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Trump aggredisce il Venezuela, un tassello della crisi globale della pace
Donald Trump e Nicolàs Maduro

Senza diritto internazionale, senza istituzioni multilaterali credibili e senza il rifiuto esplicito della guerra come strumento di governo del mondo, ogni condanna delle aggressioni rischia di diventare pura retorica. La pace non è passività: è una scelta esigente di giustizia, responsabilità e dialogo

L’intervento militare deciso da Donald Trump contro il Venezuela non è soltanto una scelta geopolitica discutibile: è una nuova sconfitta della pace e un ulteriore colpo inferto a un diritto internazionale già fragile e selettivo. In un mondo segnato da guerre aperte e da conflitti latenti, l’uso unilaterale della forza da parte di una grande potenza non può essere letto come un fatto isolato. È un precedente grave, che indebolisce ogni argine giuridico e morale contro la violenza e contribuisce, indirettamente ma concretamente, a legittimare altre aggressioni, a cominciare da quella russa contro l’Ucraina.

Trump ha presentato l’operazione come un atto di difesa della popolazione americana contro un regime accusato di esportare droga e criminalità. Ma la retorica della “guerra alla droga” appare ancora una volta come un linguaggio di comodo. Il traffico di stupefacenti è un fenomeno globale, strutturale, che non si combatte con missili, blocchi navali o incursioni militari. Trasformarlo in giustificazione per l’uso della forza significa accettare che qualsiasi problema complesso possa essere risolto militarmente. È una scorciatoia pericolosa, che sostituisce la politica con la violenza.

Dietro questa narrazione si intravede una visione del mondo fondata sulla supremazia e non sulla cooperazione. Il richiamo implicito alla dottrina Monroe – l’idea dell’America Latina come “cortile di casa” degli Stati Uniti – riporta il pensiero politico indietro di due secoli. In un’epoca di interdipendenza globale, questa logica neoimperiale non costruisce sicurezza, ma produce instabilità e risentimento. La pace non nasce dal dominio, ma dal riconoscimento reciproco.

Il nodo geopolitico ed energetico è centrale. Il Venezuela possiede le maggiori riserve petrolifere dimostrate al mondo e, negli ultimi anni, ha rafforzato i suoi legami con Russia, Cina e Iran. Questa dinamica viene percepita da Washington come una minaccia strategica. Ma rispondere a una competizione economica e politica con la forza militare significa accettare che la guerra diventi uno strumento ordinario di regolazione dei rapporti internazionali. È una deriva che allontana qualsiasi prospettiva di pace duratura.

Allo stesso tempo, sarebbe irresponsabile ignorare le colpe del regime di Nicolás Maduro. Il Venezuela è stato devastato da un potere autoritario che ha svuotato le istituzioni democratiche, represso il dissenso e condannato milioni di persone alla povertà e all’esilio. Maduro non rappresenta una difesa autentica della sovranità popolare. Tuttavia, la critica a un regime autoritario non può trasformarsi in una giustificazione della guerra. La liberazione di un popolo non può essere imposta dall’esterno con le armi, perché la violenza non genera democrazia, ma nuove forme di dipendenza e di conflitto.

Particolarmente grave è la scelta di definire Maduro un “narcoterrorista”. Questa operazione linguistica cancella la distinzione tra guerra e sicurezza, tra conflitto armato e azione di polizia. Serve a sospendere le regole del diritto internazionale e a normalizzare l’eccezione. È la stessa logica che consente di chiamare “operazione speciale” ciò che è, nei fatti, un’invasione militare. Non è un caso che proprio la Russia abbia denunciato la violazione delle norme internazionali: un paradosso che rivela quanto l’ordine giuridico globale sia ormai ridotto a strumento retorico.

Quando il diritto diventa selettivo, perde la sua funzione di argine alla violenza. Trump, agendo unilateralmente e senza mandato internazionale, non difende la sicurezza globale, ma contribuisce a rendere il mondo più instabile. Fornisce un alibi politico a tutti coloro che intendono riscrivere le regole in base alla forza. In questo senso, l’intervento contro il Venezuela non è solo un problema regionale: è un tassello della crisi globale della pace.

In questo quadro pesa enormemente l’assenza delle Nazioni Unite. Sarebbe spettato all’ONU intervenire con strumenti politici e diplomatici, isolare il regime venezuelano senza ricorrere alla guerra, aprire spazi di negoziato, proteggere la popolazione civile. L’impotenza del sistema multilaterale lascia invece campo libero alla logica dei blocchi e alla militarizzazione dei conflitti.

Trump e Maduro, pur da posizioni opposte, finiscono per produrre lo stesso risultato: entrambi indeboliscono la pace. Il primo imponendo la forza come criterio di legittimità, il secondo utilizzando la sovranità come scudo per l’autoritarismo. In mezzo restano i popoli, sempre esclusi dalle decisioni e sempre chiamati a pagare il prezzo più alto.

Ribadire oggi una posizione pacifista non è ingenuità, ma realismo politico. Senza diritto internazionale, senza istituzioni multilaterali credibili e senza il rifiuto esplicito della guerra come strumento di governo del mondo, ogni condanna delle aggressioni rischia di diventare pura retorica. La pace non è passività: è una scelta esigente di giustizia, responsabilità e dialogo.


Savino Pezzotta, bergamasco, sindacalista e politico italiano, è stato segretario nazionale della Cisl.