di precedenti penali, la dinamica dei fatti e la gestione “disinvolta” del post delitto dimostrerebbero una mancanza di freni inibitori e una personalità incapace di autocontrollo. Gli avvocati difensori Simone Inno e Gianluca Paris stanno valutando se fare o meno risentire il loro assistito. E chiedere, eventualmente, una misura meno afflittiva.