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Quando la Cina richiama a casa i suoi soldi: chi ci perde e chi ci guadagna tra azioni e obbligazioni

Se la Cina ritirerà gradualmente i propri investimenti, soprattutto dagli Stati Uniti, il risultato potrebbe essere un trasferimento di ricchezza forzato di proporzioni storiche: migliaia di miliardi che lasciano Wall Street e la City per rientrare a Shanghai e Shenzhen

Per vent’anni abbiamo dato per scontato che Pechino comprasse un po’ dei nostri titoli di Stato e le nostre azioni migliori, tenendo bassi i rendimenti e alti i multipli. Era il patto silenzioso della globalizzazione: noi consumiamo, loro risparmiano e finanziano. Ebbene, quel patto potrebbe finire presto. Se la Cina ritirerà gradualmente i propri investimenti, soprattutto dagli Stati Uniti, il risultato potrebbe essere un trasferimento di ricchezza forzato di proporzioni storiche: migliaia di miliardi che lasciano Wall Street e la City per rientrare a Shanghai e Shenzhen. Chi capirà prima la direzione di questi flussi non dovrà inseguire i mercati: li precederà.

Si chiude una settimana che ha visto i principali mercati azionari seguire le notizie le macro economiche.
Notizie che hanno riguardato in particolare la manifattura, sia in Europa che negli Stati Uniti. In Europa il PMI manifatturiero di novembre è stato leggermente inferiore delle attese (49,6 punti contro 49,7 punti atteso) e in flessione rispetto ai 50 punti di ottobre. Da notare come la manifattura si mantenga in territorio negativo e fatichi a riportarsi sulla via della crescita.
Di diverso tenore la manifattura statunitense il cui PMI di novembre (52,2 punti contro 51,9 atteso e 52,5 punti di ottobre), pur se in flessione rispetto ad ottobre, si mantiene sopra la soglia dei 50 punti. Inferiore alle attese l’ISM manifatturiero a novembre (48,2 punti contro 49 atteso e 48,7 di ottobre). Come noto, la differenza tra i due indicatori sta nell’ente che lo pubblica, nella metodologia di calcolo e in alcuni dettagli interpretazione. L’ISM è l’indicatore più seguito dalla FED. Un livello superiore a 42,7 punti e considerato storicamente compatibile con la crescita del PIL (a differenza dei 50 punti del PMI).

Gli investitori non hanno preso una posizione decisa, in attesa di capire la mossa della Fed nel meeting di mercoledì 10 dicembre. Come noto, la Fed ha già tagliato i tassi due volte quest’anno, ponendo l’indebolimento del mercato del lavoro al centro delle sue decisioni e lasciando in secondo piano l’inflazione. La banca centrale teme che il mercato del lavoro possa indebolirsi ulteriormente, quindi si sono resi necessari tagli dei tassi per “gestione del rischio”.

Per il meeting del 10 dicembre i mercati stanno per lo più scontando un taglio di 25 bps. Non siamo d’accordo con i mercati: per quale motivo la Fed dovrebbe “rovinare” il lavoro sull’inflazione degli ultimi 18 mesi, tra l’altro con i pieni effetti dei dazi in arrivo. Sul mercato del lavoro continuano a vedere un raffreddamento (niente assunzioni, niente licenziamenti) che darà alla Fed spazio per continuare a ridurre i tassi di riferimento nel 2026. Attualmente infatti il tasso di disoccupazione è al 4,4%, decisamente minore della media degli ultimi 30 anni, pari al 5,7%.
I principali indici italiani hanno chiuso la settimana tutti in territorio positivo. Il FTSE MIB è cresciuto dello 0,17% (+27,05 dall’inizio dell’anno), il FTSE ITALIA STAR dell’1,02% (+7,98% dall’inizio dell’anno) e il FTSE ITALIA GROWT dello 0,67% (+7,45% dall’inizio dell’anno).

Miglior titolo della settimana Stellantis (+14,18%), a seguito delle parole del CEO durante la Goldman Sachs Industrials & Autos Week che, oltre a vedere segnali concreti e incoraggianti per il gruppo nel mercato statunitense, ha comunicato la volontà di rivedere completamente la strategia sull’elettrico.

Medaglia d’argento per Stmicroelectronics, (+13,63%) grazie al report di Banca Akros che ha alzato il rating ad “Accumulate” da “Neutral”, e alzato il target price a 25 euro (da 24,5) per azione.
Terzo miglior titolo della settimana Amplifon (+4,60%) nonostante il report di Goldman Sachs che ha mantenuto il rating “Neutral” e rivisto al ribasso il target price a 14 euro (da 14,5) per azione, che comunque risulta superiore al prezzo di chiusura di venerdì 5 dicembre, pari a 13,885 euro per azione.
Titolo peggiore della settimana Banca MPS, che lascia sul campo il 7,24%. Gli investitori continuano ad essere cauti dopo le notizie dell’inchiesta della procura di Milano sull’offerta pubblica di acquisto e scambio con cui Mps ha portato sotto il proprio controllo Mediobanca. Secondo gli atti citati in varie ricostruzioni, i magistrati ipotizzano i reati di aggiotaggio, manipolazione di mercato e ostacolo all’attività di vigilanza. Il cuore dell’accusa è l’esistenza di un “concerto occulto”, ovvero un’azione coordinata che avrebbe usato Mps come leva per conquistare Mediobanca e, tramite essa, aumentare il peso su Generali.

Secondo peggior titolo della settimana, Italgas (-4,29%), dopo che Morgan Stanley ha ridotto il rating a “Equalweight” da “Overweight” e lasciato invariato a 10 euro per azione il target price.
Terzo peggior titolo della settimana Recordati (-4,03%). Il titolo rifiata dopo lo stacco dell’acconto del dividendo 2026, pari a 0,63 euro per azione, avvenuta il 24 novembre scorso.

