La Cina rallenta, i mercati tremano: opportunità o trappola per azioni e obbligazioni?
La Cina rallenta, non cresce più al 7-8% come un tempo: il 2025 si chiuderà probabilmente sopra il 4%, il ritmo più basso dagli anni ’90, esclusa la parentesi Covid
Mentre nelle città si respira l’aria delle feste e le imprese tirano le somme di un anno complicato, a Pechino si gioca una partita che deciderà il destino di molti dei nostri risparmi. La Cina non cresce più al 7-8% come un tempo: il 2025 si chiuderà probabilmente sopra il 4%, il ritmo più basso dagli anni ’90, esclusa la parentesi Covid. Crisi immobiliare, deflazione, consumi deboli e dazi di Trump stanno trasformando il Dragone da locomotiva globale a grande punto interrogativo. Pechino risponde con stimoli mai così massicci dagli anni della grande crisi finanziaria, ma i mercati non si fidano del tutto. Il risultato? Volatilità doppia sugli emergenti, rendimenti record sull’high yield asiatico e un dilemma per chi gestisce portafogli: è il momento di comprare a sconto o di scappare prima che sia troppo tardi? Cerchiamo di capire perché il rallentamento strutturale cinese non è solo “laggiù”, ma sta già ridisegnando le gerarchie tra azioni e obbligazioni anche in Europa e tra le Alpi Orobie e il lago l’Iseo.
Si chiude una settimana che, come era nelle attese dei mercati, ha visto la Fed tagliare i tassi di interesse per la terza volta quest’anno di 25 bps, indicando però una via più ardua per ulteriori tagli nel 2026. Il voto dei membri del FOMC, con un punteggio di 9 a 3, ha nuovamente visto dissensi tra falchi e colombe. Miran avrebbe voluto un taglio di 50 bps, mentre Schmid e Goolsbee hanno sostenuto il mantenimento dei tassi attuali.
Il dot plot delle aspettative dei singoli funzionari sui tassi indica un solo taglio nel 2026 e un altro nel 2027, prima che il tasso sui fondi federali raggiunga un obiettivo a lungo termine intorno al 3%. Tali proiezioni sono rimaste invariate rispetto all’aggiornamento di settembre, ma il grafico riflette le divisioni all’interno del comitato sulla direzione da prendere per i tassi.
Per quanto riguarda l’economia, il FOMC ha alzato la sua valutazione del PIL per il 2026, aumentando la proiezione di settembre di mezzo punto percentuale, al 2,3%. Per quanto riguarda invece l’inflazione, i membri del FOMC hanno sottolineato che i prezzi rimangono elevati, con l’indicatore preferito dalla Fed al 2,8% a settembre, al di sopra dell’obiettivo del 2%. Oltre alla decisione sui tassi, la Fed ha anche annunciato che riprenderà ad acquistare titoli del Tesoro (40 mld di dollari a partire da venerdì 12 dicembre). La mossa arriva in un contesto di preoccupazioni per le pressioni sui mercati dei finanziamenti overnight. Ci saremmo aspettati che la Fed fosse meno aggressiva nell’ultimo meeting e più aggressiva per il prossimo anno, considerato che è sta anche alzata la stima di PIL e che l’inflazione rimane ostinatamente alta e con i pieni effetti dei dazi ancora da definire. Il rischio è quello che il prossimo anno la Fed non solo non tagli per nulla i tassi, ma che addirittura si veda costretta ad aumentarli (è già successo in passato). Certo il rischio è ancora remoto, ma il solo fatto che rientri nel radar degli investitori potrebbe far aumentare la volatilità.
I principali indici italiani chiudono contrastati: le big caps – il cui indice è il FTSE MIB – guadagnano lo 0,19% (+27,29% dall’inizio dell’anno), le società star – il cui indice è il FTSE ITALIA STAR – registrano una performance dello 0,55% (+8,57% dall’inizio dell’anno), mentre le micro caps – rappresentate dal FTSE ITALIA GROWTH – scendono dello 0,41% (+7% dall’inizio dell’anno).

