Omicidio di Sharon Verzeni, il pm chiede l’ergastolo: “Un delitto senza motivo, commesso per noia”
Stessa richiesta anche da parte dell’avvocato dei familiari della vittima. Il 12 gennaio parola alla difesa, il 19 la sentenza
Terno d’Isola. “Moussa Sangare merita l’ergastolo. Non lo dico a cuor leggero, ma avverto questa richiesta come doverosa. Lo dobbiamo a Sharon”. Dopo quattro ore di requisitoria, il pubblico ministero Emanuele Marchisio ha chiesto il massimo della pena per il 30enne originario del Mali, accusato di aver ucciso a coltellate Sharon Verzeni, il 30 luglio 2024 a Terno d’Isola.
Secondo l’accusa, Sangare avrebbe agito “per capriccio, seguendo un’onda emotiva”, come emerge dalle sue stesse parole nella confessione rilasciata dopo il fermo, avvenuto a un mese dall’omicidio.
“Sulla sua colpevolezza ci sono prove granitiche – ha sottolineato il pm –. Una serie di elementi che si intrecciano in modo logico e ci consentono di escludere qualsiasi altra pista. Non mancano le prove, mancano le parole per descrivere un reato assurdo, una morte che non trova ragione”. Le indagini si sono mosse a 360 gradi prima di arrivare al presunto responsabile. La vita di Sharon è stata passata al setaccio e, inizialmente, l’attenzione si era concentrata sul compagno, Sergio Ruocco.
“Quando i carabinieri sono entrati in casa sua, poche ore dopo la morte della vittima, lui dormiva profondamente – ha ricordato Marchisio –. Non aveva segni sul corpo, non era sconvolto e non sapeva nemmeno che la sua fidanzata fosse morta. Dalle telecamere lo si vede rientrare a casa alle 19 e da lì non uscire più”.
Non si trattava di una rapina: nulla era stato sottratto alla vittima. Nessun elemento sospetto è emerso nemmeno sulla famiglia, a lungo intercettata, né su Scientology, alla quale Sharon si era avvicinata da poco. Nessun legame con la droga e lo spaccio, né l’ombra di un amante. “Sharon conduceva una vita normale, ordinaria. Il rapporto con Sergio era bello, pulito, senza ombre, stavano organizzando il matrimonio”. Da qui, la pista dell’incontro casuale con l’assassino.
“In un iniziale sussulto di dignità, Sangare ha confessato davanti ai carabinieri, poi davanti a me e infine al gip. In aula, però, ha ritrattato, assumendo un atteggiamento denigratorio e canzonatorio, raccontando una storiella”, ha proseguito il pm. “Ma la storiella è la sua, Sangare. Sharon, invece, aveva una storia vera: una vita, dei progetti, un lavoro, un futuro”. Durante l’udienza l’imputato ha più volte bofonchiato, allargato le braccia e scosso la testa, fino a essere richiamato dal pm: “Stia zitto, ha già parlato fin troppo”. Un atteggiamento apparso quasi annoiato, tra sguardi nel vuoto e posture svogliate.
Marchisio ha poi ricostruito gli spostamenti della vittima e dell’imputato attraverso le immagini delle telecamere di Terno d’Isola e Chignolo, mostrate in aula. I carabinieri del Nucleo investigativo – elogiati dal pm – hanno visionato oltre 14mila ore di filmati. “È come guardare un film ininterrottamente per un anno e otto mesi”, ha osservato l’avvocato di parte civile Luigi Scuderi. Un lavoro certosino, decisivo per arrivare all’identificazione del presunto assassino.
Quella sera Sangare era uscito con l’intento di uccidere qualcuno, come aveva dichiarato inizialmente. Con sé aveva un coltello e girava in bicicletta alla ricerca di una vittima. Il pm ha letto in aula la sua confessione: “Avevo in testa quella cosa lì. Avevo un coltello in mano, l’ho fatto vedere a due ragazzini. Al parcheggio del cimitero di Terno ho salutato due ragazzi, poi ho visto una statua di donna e ho mimato il gesto di sgozzarla. Ho ripreso la bici e ho visto questa che camminava. Le ho messo una mano sulla spalla e le ho detto: “Mi dispiace per quello che sta per succedere””.
Il primo fendente, sferrato allo sterno, non è andato a segno ed è rimbalzato, come ha raccontato l’imputato. “Lei diceva “Perché, perché?” e tremava tantissimo, brr”. Poi le coltellate alla schiena: “Pam, una volta. Pam, due volte. Pam, tre volte”. La lama ha perforato i polmoni, lasciandole solo la forza di chiamare il 112, inutilmente.
Rientrato a casa, Sangare ha descritto così il suo stato d’animo: “Ero eccitato, pieno di adrenalina. Ho riso un po’, tremato un po’ e ho detto “Wow”. Mi sono seduto sul divano e ho provato comfort, come se mi fossi liberato di un peso”.
La preoccupazione è arrivata solo giorni dopo. Si è tagliato i capelli, ha gettato i vestiti sporchi nel fiume dentro un sacchetto zavorrato e ha seppellito il coltello, nascosto in un calzino insieme ad alcuni monili. Ha scattato una foto a un albero e scritto una nota sul telefono con l’indicazione di 16 passi. È lì, sotto terra, che gli inquirenti hanno ritrovato l’arma del delitto. Moussa non se ne sarebbe liberato “perché lo voleva tenere come un ricordo di ciò che aveva fatto”.
“Solo con la confessione la sua ricostruzione ha iniziato ad avere senso – ha spiegato il pm –. Ciò che ha raccontato è stato riscontrato”. Dettagli che solo l’autore del delitto poteva conoscere: il nascondiglio del coltello, i vestiti, l’incontro con i ragazzini, la finta aggressione alla statua, il primo colpo rimbalzato sul petto di Sharon. A questo si aggiunge il Dna trovato sulla bicicletta, una traccia mista della vittima e dell’imputato.
Per questi motivi Marchisio ha chiesto l’ergastolo per omicidio volontario pluriaggravato: dai futili motivi – “in realtà assenti, perché motivi non ce ne sono” –, dalla minorata difesa (“una donna aggredita di notte, in un luogo isolato, mentre ascoltava musica”) e dalla premeditazione (“è uscito di casa armato, in cerca di una vittima”). Chiesta anche l’esclusione delle attenuanti generiche.
La stessa richiesta è arrivata da Luigi Scuderi, legale di parte civile per i genitori, i fratelli e il compagno di Sharon. “È lei la vera protagonista di questa storia”, ha detto, tracciando il ritratto di una donna “romantica, solare, buona, lavoratrice, capace di vedere il bello nelle persone”. In aula, i familiari non sono riusciti a trattenere le lacrime.
Scuderi ha definito l’omicidio “una caccia disumana: Sharon è la preda, Sangare il cacciatore. Si esercita sul cartone, su una statua, sceglie la vittima, la uccide e conserva il coltello come un souvenir”.
Nella prossima udienza, fissata per il 12 gennaio, prenderà la parola la difesa, rappresentata dall’avvocato Giacomo Maj. La sentenza della Corte d’Assise è attesa per il 19 gennaio.



