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Il Csm e il corto circuito delle garanzie: quando l’autogoverno diventa autotutela

Dal Tribunale di Como alla Consulta, passando per la Corte d’appello di Milano. Il caso del giornalista del Tg5, Enrico Fedocci, e della Giudice del Tribunale lariano, Nicoletta Sommazzi

Il Consiglio Superiore della magistratura viene tradizionalmente definito l’organo di autogoverno della magistratura. Una definizione nobile, necessaria in uno Stato di diritto. Ma che, alla prova dei fatti, rischia talvolta di trasformarsi in qualcosa di diverso: un sistema di autotutela dell’ordine giudiziario, più attento a proteggere l’equilibrio interno che a interrogarsi sulle ricadute delle proprie decisioni sui diritti dei cittadini.

Un caso noto all’opinione pubblica, il mio – raccontato da decine di testate giornalistiche, agenzie di stampa, quotidiani cartacei e online oltre che da programmi di approfondimento televisivi e radiofonici – ha messo in luce un vulnus profondo nell’applicazione di una riforma recente e ambiziosa: la Riforma Cartabia.

Nel corso di una causa tra ex coniugi per la determinazione del mantenimento dei figli, il giudice ha disposto un accertamento patrimoniale su un soggetto terzo – cioè me – del tutto estraneo al rapporto processuale e privo di qualsiasi vincolo giuridico con una delle parti, la mia fidanzata. Un soggetto non convivente, con un diverso stato di famiglia, non obbligato, non chiamato in causa. L’atto ha prodotto effetti invasivi senza che vi fosse una qualità processuale riconosciuta. È qui che l’applicazione della Riforma Cartabia mostra un corto circuito tra poteri istruttori e garanzie individuali. Non un errore isolato, ma una falla sistemica.

Non si tratta solo di una polemica personale a distanza di poco più di un anno dall’indagine patrimoniale per quel che ho subito, né solo di una contestazione dell’operato di un singolo magistrato, la giudice Nicoletta Sommazzi, che pure avrebbe dovuto avere il buon senso di rendersi conto delle conseguenze di un suo atto. Il punto è più serio e più grave: una norma che, così come applicata, appare in tensione con i principi costituzionali.

Nel caso in questione non era necessario alcun intervento “politico” della magistratura su se stessa, né una stigmatizzazione postuma del lavoro del giudice, peraltro trasferita improvvisamente – a domanda – da Como a Milano. L’ordinamento offre già strumenti chiari e fisiologici: l’eventuale riforma dell’ordinanza da parte del tribunale competente – quello di Como – oppure, ed è il cuore del problema, la rimessione della questione alla Corte Costituzionale.

Perché solo un giudice può sollevare una questione di legittimità costituzionale. E quando emerge un problema strutturale, il dovere istituzionale non è difendere l’esistente, ma chiedere alla Consulta di pronunciarsi.

La domanda che questo caso pone è semplice e inquietante: in quale Stato liberale è ammissibile che un cittadino – peraltro incensurato, non formalmente indagato, privo di carichi pendenti – venga sottoposto a un’indagine patrimoniale invasiva, di fatto un’indagine di polizia tributaria, senza esserne informato, senza poter esercitare il diritto di difesa, senza possibilità di opposizione, senza conoscere il destino dei propri dati personali?

Dati che vengono raccolti, analizzati e inseriti in un fascicolo processuale nel quale quel cittadino è terzo estraneo, privo di qualsiasi diritto di accesso.
Un paradosso giuridico che incrina il principio del contraddittorio, svuota di contenuto il diritto alla difesa e apre interrogativi seri sulla tutela della privacy e della dignità personale.
Non è in discussione l’esigenza dello Stato di prevenire reati o di garantire l’efficacia dell’azione giudiziaria anche in ambito civile. È in discussione il confine, sempre più sottile, tra poteri legittimi e compressione dei diritti fondamentali.
Ed è proprio quando i diritti vengono compressi “senza rumore”, senza che il cittadino possa nemmeno sapere di esserlo, che lo Stato di diritto mostra le sue crepe più pericolose.

Il silenzio istituzionale che ha accompagnato questa vicenda pesa più di qualsiasi decisione. Perché la vera occasione mancata non è stata una censura disciplinare, ma una scelta di coraggio costituzionale: chiedere alla Consulta se quella norma, così applicata, sia compatibile con la Carta.

Quando l’autogoverno rinuncia a interrogarsi sui limiti del proprio potere, il rischio non è solo corporativo. È democratico.