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Chitarre in evidenza e autolesionismo, i Jellygoat presentano il nuovo album Hearts/Scars

L’intervista a Alessio Corrado, cantante, chitarrista e principale songwriter del gruppo

Ho inserito per gioco in Google Gemini il titolo assai evocativo dell’ultimo album dei Jellygoat, Hearts/Scars, ed ecco cosa ne è uscito: “Cicatrici del cuore si riferisce a ferite emotive metaforiche causate da traumi, amore, dipendenza o perdita, spesso esplorate in libri e poesie sulla guarigione, ma può anche letteralmente significare cicatrici miocardiche causate da intenso stress fisico o danni cardiaci in contesti medici. Rappresenta il dolore persistente ma anche il potenziale di recupero, simboleggiando un cuore che ha attraversato difficoltà, ma continua a battere, trovando forza nella fragilità”. Niente male per una band che riprende, facendole sue, le tematiche e le sonorità del rock più emotivo e vulnerabile di sempre, quel grunge che trent’anni fa ha segnato per sempre la fine di glam, capelli cotonati e fuseaux sgargianti. Ne parliamo con Alessio Corrado, cantante, chitarrista e principale songwriter del gruppo.

Quando e come sono nati i Jellygoat?

Tra il 2011 e il 2012. Avevo deciso di smettere, dopo un precedente progetto. Poi ci ho ripensato, ed è nata questa band. Io sono di Rho, il batterista di Parabiago, il chitarrista di Bergamo e il bassista è un lucano trapiantato a Como. Generalmente proviamo a Monza, ma non abbiamo una vera base.

C’è una marmellata allucinogena anche dietro al vostro nome, come nella leggenda all’origine dei Pearl Jam?

Il nostro nome è nato per caso: avevamo questo giochino di terminare le prove scegliendo due parole a caso, che sarebbero diventate il nome della band per quella settimana. Poi arrivò un concerto, ci serviva un nome, e rimase Jellygoat. Per poco non fu Jellypope. Riguardo alla storia della marmellata, avevo un nonno che si chiamava Pietro, e faceva il pane più buono della città: per quel motivo la mia band del liceo si chiamava Stone Bread.

Parlaci di quest’ultimo disco.

Questo disco è stato composto nella sala prove dei Circus Punk a Seregno, dopo una gestazione piuttosto lunga. L’ultima canzone l’ho scritta mentre stavamo registrando il disco precedente. Da lì, però, ci sono stati vari cambi di formazione. Avevamo iniziato a registrare alcuni pezzi prima del Covid. Poi, giusto prima del lockdown, un concerto andato malissimo mi aveva fatto decidere di fermare tutto. Solo che poi, stando chiuso in casa tre mesi e con alcune tracce già registrate, ho deciso di finire una specie di preproduzione e ho scritto le cose che mancavano. Quando hanno “riaperto”, nell’arco di qualche mese si sono uniti alla band un nuovo bassista e un nuovo chitarrista; abbiamo fatto qualche mese di prove e siamo andati a registrare al Trai Studio di Inzago, dal buon Fabio Intraina. Il disco è stato poi masterizzato a Nashville (a parte la versione vinile, che è sempre opera di Fabio Intraina). Su Bandcamp esiste anche un bootleg registrato dal vivo, che contiene quasi tutte le tracce.

Jellygoat

Quali sono le vostre influenze?

Beh, ovviamente il grunge di Seattle è molto importante per la mia scrittura, ma anche per tutta la band. E poi Beatles, Sabbath, Zeppelin, eccetera. Ma ascoltiamo tantissima musica diversa.

Cosa spinge una band o un artista a scrivere, registrare e suonare dal vivo musica originale? 

È una cosa naturale, come mangiare o respirare. L’importante è cercare di fare sempre qualcosa di nuovo.

Quanto è rilevante il grunge / post-grunge negli ultimi vent’anni?

Il grunge è stato l’ultimo grande movimento rock con un’anima. Oggi è un ricordo per cinquantenni e un mito per qualche giovane, ma a livello di music business ormai è roba di nicchia. Ovviamente parlo del resto del mondo, qui da noi è solo autolesionismo (ride). Il post-grunge non ho mai capito bene cosa sia.

Quanti di voi avrebbero voluto nascere negli States a metà degli anni ’60 per sfondare nei primi ’90?

Non saprei. Comunque non credo sia stato un periodo facile. Hai letto la biografia di Mark Lanegan?

Nel vostro genere la chitarra è lo strumento principale. In che modo decidete chi suona cosa, e con quale strumentazione?

Le canzoni che scrivo nascono tutte con chitarra acustica e voce, anche quelle più rock. Il che è un vantaggio, perché ci permette di adattare gli arrangiamenti a seconda di dove andiamo a suonare: dall’unplugged all’elettrico a volume smodato.

Digitale o analogico?

Io porto il mio Fender Deville da trenta chili pure in sala prove. In linea di massima, siamo al cento per cento analogici, senza pregiudizi verso il digitale ma, almeno per ora, restiamo all’antica.

Se poteste girare un video con un famoso regista o videomaker, italiano o straniero, chi scegliereste?

Direi Jim Jarmusch. Se proprio non fosse disponibile, ci accontenteremmo anche di Martin Scorsese (ride).

Mi nominate un disco dal vivo, uno a testa, che vi ha cambiato la vita?

Dylan Carrara (chitarra elettrica) è andato subito su The Song Remains the Same, disco che fin da bambino lo ha introdotto alla nobile arte della Les Paul. Jeff Di Fazio (basso) era indeciso tra alcuni degli MTV Unplugged, con una propensione verso quello degli Alice in Chains. Gianluca Carioti (batteria) oscilla tra Made in Japan dei Deep Purple e Off the Map dei Red Hot Chili Peppers. Io non amo granché i dischi dal vivo, ma mi viene in mente The Rolling Thunder Revue di Bob Dylan. Ma se parliamo di album che cambiano la vita, e se devo essere sincero, il mio è Alé-oó di Claudio Baglioni, del 1982. È stata la prima cosa che ho cantato, credo di saperlo a memoria tutt’oggi. Ma non diciamolo a nessuno (ride).

Cosa vi riserva il futuro?

Aspettiamo questo famigerato ritorno del rock, che in tanti profetizzano da almeno vent’anni. Sicuramente nascerà qualche altro brano: ce ne sono tanti in cantiere nella mia testa, ma devo trovare lo stimolo per finirli. Probabilmente non ci saranno più album veri e propri: a quanto pare oggi si fanno singoli e si danno in pasto agli algoritmi. Anche perché i costi di produzione e promozione sono piuttosto alti, se si vogliono fare le cose per bene. Mi piace pensare come anche nei periodi più floridi della musica andassero i singoli: i 45 giri, i jukebox. Sarebbe bello se la soglia di attenzione del pubblico e la ricerca dell’originalità tornassero quelle di allora.