Un movimento finanziario che, in silenzio, sta cambiando la geografia dei capitali globali più di qualsiasi annuncio di Trump sui dazi o di Lagarde sui tassi. Si chiama “repatriation of overseas capital” e sembra che la moral suasion di Pechino sia sempre più pressante.
Di quanto denaro stiamo parlando? Secondo i dati della People’s Bank of China tra il 2018 e il picco del 2022 i capitali cinesi investiti fuori confine hanno raggiunto i 2.850 miliardi di dollari. Di questi: 1.320 miliardi in titoli di Stato e agenzie USA (Treasury, Fannie Mae, Freddie Mac) 680 miliardi in azioni quotate (soprattutto USA, Hong Kong, Singapore) 420 miliardi in real estate commerciale (uffici a New York, Londra, Sydney) 430 miliardi in private equity e fondi infrastrutturali.

La prima ondata di rimpatrio c’è stata nel 2023-2024 (circa 580 miliardi già rientrati) e di fatto ne resterebbero ancora 2.270 miliardi da “richiamare”. Il trend proseguirà anche nel 2026? Probabilmente si. Tradotto, nei prossimi 18/24 mesi potrebbero uscire dai mercati occidentali tra 80 e 130 miliardi di dollari al mese. Una vendita ordinata, ma inarrestabile. Cerchiamo di capirne i principali effetti.

Effetto n. 1 – I Treasury USA perdono il loro compratore sistemico

Per vent’anni la Cina è stata il “buyer of last resort” dei Treasury a lunga scadenza. Oggi detiene ancora circa 750 miliardi (erano 1.317 nel 2013). Gli analisti calcolano che ogni 100 miliardi di vendite cinesi facciano salire il rendimento del Treasury 10 anni di circa 12-15 punti base, a parità di altre condizioni. Se nel 2025-2026 Pechino dovesse vendere altri 400-500 miliardi, il rendimento del 10 anni americano potrebbe facilmente portarsi tra il 4,60% e il 5,10% anche se la Fed taglia i tassi. In termini pratici i famosi “bond vigilantes” non saranno un banchiere centrale, ma un burocrate di Pechino.

Effetto n. 2 – Vendite mirate sulle Big Tech USA

I fondi cinesi (tramite strutture di Hong Kong, Singapore e Isole Cayman) sono tra i primi 20 azionisti di Apple (1,8%), Microsoft (1,4%), Nvidia (2,1%), Tesla (3,9% tramite veicoli di Baillie Gifford e BlackRock che incorporano quote cinesi). Le vendite forzate non saranno “panic selling”, ma ordini block di decine di milioni di azioni ogni settimana. La stima degli analisti prevede un impatto medio del -15% sui titoli Magnificent Seven nel 2025 solo per questa causa tecnica. Chi ha portafogli concentrati su Nasdaq 100 dovrà prepararsi a una volatilità che non deriva dalla variazione degli utili, ma dalla nazionalità dell’azionista che vende.

Effetto n.3 – L’Europa diventa il safe-haven relativo

Quando i capitali escono dagli USA, una parte significativa non torna tutta in Cina: cerca lidi alternativi. I Bund tedeschi e i BTP italiani potrebbero essere tra i primi beneficiari. Il flusso netto verso bond eurozona investment grade è già salito di 78 miliardi nei primi 11 mesi 2025 (dati EPFR Global). Questo potrebbe far scendere ulteriormente lo spread BTP-Bund 50-60 punti base nel 2026. Il rendimento del BTP 10 anni dovrebbe rimanere stabile tra 3,10% e 3,40% anche se i tassi globali salgono.

Come posizionarsi oggi (portfolio resiliente al “China recall”)

Secondo diversi analisti, se lo scenario fosse quello sopra delineato, l’allocazione potrebbe essere la seguente:
– Azioni (45% del portafoglio): 20% banche/assicurativi Europa, 10% difesa e aerospazio Europa, 8% ETF A-share Cina, 7% commodity equities;
– Obbligazioni (40%) di cui 18% BTP e CCTeu 2028-2033, 12% corporate investment grade euro (duration < 6 anni), 6% bond cinesi onshore in yuan, 4% inflation-linked eurozona;
– Liquidità e oro (15%), 10% depositi a 3-6 mesi (4,2 – 4,5% in euro);
– 5% oro fisico o ETC (copertura contro il “risk-off” da vendite cinesi)

Il grande rimpatrio cinese non è una speculazione da conferenze, ma sembra essere già in corso. Per la prima volta dopo trent’anni, il mercato obbligazionario globale potrebbe imparare a vivere senza il compratore sistemico numero uno.
Chi capisce per tempo che il “decoupling” non è solo commerciale ma anche finanziario avrà un vantaggio competitivo enorme nei prossimi 18-24 mesi. I soldi cinesi tornano a casa e per qualcuno sarà un problema., Viceversa, per chi si riposiziona oggi, potrebbe essere la più grande opportunità di rotazione dagli anni ’90.

Antonio Tognoli testinaAntonio Tognoli

Ho iniziato a lavorare come analista finanziario nel 1983, occupandomi di economia e politica economica e nel frattempo mi sono laureato in scienze bancarie, finanziarie e assicurative. Oggi mi occupo di analisi macroeconomica all’interno di Corporate Family Office – CFO SIM. Giornalista pubblicista, docente ai corsi post laurea de “24Ore Business School” e dell’Associazione Italiana per l’Analisi Finanziaria – AIAF e co-autore del libro Analisi Finanziaria e Valutazione Aziendale, a cura di Franco Pedriali.