Il discorso di Mattarella, la lingua biforcuta dei partiti, le riforme e la propaganda elettorale
L’instabilità della forma di governo ed una silenziosa guerra civile rendono elettorale ogni anno che Dio manda in terra
Nel suo discorso di fine anno, il Presidente della Repubblica ha sfogliato in pochi minuti davanti a noi l’album degli ottant’anni della nostra storia repubblicana, concludendo: “L’Italia della
Repubblica è una storia di successo nel mondo. Possiamo e dobbiamo esserne orgogliosi”.
Di quella storia Il Presidente ha ricordato anche che i Padri costituenti della nostra Repubblica “di mattina discutevano – e si contrapponevano – sulle misure concrete di governo, nel pomeriggio,
insieme, componevano i tasselli della nostra Carta costituzionale”.
La pace è anche una condizione della società civile.
Il Presidente non aveva ancora finito di parlare che i partiti di governo e quelli di opposizione correvano a scorporare brandelli del suo discorso, chi per proporsi come interprete più autentico del senso di orgoglio nazionale, accusando l’opposizione di disfattismo; chi per presentarsi come autentico pacifista, accusando la maggioranza di essere guerrafondaia. Ben lungi dal presentarsi come “partiti della Nazione”, sono riusciti nell’impresa di piegare su un meschino presente di propaganda un discorso rivolto al Paese intero, alla sua storia, al suo futuro, ai giovani, invitati ad essere coraggiosi, responsabili per prendere in mano il proprio destino.
L’effetto prevedibile sull’opinione pubblica è la caduta di credibilità del messaggio dei partiti. La partecipazione politica ed elettorale non ne gioverà.
Come si fa a fidarsi dei sepolcri imbiancati?
C’è una spiegazione, si intende!
Come l’anno 2025, così anche l’anno 2026 sarà un anno elettorale. L’instabilità della forma di governo ed una silenziosa guerra civile rendono elettorale ogni anno che Dio manda in terra.
Intanto, si avvicina il referendum sulla separazione delle carriere. È vero che Giorgia Meloni ha già messo le mani avanti, diversamente da quanto fece Renzi nel 2016: quale che sia l’esito, il governo rimarrà in carica fino alla fine del suo mandato. Ma, in ogni caso, un’eventuale vittoria del NO farebbe insorgere tensioni nella maggioranza e sarebbe un cattivo presagio per le elezioni politiche del 2027. Poi vengono, a primavera, le elezioni comunali, nel 10% dei Comuni italiani, tra i quali Venezia e Reggio Calabria. È sempre un bel sondaggio.
Ma le scadenze politiche più importanti, che il calendario non segnala, perché non sono istituzionali, sono due: il premierato e la nuova legge elettorale. Da anni, almeno dal 1997-98, quando venne chiusa la Commissione bicamerale sulle riforme istituzionali, si è sperimentato che le leggi elettorali – il proporzionale, il Mattarellum, il Porcellum, il Rosatellum – non riescono a rendere stabili i governi. Servono riforme istituzionali. Ma da allora non si è mai venuti a capo di nulla. Il fatto è che quando un partito riesce ad andare al governo, allora propone riforme istituzionali per
garantire la stabilità del governo – che è la prima condizione di credibilità interna e internazionale di un Paese – e del proprio potere. Ma quando lo stesso partito si trova all’opposizione, suo
interesse preminente diventa quello di far cadere il governo al più presto per tornare al governo. Così da ormai trent’anni si trascina irrisolta la questione. La Meloni, che si oppose strenuamente in nome della difesa della democrazia e della Costituzione alle riforme di Renzi, oggi propone il premierato. Ma l’opposizione e le incertezze nella maggioranza rendono il percorso verso il premierato sempre più impraticabile entro il 2027.
A questo punto, per impedire che ci si possa trovare di fronte un quasi-pareggio tra l’attuale maggioranza di governo e il cosiddetto “campo largo” e perciò alla necessità di un governo di unità nazionale – prospettiva alla quale Giorgia Meloni si è sempre opposta – la maggioranza sta elaborando una nuova legge elettorale. Per quanto oggi se ne può sapere, abolisce i seggi uninominali e
introduce un premio di maggioranza: la coalizione che raggiunga il 40% dei consensi, avrebbe il 55% dei seggi. Inutile infierire qui.
La storia politica dimostra che la legge elettorale non basta al fine della governabilità.
Occorre una riforma istituzionale. Per fare la quale serve un’unità nazionale dei partiti. Che non c’è. Se è a questa unità nazionale che Mattarella sta pensando, i partiti che ne elogiano unanimi il
messaggio, hanno la lingua biforcuta.

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.


