L'innovazione sociale
Quando l’abito fa il monaco: il design che restituisce autonomia alle persone con emiplegia
Un progetto di ProgettAzione Cooperativa Sociale Onlus per creare abiti belli, funzionali e inclusivi – Il presidente Fondazione della Comunità Bergamasca Osvaldo Ranica: “L’innovazione sociale passa anche da gesti concreti”
Ritrovare la propria autonomia, anche attraverso un gesto quotidiano come vestirsi, può significare riconquistare dignità, libertà e autostima. È questo l’obiettivo del progetto ‘Quando l’abito fa il monaco: design, abbigliamento, emiplegia’, promosso da ProgettAzione Cooperativa Sociale Onlus, con il sostegno della Fondazione della Comunità Bergamasca.
Il progetto nasce dall’ascolto dei bisogni delle persone che frequentano il Centro diurno della Cooperativa e che hanno un’emiplegia acquisita, una condizione che limita i movimenti di un lato del corpo, spesso conseguenza di un danno cerebrale. Per molte di loro, vestirsi da soli diventa un’impresa: bottoni, zip, scarpe e giacche si trasformano in barriere alla vita quotidiana e alla partecipazione sociale.
Dopo una prima fase di ricerca sul tema della moda adattiva, è emerso che esistono molte soluzioni per chi ha perso un arto, ma pochissime per chi convive con l’emiplegia. Da qui l’idea di sviluppare capi studiati ad hoc, con chiusure semplificate, tessuti elastici, materiali sostenibili e un design curato, che non rinunci all’estetica e al piacere di sentirsi in ordine.
La seconda fase del progetto prevede la raccolta delle esperienze dirette degli utenti del Centro Diurno di ProgettAzione, in collaborazione con educatori e caregiver, per capire abitudini, difficoltà e desideri. Seguirà la co-progettazione dei prototipi insieme al laboratorio di sartoria Cardamomo, realtà della cooperativa Il Segno, che lavora con persone con disabilità. Tre utenti – due uomini e una donna – saranno i primi modelli di riferimento per testare e adattare i capi, che potranno essere pronti nei primi mesi del 2026.

“Molte persone con emiplegia hanno un armadio pieno di abiti che non riescono più a indossare”, racconta Sara Roberti, referente del progetto, che ha visto anche il coinvolgimento della dott.ssa Claudia Maggio, responsabile scientifica. “Questo non riguarda solo la praticità, ma anche l’identità e la memoria di sé. Restituire loro un abito adeguato significa ridare spazio alla persona, non solo al paziente”.
Osvaldo Ranica, presidente Fondazione della Comunità Bergamasca: “Sostenere progetti come questo significa credere in una comunità che non lascia indietro nessuno. L’innovazione sociale passa anche da gesti concreti: un abito pensato con intelligenza e sensibilità può migliorare la qualità della vita, restituendo alle persone con disabilità acquisita la libertà di sentirsi sé stesse”.