I primi tre titoli sono tutte banche che, a diverso titolo, sono coinvolte nel risiko bancario che evidentemente non è ancora terminato. Migliore performance per Banca MPS (+7,45%), secondo posizione per Bper Banca (+2,82%) e quasi a pari merito con il 2,81% Unicredit che non sembra voler abbandonare la partita tedesca.
Peggiore performance della settimana Per Ferrari, che lascia sul campo il 7,99%, dopo che alcune banche d’affari hanno rivisto il target price: Jefferies ha tagliato da 345 euro a 310 euro per azione il prezzo obiettivo confermando il giudizio “Hold”, ODDO BHF ha portato il target price su Ferrari da 430 euro a 340 euro, peggiorando il rating a “Neutrale” e infine, Morgan Stanley ha iniziato la copertura sul Cavallino Rampante con un prezzo obiettivo di 367 euro e un giudizio “Equalweight”.
Secondo peggior titolo della settimana Saipem (-4,34%), nonostante dalle comunicazioni di Consob del 10 dicembre, si apprende che JP Morgan Chas detiene direttamente e indirettamente una partecipazione aggregata del 5,342% nel capitale di Saipem.
Terzo peggior titolo, Moncler (-3,50%), nonostante HSBC abbia alzato il target price a 60 euro (da 52 per azione) e mantenuto il rating a “hold”.
Mentre si accendono le luci di Natale delle nostre città e le aziende chiudono i bilanci, oltre 10.000 chilometri più a est si sta decidendo buona parte del destino dei nostri portafogli per il prossimo biennio. La Cina non cresce più come una volta. Secondo gli analisti, il PIL 2025 è previsto crescere tra il 4,2% e il 4,5% un ritmo che fino a quindici anni fa sarebbe stato considerato una recessione. Il gigante asiatico sta entrando in una fase strutturale di crescita più bassa e questo ha ovviamente conseguenze dirette sulle azioni, obbligazioni high yield asiatiche e sui mercati emergenti in generale e, indirettamente, anche sui BTP e sulle nostre scelte di asset allocation.
Partiamo come sempre dai numeri, perché sono impietosi. In Cina, le vendite di immobili nuovi sono crollate del 15-18% annuo negli ultimi trimestri. Il settore immobiliare, che valeva il 25-30% del PIL cinese, è in ginocchio: Evergrande è solo la punta dell’iceberg. L’indice prezzi al consumo è rimasto in territorio deflazionistico per gran parte del 2025 (-0,1% a ottobre). La disoccupazione giovanile ufficiale supera il 17%, quella reale probabilmente il 25%. Le esportazioni verso gli USA, nonostante i dazi di Trump, tengono ancora, ma la domanda interna è asfittica.
Pechino ha reagito. A fine novembre è stato annunciato un pacchetto da circa 2 trilioni di renminbi (280 miliardi di dollari) tra emissione di bond speciali locali, taglio della riserva obbligatoria bancaria (RRR) di 50 punti base e incentivi al consumo. È il terzo stimolo significativo in 18 mesi. La domanda che si pongono gli investitori è se questo sarà sufficiente. Per i mercati la risposta non è univoca, e questo crea opportunità asimmetriche.
Azioni: il bivio degli emergenti
Il MSCI Emerging Markets a fine novembre 2025 quotava circa 1.050 punti, +4% da inizio anno, ma -12% rispetto all’S&P 500. La Cina pesa per il 24-25% dell’indice. Chi scommette sul successo degli stimoli vede un rimbalzo del 12-18% nel 2026, mentre chi teme il fallimento prevede un ulteriore -8/10%. Settorialmente: La tecnologia e internet (Alibaba, Tencent, Pinduoduo, Meiturali) trattano a multipli ad un P/E forward tra 10 e 13x, livelli che non si vedevano dal 2016. I consumi discrezionali cinesi (viaggi, lusso, alcolici) sono a sconto 35-40% rispetto alle controparti USA. Al contrario, i ciclici globali (materiali, chimica, acciaio) soffrono la debolezza della domanda cinese di commodity.
