Logo

Temi del giorno:

Israele caccia più di trenta Ong, tra cui Caritas e Medici senza frontiere

Il governo israeliano dal 1° gennaio 2026 non rinnova i permessi a 30-35 organizzazioni non governative (Ong) internazionali che operano nella Striscia di Gaza

“Caritas Jerusalem continuerà le sue operazioni umanitarie e di sviluppo a Gaza, in Cisgiordania e a Gerusalemme, in conformità con il suo mandato”.

È la risposta, pacata e concreta, della Caritas della Terra Santa e delle altre organizzazioni umanitarie all’ennesimo atto banditesco del governo Netanyahu. Ignorando il mandato di cattura internazionale della Corte penale internazionale contro il primo ministro per genocidio del popolo palestinese, crimini di guerra e contro l’umanità, il governo israeliano dal 1° gennaio 2026 non rinnova i permessi a 30-35 organizzazioni non governative (Ong) internazionali che operano nella Striscia di Gaza. Questo – dice Israele – per “il mancato rispetto delle regole di registrazione che impongono alle organizzazioni di fornire informazioni dettagliate su personale, compresi i dipendenti palestinesi, finanziamenti e strutture operative, una decisione necessaria per impedire lo sfruttamento dei canali umanitari da parte di gruppi terroristici”, Hamas e la Jihad Islamica. Dal 1° marzo – secondo Tel Aviv – le Ong cesseranno ogni attività.

Le Ong non forniscono i dati per impedire che gli aguzzini israeliani vadano a prendere e incarcerare il personale palestinese. La decisione è rigettata dagli organismi perché la sospensione delle attività aggraverà la crisi umanitaria a Gaza, dove l’accesso a servizi essenziali – cure mediche, farmaci salvavita, cibo e acqua – sono insufficienti e gli israeliani fanno di tutto per impedire e rallentare l’arrivo dei soccorsi ai palestinesi. Nella lista figurano nomi di primo piano nell’assistenza umanitaria globale: Medici senza frontiere, Consiglio norvegese per i rifugiati, Care international, Oxfam, ActionAid e appunto Caritas Jerusalem.

Il Patriarcato latino di Gerusalemme difende la Caritas «organizzazione umanitaria e di sviluppo che opera sotto l’egida e la governance dell’Assemblea degli ordinari cattolici di Terra Santa. In Israele è “persona giuridica ecclesiastica”, il cui status e la cui missione sono stati riconosciuti dallo Stato di Israele attraverso l’accordo fondamentale del 1993 e l’accordo di personalità giuridica del 1997» con evidenti riflessi sui rapporti con la Santa Sede. La nota chiarisce che “Caritas internazionale, di cui Caritas Jerusalem è membro, non implementa né conduce alcun intervento diretto all’interno del Paese”.

Le Ong respingono con fermezza le accuse israeliane; sollevano serie preoccupazioni sulla sicurezza del personale; osservano che le norme israeliane includono anche requisiti ideologici che escludono organizzazioni che abbiano promosso boicottaggi contro Israele, negato l’attacco del 7 ottobre o espresso sostegno ai procedimenti giudiziari internazionali contro soldati o capi israeliani.

Medici Senza Frontiere definisce «catastrofico» l’impatto della decisione: l’organizzazione supporta circa il 20 per cento dei letti ospedalieri e assiste un terzo dei parti. Anche Msf nega categoricamente le accuse di Israele; ribadisce che non impiegherebbe mai “consapevolmente” persone in attività militari; è certa che gran parte della popolazione perderà l’accesso a cure mediche poiché le sue attività servono quasi mezzo milione di persone attraverso il sostegno al sistema sanitario distrutto. La direttrice esecutiva di AIDA – organizzazione che rappresenta oltre cento enti operanti nei territori palestinesi – sottolinea che Israele non garantisce che i dati non saranno usati per scopi militari o di intelligence e ricorda che oltre 500 operatori umanitari sono stati uccisi a Gaza durante la guerra. La consulente di Norwegian Refugee Council, spiega la ragione del rifiuto di sottomettere gli elenchi viene da una prospettiva legale e di sicurezza. A Gaza abbiamo visto centinaia di operatori umanitari uccisi». Infatti, la grande maggioranza degli operatori umanitari eliminati dalle truppe con la stella di David sono palestinesi. Questo fa di Gaza il luogo più
pericoloso al mondo per chi presta aiuto umanitario.

E la situazione umanitaria a Gaza rimane drammatica, nonostante il cessate il fuoco: oltre un milione e mezzo di persone su circa 2 milioni fa la fame. I ministri degli Esteri di dieci nazioni – Regno Unito, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Giappone, Norvegia, Svezia e Svizzera (ovviamente non c’è l’Italia) – hanno espresso serie preoccupazioni per il deterioramento della situazione umanitaria. In inverno Gaza affronta condizioni terribili con forti piogge e basse temperature; la gente ha bisogno di supporto abitativo, di strutture sanitarie e di infrastrutture igienico-sanitarie.

In precedenza, il caso più clamoroso riguarda l’Unrwa, agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, che nel gennaio 2025 è stata bandita dal territorio israeliano dopo mesi di critiche dell’estrema destra e gli Stati Uniti del «bandito» Donald Trump all’inizio del 2024 hanno interrotto i finanziamenti. È uno scontro tra logiche di sicurezza e necessità umanitarie e la decisione israeliana è catastrofica per la povera gente.