Logo

Temi del giorno:

“Pignasecca e Pignaverde”, Solenghi è un ottimo “avaro xeneize” nel ricordo di Govi

Al Donizetti, fino al 14 dicembre, lo spettacolo inaugurale della Stagione di Prosa, con l’attore che interpreta un padre “parsimonioso” capace di spaziare tra comicità e momenti di riflessione

Bergamo. Un “avaro xeneize”, uno stereotipo teatrale e culturale più in generale, che può ritrovare un briciolo di umanità nel riconoscere sentimenti che non sono quantificabili. Ben interpretato da Tullio Solenghi, Felice Pastorino è l’avaro genovese protagonista di “Pignasecca e Pignaverde”, commedia scritta da Emerico Valentinetti, spettacolo inaugurale della Stagione di Prosa 2025-2026 della Fondazione Teatro Donizetti, in scena al teatro cittadino fino a domenica 14 dicembre, ad esclusione di lunedì 8.

Adattata in due atti dallo stesso Solenghi (anche regista) e da Margherita Rubino, la commedia (una produzione Teatro Sociale di Camogli e Teatro Nazionale di Genova) riprende l’eterno archetipo dell’avaro e lo traduce in dialetto genovese, raccontando quella che è caratteristica stereotipata dei genovesi: l’avarizia.

Una caratteristica che Tullio Solenghi preferisce ironicamente chiamare “parsimonia”, cifra distintiva della satira del protagonista che, all’interno del proprio microcosmo genovese, trova ideale “partner in crime” in Alessandro Raffo (un preciso e asciutto Mauro Pirovano). I due sono paragonati alla struttura vegetale, già allo stato legnoso. Pignasecca che non dà pinoli l’uno, Pignaverde, ancor più avaro, l’altro: riprendono così i nomi dei personaggi protagonisti del poemetto “I doì aväi” del poeta ligure Martin Piaggio. Una coppia di avari che, in scena, rende tutto ancor più ironico negli scontri verbali tra i due.

Per entrambi, ciò che conta è il denaro e il risparmio necessario per accumularne sempre più. In questo senso, Felice Pastorino decide il matrimonio tra la figlia Amalia (Laura Repetto, personaggio sensibile e sempre più determinato nel corso della narrazione) e il cugino Alessandro. La ragazza però vuole sposare Eugenio Devoto (Matteo Traverso), suo ex spasimante, tornato da poco a Genova da Buenos Aires insieme al milionario datore di lavoro Manuel Aguirre(Stefano Moretti). Un confronto che Felice decide di risolvere esclusivamente su basi economiche. Provano a farlo desistere, consci dell’amore vero tra Amalia ed Eugenio, la moglie ironica e consapevole Matilde (Claudia Benzi), l’esuberante figura comica della domestica Lucia (Stefania Pepe) e il padrone di casa, con la sua bonaria determinazione, Isidoro Grondona(Roberto Alinghieri).

Personaggi che si muovono sempre in maniera coerente rispetto al centro nevralgico che è la figura di Felice. Una forza centripeta capace di dosare, così come nella sceneggiatura, comicità pura a lati umani più sfaccettati. Tullio Solenghi si alterna con abilità tra momenti comici ed altri più malinconici, facendo dell’archetipo una Maschera della Commedia, con il ricordo anche fisico dell’attore genovese Gilberto Govi, (il trucco è di Bruna Calvaresi) legato alla sua città ed a questo personaggio in modo particolare. Importante in questo senso è l’utilizzo della cadenza genovese e delle inflessioni vocali che, come ha spiegato ironicamente lo stesso Solenghi, “funzionano egregiamente anche all’estero”.

La sceneggiatura scorre infatti senza alcun intoppo di tipo linguistico, ben recitata all’interno di un’opera che vede una predominanza dei dialoghi, ben punteggiati dalla musicalità del dialetto genovese. La recitazione sottolinea l’avarizia del protagonista fino a portarla al paradosso, che trova degno (e divertente) compimento nei confronti tra Felice e Alessandro. Tullio Solenghi e Mauro Pirovano mettono in scena continui confronti verbali realizzati con perfetti tempi comici che lasciano trasparire una complicità attoriale totale: da ricordare, tra le tante, la scena dell’accensione del sigaro, un piccolo gioiello di recitazione.

Il tutto rappresentato all’interno dell’unità scenica di un interno borghese (il progetto scenografico è di Davide Livermore), con le pareti austere, caratterizzato dal grigio e dalle sue sfumature, colori freddi che possono indicare una certa cupezza della borghesia che, nel rincorrere successo e denaro, ha perso di vista ciò che è realmente importante. Uno spazio essenziale, che lascia spazio alle vicende narrate del quotidiano.

Sfumature di grigio che si colorano grazie alla forza pura ed autentica dell’amore, impossibile da barattare con somme in denaro. Colori caldi che ritrovano il nucleo sgangherato ma autentico rappresentato dai personaggi, che si riuniscono nella loro parva quotidianità di fronte ad un televisore. L’anno è il 1958, a Sanremo vince Domenico Modugno con “Nel blu, dipinto di blu”: un colore che parla, finalmente, di sentimenti ed emozioni non quantificabili.