Logo

Temi del giorno:

Addio a Cecilia Frosio: con il caffè del buongiorno, anche il calore schietto di una dimensione umana
Cecilia Frosio

Cecilia se n’è andata come forse aveva sognato, nella sua casa, circondata dall’affetto dei suoi figli e nipoti

Sant’Omobono Terme. Cecilia Frosio, nata Filippi, è stata e rappresenta un lungo tratto di storia nella Valle Imagna. Il suo ritrovo pubblico si chiamava Bar Sport ed è poi diventato “bar-pizzeria “Fumata Bianca” con l’elezione di Angelo Giuseppe Roncalli a Papa il 28 ottobre 1958: cambiò il nome, è rimasto crocevia per chi arriva e transita da Selino Basso. Si trova proprio nel cuore del paese, che è parte del Comune di S. Omobono Terme.

Da lì transitano in molti, da ogni luogo della Valle, perché è storicamente un punto di riferimento, umano prima ancora che per il caffè o il gelato di produzione propria.
Questo era ed è rimasto un posto speciale, anche identitario per i valdimagnini di ogni età e professione. Non a caso vi sono passate generazioni.
Dante Frosio è stato il fotoreporter della Valle per intense stagioni e Cecilia Frosio è stata il suo braccio destro, la sua memoria, la sua guida con la fitta rete di conoscenze che aveva. Anche Cecilia infatti, penultima in una famiglia di 13 figli, proveniva da un casato che a Berbenno, nell’antica Ca’ Locatelli, ora Via Papa Giovanni XXIIII, gestiva un’osteria, stile “Albero degli zoccoli”. C’era l’atmosfera di contrada, di grande e immediato calore umano, di convivialità sicura. Storie di una volta, che oggi sembrano di un’epoca lontana. Al mestiere dell’oste, i genitori con fratelli e sorelle affiancavano quello dei contadini, con i mestieri dettati e scanditi dalle stagioni. Quadri di vita oggi quasi inimmaginabili o comunque divenuti impensabili: vivono però i ricordi di lontane sere d’estate quando dopo la lavorazione del fieno e la mungitura, “i vecchi” – allora non si usavano perifrasi o sfumature – si riunivano attorno a un paio di tavolini su una terrazza per un “tresette” o una “scopa” con il “mezzo” (litro) di vino per chi vinceva.

Dalla famiglia di Alessio e Camilla – i genitori di Cecilia – sono usciti Padre Andrea e Suor Anna, lui missionario per una vita in Brasile e in Guatemala, lei in Uganda e in Kenya, entrambi comboniani come un loro nipote, P. Lino Salvi, egli nel Congo. Quando Cecilia si sposò con Dante nel 1953 si era al crepuscolo di un’era per la Valle Imagna, terra di emigranti verso boschi e cantieri di Svizzera e Francia soprattutto, e di agricoltori; resistevano ancora bene le tornerie, altro settore di diffusa locale manodopera. Dante a bordo del suo “Zigolo” della Guzzi girò per tutti i paesi e tutte le frazioni della Valle, documentando quel mondo con la sua leggendaria Voigtländer a tracolla: l’architettura, i mestieri, le feste, i panorami, pronto a cogliere le specificità, le curiosità. Possedeva il colpo d’occhio ed è una fortuna che abbia fatto questa ricognizione, diventata storia e poi un ricco archivio, grazie anche ad alcuni libri che costituiscono una preziosa cartina di tornasole territoriale.

E ad aver cura del primo nascente archivio di Dante fu proprio Cecilia: che è stata il ritratto di una donna precisa, meticolosa, puntuale e con una memoria da “rischiatutto” per le persone, moltissime delle quali si recavano “dal Dante” per le foto dei passaporti e carte d’identità. Era una donna attiva dal primo mattino, dotata della lucidità di chi osserva le cose con sensibilità, una veloce capacità di sintesi e di giudizio, la franchezza nelle relazioni che preferiva schiette.

Cecilia, nata l’11 febbraio 1932, si è distinta per più di mezzo secolo al banco del “suo” bar, dove non si limitava a preparare il caffè, del buongiorno ma dava il suo tempo, trasmetteva i detti e la saggezza della genuinità popolare, allergica alla strafottenza. Detestava certi modi di una modernità troppo efficientistica e di fretta, piena di tecnologia e povera di affetti. Il suo era un passaparola diretto, quando non c’erano i telefonini e le notizie passavano negli incontri, una sorta di anteprima d’edicola perché Dante fu anche uno dei primi a raccontare la Valle sui giornali con il suo onnipresente obiettivo.

Cecilia se n’è andata come forse aveva sognato, nella sua casa, circondata dall’affetto dei suoi figli e nipoti. Lunedì, nella chiesa di Selino Basso, alle 14,30 saranno in molti che si riuniranno per darle un grato e malinconico addio.