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Il futuro dell’ecosistema dell’innovazione bergamasco: più sinergie, competenze e lavoro

Dal confronto emerso durante la tavola rotonda del PID Open Day, che si è tenuta mercoledì 17 dicembre al Point di Dalmine, prende forma una visione condivisa sul futuro dell’ecosistema dell’innovazione bergamasco

Non solo tecnologia, ma alleanze, competenze e cultura d’impresa. Dal confronto emerso durante la tavola rotonda del PID Open Day, che si è tenuta mercoledì 17 dicembre al Point di Dalmine, prende forma una visione condivisa sul futuro dell’ecosistema dell’innovazione bergamasco: un sistema chiamato a fare un salto di qualità, rafforzando le connessioni tra i suoi attori e affrontando in modo strutturale i nodi del capitale umano e della manodopera.

Al centro del dibattito, due temi destinati a incidere profondamente sul territorio: la nascita della nuova Fondazione per la ricerca e l’innovazione e un progetto sperimentale sull’inclusione lavorativa dei migranti, che segna un cambio di paradigma nel modo di leggere il rapporto tra immigrazione e sviluppo economico.
Sul primo fronte, il presidente della Camera di Commercio di Bergamo Giovanni Zambonelli ha indicato con chiarezza la direzione: la futura Fondazione per la ricerca e l’innovazione – promossa da Confindustria Bergamo, Kilometro Rosso e Università di Bergamo – dovrà ispirarsi al modello Bergamo Sviluppo.

“Sarebbe utile replicare un’esperienza che ha dimostrato nel tempo la capacità di lavorare in modo sinergico per il territorio”, ha spiegato Zambonelli, sottolineando come la forza dell’ecosistema bergamasco risieda nella collaborazione strutturata tra istituzioni, mondo produttivo, ricerca e formazione.

Una visione condivisa anche da Giovanni Fassi, vicepresidente di Confindustria Bergamo e presidente del DIH Bergamo, che vede nella nuova Fondazione uno strumento per “andare oltre l’ecosistema”, un “luogo fisico aggregante” utile per far arrivare l’innovazione realmente nelle imprese, non solo nei processi di digitalizzazione ma anche nello sviluppo di nuovi prodotti, colmando il divario tra capacità di ricerca e numero di brevetti.

Sinergie come metodo

Il tema della sinergia è stato ripreso con forza da Miriam Gualini, presidente di Bergamo Sviluppo, ribadendo i tre ambiti d’azione dell’Azienda Speciale camerale: creazione e sviluppo d’impresa, transizione digitale ed ecologica, giovani e orientamento. L’obiettivo è consolidare le iniziative che hanno già dimostrato efficacia – come il corso di alta formazione Go’In progettato con l’Università di Bergamo, Bergamo Tecnologica e il Laboratorio ESG in collaborazione con Intesa Sanpaolo – e al tempo stesso aprire nuovi ambiti di intervento, dalla prevenzione delle crisi d’impresa, fino alle Zone di Innovazione e Sviluppo (ZISS), una novità per la Lombardia. “Serve unire le forze – ha sottolineato – evitando la frammentazione di iniziative e mettendo a valore il ruolo di coordinamento istituzionale della Camera di Commercio e di Unioncamere”.

Competenze: il ruolo dell’università

Un asse decisivo resta quello delle competenze, a partire dal contributo dell’Università di Bergamo. Come ha ricordato Gianluca D’Urso, direttore del Dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell’Informazione e della Produzione, l’ateneo si muove lungo tre direttrici: formazione, ricerca e trasferimento tecnologico. L’università punta a diventare sempre più “tentacolare” sul territorio, aprendo le porte dei laboratori di ricerca anche alle micro e piccole imprese e quelle delle aule per trasferire competenze innovative e ricercate. Un impegno che trova riscontro nei numeri: nel 2025 le nuove matricole STEM sono cresciute del 10%, segnale di una domanda in aumento e di un’offerta formativa sempre più allineata ai fabbisogni del sistema produttivo.

