Logo

Temi del giorno:

Si chiude l’anno della Grande Frammentazione: cosa ci aspetta nel 2026?
Illustrazione IA

Il 2025 ha sprigionato la potenza di un cambiamento strutturale con la geopolitica che è tornata a manifestare il suo primato sull’economia. Il buon proposito per l’Europa: capire il suo ruolo in questo mondo in trasformazione

“Ci sono decenni in cui non accade nulla e ci sono settimane in cui accadono decenni”. Potremmo utilizzare questa frase, attribuita a Lenin, per descrivere il 2025. Dopo decenni in cui abbiamo visto cristallizzarsi un ordine politico ed economico relativamente stabile, l’anno in chiusura ha visto un’accelerata nel processo di retromarcia rispetto alla globalizzazione, con tutte le conseguenze nel caso sugli equilibri di potenza che hanno sorretto il mondo negli ultimi 80 anni.

Il 2025, che potremmo definire l’anno della Grande Frammentazione, sprigiona la potenza di un cambiamento strutturale che ha cominciato a manifestarsi con evidenza a partire dal 2008, ovvero dalla grande crisi finanziaria globale: leadership americana in relativo declino, spinta di attori emergenti sulla scena internazionale, l’Europa che fatica ad uscire dal torpore di un antico benessere anch’esso declinante ed in sottofondo i temi della difesa e della sovranità continentale che tornano ad essere attuali. In poche parole, la geopolitica che è tornata a manifestare il suo primato sull’economia.

L’anno in chiusura è stato dunque ricco di eventi che hanno disegnato e declinato i concetti di cui sopra in maniera veloce, inaspettata e profonda. L’elemento centrale di tutto questo è stato senz’altro Donald Trump, apparso in questo secondo mandato in veste più incisiva e determinata rispetto alla prima versione: l’evento chiave della prima parte del 2025 è stato infatti il cosiddetto “Liberation Day” proclamato dal Presidente in aprile. Una raffica di dazi imposti ad avversari e (soprattutto) alleati, strumenti di politica commerciale utilizzati per una varietà di scopi: riequilibrare la bilancia commerciale, ma anche negoziare con gli interlocutori rispetto a temi che nulla hanno a che vedere con le transazioni commerciali. Uno strumento di potenza con la funzione di agevolare l’interesse nazionale americano ed imporre un’accelerazione al processo di de-globalizzazione in atto.

Dazi Trump Getty

Gli eventi di aprile hanno quindi creato un terreno difficile per il G7 canadese di giugno, che avrebbe dovuto rappresentare un manifesto di resilienza democratica. Nessun comunicato finale congiunto (ci si attendeva una presa di posizione forte sulla guerra in Ucraina) e la sensazione che il blocco delle democrazie occidentali sia sempre più frammentato, orfano di quella leadership statunitense che è sempre stata motore dell’iniziativa.

Conclusioni simili possono essere tracciate per il G20 di novembre in Sudafrica: protagonista dell’evento è stata l’assenza degli Stati Uniti, e il vertice ha certificato la compattezza crescente dei paesi del Sud Globale nel voler assumere un ruolo più centrale ed alternativo all’Occidente nella governance del mondo: ancora una volta, appare evidente una dinamica di frammentazione. I grandi fora internazionali hanno quindi reso evidente quanto sia mutata la situazione: leadership americana non più costruita intorno al multilateralismo, ma attorno alla tutela del proprio interesse nazionale, con gli americani non più leader di questi vertici, ma interlocutori negoziali custodi dei propri interessi.

L’anno si chiude quindi con una sensazione di incertezza e di attesa, con la consapevolezza che la globalizzazione è diventata più politica, più costosa e più imprevedibile: sono lontani i tempi del just in time (quando i magazzini delle aziende tendevano ad essere il più snelli possibile dato il buon funzionamento delle catene del valore internazionali), oggi si abbraccia il concetto del just in case: magazzini più corposi e duplicazione delle fonti di approvvigionamento per attutire le conseguenze impreviste di un ambiente geopolitico instabile.