Per un investitore italiano la domanda pratica è: vale la pena aumentare oggi l’esposizione agli emergenti? La risposta è “sì, ma con selettività”. Un ETF sull’MSCI Emerging Markets offre per esempio una crescita degli utili stimata al 12% annuo per i prossimi 5 anni e tratta a 15x, contro 21x dell’S&P 500. Chi invece vuole giocare la ripresa cinese pura potrebbe invece guardare a fondi o ETC sull’indice Hang Seng Tech o CSI 300, ma con stop-loss stretti (la volatilità implicita è oltre il 30%)
Qui la storia è ancora più interessante
I bond high yield asiatici (indice ICE BofA Asian Dollar HY) rendono oggi il 7,8 – 8,2%, con duration media di 3,8 anni. Lo spread sui Treasury USA è sceso sotto i 400 bps, ma rimane storicamente generoso. Perché? I fondamentali corporate cinesi sono migliori di quanto sembri: leverage netto medio 1,8x, coverage interessi oltre 5x nei settori export-oriented. La PBOC mantiene i tassi reali molto bassi e continua a iniettare liquidità. Il renminbi è stabilmente tra 7,15 e 7,25 contro dollaro.
I default 2025 nell’high yield asiatico sono stimati al 3,2 – 3,8% (Moody’s), in calo dal 5,1% del 2023. I settori più sicuri sono tecnologia, healthcare e consumi di base. Eviteremmo per ovvie ragioni l’immobiliare puro (ancora il 18% dell’indice) e alcuni developer locali. Per un investitore italiano che cerca rendimento in euro, i fondi obbligazionari asiatici in USD hedged offrono cedole nette intorno al 5,8 – 6,2% con volatilità storica del 7 – 8%, un profilo rischio/rendimento che batte di gran lunga i BTP decennali.
E l’Europa? Il contraccolpo indiretto
Un rallentamento cinese più marcato del previsto significa meno domanda di macchinari tedeschi, meno lusso francese, meno componenti auto italiani. L’indice Stoxx 600 tratta oggi ad un P/E medio di 18,5x forward, ma gli analisti hanno già tagliato del 4% le stime EPS 2026 per i settori ciclici. Sul fronte obbligazionario, se la deflazione cinese si esporta, la BCE potrebbe essere costretta a tagliare ulteriormente i tassi nel 2026 (mercato prezza oggi solo altri 60 bps). Questo è positivo per i BTP (lo spread con il bund potrebbe contrarsi ulteriormente). Al contrario, se gli stimoli cinesi funzionano troppo bene e l’inflazione globale riparte, la BCE resta ferma e lo spread italiano potrebbe risalire.
Come posizionarsi per il 2026?
Gli analisti stimato di mantenere overweight le azioni USA value ed energia (che beneficiano di un dollaro forte e dazi), di aumentare gradualmente emergenti ex-China (10-15% del portafoglio azionario) e mantenere la Cina con approccio intorno al 3 – 5% del portafoglio tramite fondi attivi o ETF a basso TER. Per quanto riguarda le obbligazioni, gli analisti ridurrebbero la duration dell’Europa (i Bund decennali rendono 2,35%, troppo poco per il rischio inflazione), mentre vedrebbero un Overweight sui bond high yield asiatici. Suggeriscono inoltre di mantenere in portafoglio BTP 2032 – 2035 con duration 7-9 anni per catturare eventuale compressione spread. Ritengono inoltre che oro e argento fisico o ETC continueranno a funzionare come assicurazione contro una “trappola deflazionistica” cinese (max 5 – 6% del portafoglio).
Tiriamo le fila
La Cina non è più il motore inesauribile della crescita globale. Sta diventando un mercato maturo, con tutti i problemi e le opportunità del caso. Per l’investitore il 2026 sarà l’anno della selettività: chi saprà distinguere tra i “soliti sospetti” immobiliari in default e le aziende tecnologiche e di consumo sottovalutate farà la differenza. Il rallentamento cinese non è necessariamente una catastrofe, ma un’opportunità per comprare asset di qualità a prezzi che non vedevamo da anni. Ma, come sempre, il diavolo sta nei dettagli e nel timing.
Antonio TognoliHo iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.


