La protezione della natura non si contrappone allo sviluppo, ma allo sviluppo ingiusto
“Le Conferenze sul clima sono importanti, ma finché non superiamo la percezione di dover scegliere tra crescita economica e ambiente resteremo bloccati”
Diplomatico, professore e saggista, Grammenos Mastrojeni è una voce autorevole della diplomazia climatica internazionale, vicesegretario generale dell’Unione per il Mediterraneo, responsabile per l’energia e l’azione per il clima, docente di Sostenibilità, Ambiente e Geostrategia presso diverse Università.
Ha pubblicato libri importanti come Effetto serra, effetto guerra (2017, con Antonello Pasini), Effetti farfalla (2021), Vola Italia (2023). Il nostro dialogo con Mastrojeni parte dal bilancio della COP30, la Conferenza dell’Onu sul clima tenutasi a Belém in Amazzonia, e si allarga alle prospettive della diplomazia climatica nell’era del riarmo, alla relazione tra guerre e clima, al ruolo della
finanza, allo stato reale della transizione ecologica, al suo nuovo progetto divulgativo. Le sue risposte superano le contrapposizioni e, pur nella consapevolezza del contesto internazionale difficile,
portano una ventata di fiducia.
COP30 di Belém: bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Da un lato l’accordo finale mantiene aperto il percorso multilaterale per il contrasto ai cambiamenti climatici, dall’altro manca ancora una roadmap chiara per l’uscita dalla causa principale della crisi, i combustibili fossili.
È utile guardare non solo all’ultima COP ma all’intero percorso degli ultimi anni. A Belém è tornato lo spirito originario delle Conferenze: dialogo diffuso, società civile più presente, relazioni meno verticali. E si è riaffermato che la crisi climatica non è solo una questione di combustibili fossili, ma di valori, consumi, organizzazione delle economie. Il vero nodo è la percezione sbagliata di un trade-off (scambio, ndr) tra benessere economico e protezione della natura. È un’idea che blocca tutto, smentita da anni dalla scienza economica: la sostenibilità rende più competitivi.
Il problema non è lo sviluppo, ma uno sviluppo ingiusto basato sulle economie di scala, che ha creato polarizzazioni: pochi ricchissimi e molti poveri. Questa situazione è incompatibile con la protezione della natura, perché le polarizzazioni sociali portano disgregazione e impediscono di pianificare per il futuro. Il pianeta, invece, distribuisce le risorse in modo equo: chi non ha le mucche ha i cammelli, chi non ha il sole ha il vento. Le polarizzazioni sono la causa contemporaneamente di disagio sociale, conflitti, distruzione della natura. Alla negoziazione arriviamo con i freni tirati dalla difesa dei poli di concentrazione che, nati dalle economie di scala, sono la fonte dei problemi. Questo automatismo dà un’illusione di sicurezza ma genera destabilizzazione, fragilità, iniquità, danneggiando anche i grandi poli. L’ultima COP lo dimostra: siamo bloccati dalla falsa percezione del trade-off tra benessere e ambiente. Se non la superiamo, non andiamo da nessuna parte. Ma non bisogna sopravvalutare le COP: le soluzioni arrivano dall’economia. Le COP coordinano gli Stati e sono occasioni di incontro e scambio
di esperienze.
La posizione negazionista di Donald Trump sui cambiamenti climatici è nota: con quali conseguenze per la diplomazia climatica?
Serve evitare letture semplicistiche. Trump ha assunto posizioni dure per ragioni legate al suo elettorato, soprattutto alla cultura calvinista, che fatica a vedere nel successo economico un danno
alla creazione. Ma sul piano internazionale gli Stati Uniti non sono diventati improvvisamente un Paese inquinatore inconsapevole. L’economia non è contenta dell’isolamento perché significa perdere il treno dell’innovazione, soprattutto rispetto alla Cina. Già durante il primo mandato di Trump molti Stati e città, rappresentanti oltre l’80% del Pil, avevano mantenuto impegni climatici indipendenti dal governo federale. Le posture politiche sono spesso destinate al pubblico interno. Alla COP il lavoro vero è compiuto da funzionari ed esperti.
L’invasione russa dell’Ucraina ha rallentato la transizione energetica e rafforzato la dipendenza da gas e petrolio?
Paradossalmente il contrario. La tensione con un grande fornitore di combustibili fossili ha dato una spinta enorme alle rinnovabili nel Mediterraneo, in nome dell’autonomia energetica. Nel brevissimo periodo c’è stata la corsa al gas, ma poi è nato un grande progetto di integrazione dei sistemi energetici euro-mediterranei, basato su sole, vento, reti condivise. Se l’Europa vuole decarbonizzare entro il 2050, deve valorizzare il potenziale solare della sponda sud, l’eolico dei Balcani, costruire vere interconnessioni. Il rapporto tra guerre e clima è complesso. Il cambiamento climatico destabilizza le società più povere. L’unica economia compatibile con la struttura del pianeta è un’economia più giusta, che rimuova molte cause dei conflitti. Nel Mediterraneo le fasce climatiche si stanno spostando rapidamente a nord: tra una decina d’anni il sud dell’Europa avrà un clima che non sa gestire. Chi lavora nel vitivinicolo vede lo spostamento delle colture verso nord. È il riconoscimento dell’interdipendenza: a nord servirà sapere, per esempio, come si coltiva l’olio di argan, a sud altro. Se il Mediterraneo condivide energia, sicurezza alimentare, tecnologia e riconoscimento dei titoli universitari, crea un’economia più riequilibrata. Il Mediterraneo è in pericolo non solo per gli impatti climatici previsti, ma perché è asimmetrico, un’area divisa in ricchi e poveri: gli stessi eventi estremi, in una zona omogenea come distribuzione del reddito, non sarebbero così minacciosi. È un legame strutturale: tutto ciò che costruisce giustizia protegge l’ambiente e crea le premesse per la pace; tutto ciò che costruisce pace implica giustizia e tutela della natura. Un’equivalenza non ancora colta dalle COP.