Se il 2025 si chiude all’insegna dell’incertezza, cosa possiamo aspettarci dal 2026? Uno degli attori chiave è (collettivamente) il blocco dei paesi del Sud Globale: un concetto emerso nel 2025 dai vari fora internazionali è che questi paesi vogliono avere un ruolo più centrale nei mercati delle materie prime e dei minerali critici estratti dai loro territori (fondamentali per le nuove tecnologie digitali): non più solo esportazione, ma anche lavorazione e produzione in loco per trattenere una parte più consistente del valore generato. A seconda di come verrà declinata questa volontà politica ci potranno essere conseguenze importanti sui nostri sistemi produttivi.

In secondo luogo, gli Stati Uniti saranno centrali anche nel 2026, anno che vedrà le elezioni di mid-term. Questo appuntamento elettorale, che si tiene due anni dopo le elezioni presidenziali, può essere visto come una sorta di valutazione della performance presidenziale da parte dell’elettorato: sebbene non si voti per la carica del Presidente, le elezioni di mid-term vanno a rinnovare la Camera dei Rappresentanti, alcuni seggi del Senato, Governatori di vari stati ed una varietà di posizioni statali e locali. Una parte quindi molto importante dell’assetto istituzionale americano, con il potere di allinearsi o meno rispetto alla visione politica tracciata dal Presidente in carica e di agevolarne o meno l’agenda e l’azione politica.

Lecito quindi aspettarsi una campagna elettorale molto serrata che avrà ripercussioni globali, nell’ambito della quale verranno intensificati i punti chiave della visione dell’attuale esecutivo americano: un abbraccio sempre più stretto del protezionismo e della tutela degli interessi nazionali di cui stiamo già vedendo le prime avvisaglie (il diniego del visto d’ingresso a Thierry Breton, ex commissario europeo che ha promosso una maggiore regolamentazione digitale verso il mondo delle big tech) e l’acuirsi della rivalità con la Cina, attraverso maggiori restrizioni commerciali sull’esportazione delle tecnologie sensibili.

Un terzo punto da tenere monitorato riguarda il debito pubblico: negli ultimi anni si è registrato in occidente un incremento rilevante dei debiti pubblici nazionali, che dovranno essere rifinanziati in un ambiente con tassi di interesse più elevati rispetto al passato. Oltre a questo, le nuove necessità di risorse (in particolare nel settore della difesa) congiuntamente a tassi di crescita economica modesti metteranno a dura prova la tenuta dei sistemi finanziari nazionali, richiedendo coraggio nel sostenere gli investimenti ma anche disciplina nel destinare le risorse a scopi che abbiano ricadute realmente produttive. In questo senso, fa ben sperare il cambio di paradigma avvenuto in Germania, dove è stata superata nel 2025 la soglia dei 100 miliardi di euro di investimenti pubblici (destinati principalmente ad infrastrutture, difesa ed energia) che potrebbero essere un driver di crescita per l’Europa nel suo complesso, atteso e necessario per affrontare i tanti cambiamenti che scuotono il Continente alle sue fondamenta.

Il 2026 non vedrà quindi un ritorno al passato, poiché le tendenze che abbiamo visto nel 2025 sono strutturali, ma potrebbe essere l’anno del consolidamento, dopo le scosse dell’anno in chiusura: gli Stati Uniti proseguiranno con ogni probabilità all’insegna delle politiche “America First”, la rivalità con la Cina resterà un punto chiave, ed in questo mondo multipolare crescerà la pressione dei paesi del Sud Globale desiderosi di ritagliarsi un ruolo di crescente importanza, senza necessariamente schierarsi ma ponendosi come punto di equilibrio tra Washington e Pechino. In tutto questo è meno chiaro il ruolo che voglia (o possa) ritagliarsi l’Europa: una seria riflessione a riguardo potrebbe essere nella lista dei buoni proposti per l’anno che viene.


Alessandro Somaschini

Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.

È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.

In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.

È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.

Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano.