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Carrara, la replica di Piccinelli a Gandi: “Il quartiere va tutelato”

Dopo il botta e risposta degli scorsi giorni, la famiglia “vicina di casa” della pinacoteca replica al vice-sindaco del Comune di Bergamo

Leggendo le parole dell’assessore alla Cultura e vicesindaco Sergio Gandi, verrebbe da pensare che a qualcuno sfugga dove si trovi l’Accademia Carrara.

Glielo ricordiamo volentieri: non è sospesa in un limbo astratto fatto solo di premi, convegni ed eventi, ma sta dentro un quartiere reale, abitato da persone in carne e ossa, gravato da plurimi vincoli monumentali e paesaggistici, dove valgono ancora concetti basilari come salute, diritto al riposo, qualità della vita dei residenti, tutela dei valori storici che tipizzano il borgo rendendolo unico.

Non è dunque una “via privata” dei Piccinelli, come lascia intendere l’assessore. È un pezzo di uno dei quartieri più antichi della nostra città tutelato da norme e vincoli, dove il Comune dovrebbe essere il primo custode dell’equilibrio fra interesse pubblico e interessi privati. Proprio per questo, le “plurime iniziative giudiziali” cui Gandi allude con malcelato fastidio sono state promosse non solo perché “ci sentiamo lesi nei nostri diritti”, ma perché abbiamo riscontrato – supportati da tecnici di alto profilo – violazioni di legge su un bene che appartiene all’intera comunità, non a noi.

Oggi due procedimenti penali sono stati avviati proprio su quelle questioni: dal rendering “edulcorato” contestato al progettista, alle difformità edilizie e paesaggistiche del nuovo collegamento e delle terrazze.

Non spetta a noi scrivere sentenze – e infatti non lo abbiamo mai fatto – ma è un fatto che la Procura della Repubblica abbia ritenuto meritevoli di processo i temi sollevati sin dal primo esposto. Il minimo che ci saremmo aspettati da un amministratore sarebbe stato un soprassalto di attenzione: “Se la magistratura ha ritenuto che quelle contestazioni non fossero fantasie, forse qualcosa non torna. Verifichiamo, correggiamo, rimediamo”.

Invece no. L’assessore ha preferito liquidare tutto con l’etichetta comoda della “battaglia privata”, attribuendoci addirittura “aggressività”, mentre lui – a sentirlo – si limiterebbe ad “attendere fiducioso” l’operato dei giudici.

Ecco, questo è un punto decisivo.

Il Comune di Bergamo non è uno spettatore che può permettersi di “aspettare la fine del film” mangiando pop‐corn davanti alle aule di giustizia. Il Comune è parte lesa nelle ipotesi di reato edilizio e paesaggistico che riguardano il proprio patrimonio e il proprio territorio. È il soggetto che ha speso oltre 3 milioni di euro di fondi pubblici per le opere finite oggi al vaglio dei giudici; è il soggetto che deve costituirsi parte civile; è il soggetto che deve verificare se il procedimento autorizzativo sia stato corretto, se le opere siano conformi, se quanto realizzato tuteli davvero l’interesse pubblico.

Su tutto questo, dall’assessore non abbiamo sentito una sola parola concreta. Nessuna autocritica, nessuna ammissione di possibili errori nell’iter amministrativo, nessun impegno a fare chiarezza. Il vicesindaco trova il tempo e l’energia per attaccare i cittadini che segnalano le criticità, ma non sembra avere la stessa energia per spiegare come intenda, lui, difendere l’Accademia e il quartiere dalle possibili conseguenze di quelle irregolarità.

Non è la prima volta. Quando, dopo il primo esposto, la vicenda approdò in Consiglio comunale, l’assessore Gandi rispose con toni perentori che andava tutto bene, che il rendering non aveva particolare rilievo tecnico e che gli organi deputati avevano svolto approfonditi controlli. Oggi sappiamo che proprio quel rendering è finito al centro di un capo d’imputazione per falso ideologico, e che la normativa nazionale considera la foto‐modellazione realistica (i.e. rendering) elemento essenziale della valutazione paesaggistica. Facciamo una domanda semplice: sulla base di quali informazioni l’assessore, nel 2024, ha potuto affermare con tanta sicurezza che fosse tutto regolare? Forse, prima di mettere sotto processo le intenzioni dei vicini, sarebbe stato opportuno mettere alla prova la solidità delle proprie convinzioni.

C’è poi il passaggio in cui l’assessore bolla come “caricaturali” le nostre espressioni – la “succursale di LasVegas”, il “locale serale e notturno”, il “parco commerciale all’aperto”. Quelle immagini sono semplicemente il modo più diretto per dire ciò che chiunque può constatare affacciandosi una sera su via della Noca: luci, plateatici, musica, affollamento in uno spazio vincolato a pochi metri dalle case. Se questo è “caricaturale”, allora significa che la realtà, a Bergamo, è diventata più scomoda delle metafore.

Quanto alla destinazione, l’assessore insiste nel definirlo “servizio funzionale al museo”, ma gli atti raccontano altro: prima si è dichiarato un grande locale di ristorazione con eventi e plateatici ben oltre la misura di una caffetteria museale, poi la SCIA è stata “ripulita” e rivestita di un generico “sviluppo culturale”. Più che un servizio al museo, appare come un’operazione commerciale a pieno titolo, oggi coperta da un’etichetta culturale di facciata.

Nel frattempo, basta incrociare orari e dati di affluenza per cogliere l’evidenza: non solo il “picco” degli avventori cade a museo chiuso, ma la maggior parte della frequentazione reale del bistrot si concentra proprio quando la pinacoteca ha già chiuso i cancelli. In altre parole: il locale ad accesso autonomo lavora soprattutto senza la pinacoteca, non al servizio della pinacoteca. Se questo è un “servizio funzionale al museo”, allora il termine “funzionale” ha assunto, a Bergamo, un significato piuttosto creativo.

L’assessore minimizza anche gli orari, sostenendo che il locale “ospita persone nel corso della giornata e anche la sera, ma mai la notte”. Evidentemente l’assessore non conosce ciò di cui parla. Questi i dati pubblicati sul sito della stessa Accademia Carrara: chiude alle 17.30 dal lunedì al venerdì e alle 18.00 il sabato e la domenica, mentre il Bu Bistrot il giovedì è aperto fino a mezzanotte e il venerdì e il sabato fino all’1.00 di notte (attualmente siamo in inverno, nella bella stagione gli orari erano ancora più estesi). Dunque, le fasce di massima attività del bistrot non coincidono con l’orario della pinacoteca, ma lo superano abbondantemente, proprio quando le sale sono chiuse e il quartiere dovrebbe poter tornare alla quiete. Per chi abita a pochi metri, l’una di notte non è “sera”, è notte piena. E lo è ancor di più quando in quelle ore e oltre – come accaduto la scorsa estate – si svolgono eventi di varia natura, compresa una festa di compleanno con dj set, urla, schiamazzi e bestemmie gridate a gran voce, tanto da costringerci a presentare ulteriore denuncia, supportata da video eloquenti.

Che tutto questo avvenga in un’area la cui destinazione è “servizio culturale a favore del museo” è, agli occhi di chiunque non indossi occhiali ideologici, un controsenso clamoroso. Anche se qualcuno volesse liquidarla come una “battaglia privata”, la nostra è una battaglia che ha come posta in gioco l’ambiente, il paesaggio, la cultura, i complessi monumentali di borgo Pignolo San Tomaso e il patrimonio d’arte e storico della città. La vera contrapposizione è tra chi chiede che quei luoghi restino fedeli alla loro vocazione pubblica e culturale e chi, nelle scelte compiute e difese fino ad oggi, ha accettato di piegarli a una logica di sfruttamento commerciale e di massimizzazione degli incassi privati. Allora la vera domanda è un’altra: chi è davvero “contro l’Accademia Carrara”?

Chi segnala che le norme paesaggistiche, culturali, urbanistiche, monumentali e acustiche potrebbero essere state violate e chiede che si faccia chiarezza, oppure chi – potendo e dovendo custodire e vigilare – si limita a dire che “va tutto bene”, salvo poi trincerarsi dietro un attendismo muto quando la magistratura apre due processi sull’ampliamento dell’Accademia Carrara?

Noi continueremo a difendere il diritto di vivere in un quartiere tutelato dal rumore e dal degrado, e a pretendere che luoghi unici come l’Accademia Carrara e il borgo storico di Pignolo San Tomaso – con i loro giardini, la loro storia, la loro immagine, il loro caratteristico aspetto estetico e tradizionale – non vengano sacrificati sull’altare di un’idea distorta di “valorizzazione”, dove il privato brilla di luci e musica fatturando e il pubblico resta sullo sfondo.

Se questo significa, agli occhi dell’assessore, “lesione dell’immagine dell’Accademia”, allora temiamo che siano proprio i ruoli ad essersi invertiti: noi, semplici cittadini, impegnati a difenderne la dignità; chi governa la città, impegnato soprattutto a difendere se stesso dalle proprie scelte.