Migranti: dall’emergenza alla risorsa

Accanto alle competenze, emerge con forza il tema della manodopera. Proprio su questo punto, accogliendo una sollecitazione emersa dal tavolo, Zambonelli ha anticipato l’impegno della Camera di Commercio a coordinare un progetto sperimentale nell’ambito del Tavolo Bergamo 2030 dedicato ai migranti presenti sul territorio bergamasco.

“Un progetto per qualificare i migranti presenti sul nostro territorio affinché possano diventare lavoratori per le imprese bergamasche”, ha spiegato il presidente. L’iniziativa dovrebbe coinvolgere inizialmente 50 persone, ma è pensata con un potenziale moltiplicatore, e riflette un cambiamento culturale profondo: l’immigrazione non più letta solo come problema, ma come risorsa da governare e valorizzare, dall’accoglienza all’housing fino all’inserimento lavorativo.

Innovazione come cultura d’impresa

A completare il quadro, il richiamo alla cultura dell’innovazione, portato da Lucio Moioli, coordinatore DIH I&T HUB, che fa riferimento ad Imprese & Territorio. L’innovazione, ha ricordato, non è solo tecnologia ma trasformazione organizzativa e culturale. Senza un cambiamento nel modo di lavorare, nelle regole e nella rappresentanza, le imprese faticano a integrare anche le soluzioni più avanzate. Condividere dati, conoscenze e informazioni diventa quindi parte integrante del processo di innovazione, soprattutto per micro e piccole imprese, spesso lontane da un linguaggio troppo astratto o tecnologico.
Una visione che trova sintesi nell’idea di Antonio Romeo di Unioncamere, richiamata da più interventi, di una ‘catena’ dell’innovazione, in cui attori diversi svolgono ruoli differenti ma convergono verso un obiettivo comune: rendere l’innovazione accessibile, concreta e sostenibile per tutto il sistema produttivo bergamasco.

Gianluigi Viscardi: “L’innovazione va progettata prima che finanziata”

Uno sguardo più ampio, di respiro nazionale ed europeo, è arrivato dall’intervento di Gianluigi Viscardi, coordinatore della rete nazionale dei Digital Innovation Hub di Confindustria, che ha richiamato l’attenzione sulla necessità di rafforzare il ruolo dei DIH come “medici di base dell’innovazione”: soggetti capaci di fare diagnosi prima ancora di proporre soluzioni.

Secondo Viscardi, il rischio è quello di moltiplicare strumenti e strutture senza un reale impatto sulle imprese, se non si parte da una lettura approfondita dei fabbisogni. I Competence Center, ha sottolineato, esistono e sono una risorsa preziosa, ma “vanno fatti funzionare davvero”, mettendoli in connessione stabile con i territori e con le filiere produttive.

In questo quadro, Bergamo rappresenta un’esperienza avanzata: è qui che è nata la prima antenna territoriale di MADE, uno degli otto Competence Center nazionali per l’Industria 4.0, guidato dal Politecnico di Milano e focalizzato su ambiti chiave come metaverso industriale, manifattura additiva e robotica avanzata. Ma il vero salto di qualità, secondo Viscardi, passa dalla capacità di lavorare sulle filiere, come dimostrano gli assesment condotti con grandi gruppi industriali – da Leonardo ad ABB fino a Fincantieri – per misurare la maturità digitale dei fornitori.

Un altro elemento centrale è l’attrattività del territorio: “Per portare persone qualificate nelle imprese – ha osservato – non bastano i progetti tecnologici. Serve un contesto capace di attrarre e trattenere competenze”. Da qui l’attenzione al lavoro di realtà come Intellimech, consorzio che riunisce 77 imprese che investono risorse proprie per confrontarsi su robotica e automazione, in stretta connessione con l’università e la ricerca.

Infine, uno sguardo al futuro delle fabbriche, chiamate a diventare sempre più intuitive, “semplici come uno smartphone”, e a un aggiornamento continuo delle competenze, in un contesto in cui le conoscenze invecchiano rapidamente sotto la spinta delle nuove tecnologie. Un richiamo, ancora una volta, a considerare l’innovazione non come un intervento episodico, ma come processo strutturale, da progettare prima ancora che finanziare.