Nel 2021 gli investimenti sostenibili erano balzati dall’1% al 26% e si prevedeva che avrebbero superato il 50%. Ora la finanza sta cambiando rotta?
Non c’è un cambio di rotta ma un rallentamento, dovuto a un contesto internazionale più competitivo. La finanza continua a puntare sulle rinnovabili, forse non perché salvano il pianeta ma perché offrono maggiore sicurezza e spesso rendimenti migliori. Non c’è più l’accelerazione del tempo del Green Deal europeo, quando BlackRock, il più grande gestore di investimenti al mondo, aveva annunciato l’uscita da quelli non sostenibili. Questo grande slancio non si sente più, il tasso di crescita è rallentato. Ma la fiducia verso la sostenibilità resta. Si è capito che puntare su investimenti di puro sfruttamento espone a enormi rischi, anche non commerciali, come conflitti e rivolte. Conviene orientarsi su imprese che sembrano meno competitive perché introitano costi maggiori, ma hanno buone relazioni con i dipendenti e il territorio e proteggono la catena di approvvigionamento. Lo tsunami non c’è più, ma la fiducia sì.
Lo spartiacque non è stata l’aggressione russa all’Ucraina?
Non credo. La frammentazione e i conflitti che hanno riportato in auge la mentalità competitiva sono cresciuti ovunque. L’aggressione russa all’Ucraina è molto visibile e minacciosa per noi europei, ma è parte di una tendenza più ampia.
Bill Gates invita a concentrarsi soprattutto sull’adattamento ai cambiamenti climatici, riducendo l’enfasi sulla mitigazione, cioè il taglio della causa principale, le emissioni di gas serra.
Non condivido il modo in cui si esprime, ma c’è una verità profonda. Anche la nostra organizzazione dei Paesi del Mediterraneo ha chiesto l’accelerazione sull’adattamento, non per cinico realismo ma perché siamo vicini a punti di collasso. Le comunità fragili, sotto pressione, si disorganizzano e non possono più occuparsi dell’ambiente. Chi è in emergenza non pensa al domani: il non adattamento implica l’incapacità di mitigazione. Se vogliamo che tutti restino in grado di contribuire alla mitigazione, serve l’adattamento a quanto sta già cambiando. Il buon adattamento implica la mitigazione e viceversa. La contrapposizione non esiste, se non in una visione puramente tecnologica. La crisi climatica non si risolve solo con pannelli solari e auto nuove, ma con la dimensione sociale e l’attivazione della natura: servizi ecosistemici, non surrogati tecnologici. Se manca l’acqua, posso scavare un pozzo che esaurisce le falde, oppure proteggere la foresta che catalizza l’acqua. Il vero adattamento è tutelare la natura nelle sue funzioni, migliori di qualunque tecnologia. Salvaguardare la foresta per avere acqua significa anche mitigazione. E le forme di adattamento sociale che funzionano portano sempre anche alla mitigazione.
Nel 2022 Giorgia Meloni aveva definito l’Italia “il paradiso delle rinnovabili”. Eppure, nei primi dieci mesi del 2025 il ritmo di installazione di nuovi impianti è diminuito del 27%.
Diffido degli ultimi trend: possono dipendere da contingenze, ritardi regolamentari o adeguamenti culturali da compiere. In Italia la situazione è molto avanzata. Ci sono fasi di accelerazione, altre in cui dobbiamo capire, per esempio come funzionano le comunità energetiche. Ma restiamo motori tecnologici e di innovazione, sperimentatori. Nonostante il debito pubblico, ci siamo ricavati una porzione di rinnovabili molto dignitosa. Altri Paesi mostrano percentuali maggiori perché hanno condizioni più favorevoli: il confronto con la Danimarca, per esempio, un Paese su un oceano
spazzato dal vento e con territori poco abitati, vale poco. L’Italia ha un’alta densità di popolazione e strutture di comportamento antiche. In teoria avremmo dovuto essere il fanalino di coda, invece siamo punta di lancia dell’innovazione tecnologica e di mercato.
Ha aperto il corso su YouTube “Sostenibile Conviene”. Come sta andando?
È un’iniziativa gratuita e accessibile a tutti: nasce dalla consapevolezza che la sostenibilità, pur non difficile, è poco conosciuta. Nelle scuole riscontro la difficoltà dei docenti a organizzare un insegnamento coerente, perché la materia non è parte del loro bagaglio formativo. L’obiettivo è offrire uno strumento utile al pubblico, soprattutto scolastico. Sono quattordici video tra mezz’ora e un’ora, già con un buon riscontro.


