La recensione
|“Natale in casa Cupiello”, teatro cum figuris omaggio poetico al classico di Eduardo
L’ottima interpretazione di Luca Saccoia ha visto rivivere al Teatro Sociale i protagonisti del celebre dramma di De Filippo, attraverso pupazzi grazie ai quali la poesia del teatro si fa speranza per un’umanità rinnovata
Bergamo. La poesia del teatro, idealmente racchiusa in un presepe, emblema di una natura ciclica, spazio sicuro dal quale osservare rapporti disgregati che si ritrovano. Poesia protagonista di “Natale in casa Cupiello” che giovedì 4 dicembre al Teatro Sociale, all’inaugurazione della nuova Stagione di Altri Percorsi della Fondazione Teatro Donizetti, ha riproposto l’ironia e la malinconia amarezza da sempre insite nel classico di Eduardo De Filippo.
Una riproposizione “cum figuris” (produzione Teatri Associati di Napoli/Interno 5 con il sostegno di Fondazione Eduardo De Filippo e Teatro Augusteo), un incontro tra teatro d’attore e teatro di figura, che ha visto interagire un ottimo Luca Saccoia con sette pupazzi, realizzati con legno, stoffa e cartapesta dallo scenografo Tiziano Fario e animati da un gruppo di manovratori (Salvatore Bertone, Paola Maria Cacace, Simone Di Meglio, Angela Dionisia Severino e Irene Vecchia, che ha coordinato il gruppo).
Luca Saccoia si presenta come Tommasino, nuovo interprete di una tradizione, dopo il “sì” sul letto di morte al padre, all’ormai iconica domanda “Te piace, ‘o presebbio?” nell’opera di Eduardo. Prende così forma, grazie anche all’attenta regia di Lello Serao, un sogno che rievoca il passato, un eterno ritorno di fantasmi dickensiani, nel celebrare un rito religioso e laico allo stesso tempo, un elemento della tradizione che si rinnova in un andamento ciclico che celebra (e indica la via) per una possibile comune rinascita.
Rivivono così il sonno gelato di Luca Cupiello, il caffè amaro di Concetta, i capricci di Tommasino, la collera di zio Pasqualino, le scaramucce amorose tra Ninuccia, il marito Nicola e l’amante Vittorio. Rapporti familiari che si disgregano, nucleo in subbuglio che sembra ritrovarsi nel presepe (anche se “piccolo, ridicolo, meschino”), luogo in fieri che si rinnova continuamente, precisi elementi iconografici che, nel loro strutturarsi e destrutturarsi, trovano un senso di rinascita che è prima personale che collettivo.
In una sorta di rito, Tommasino/Saccoia dona vita e dialoga con i pupazzi, si lascia meravigliare dalle loro storie, si fa narratore, interprete e spettatore. Pupazzi che rimandano al presepe, facendosi pastori, elemento di contorno ad una sacra famiglia che in questo caso, più prosaicamente, viene destabilizzata, per poi disfarsi, attraverso una malinconia eduardiana che prende forma in una dimensione onirica.
La scenografia (sempre di Tiziano Fario) muta nei tre atti, che si fanno anche ideali tre grotte della struttura del presepe. In una scena in penombra, il fondale è dipinto con elementi classici della commedia (come il cappotto dello zio Nicola, ma anche la lettera, il presepe, il letto), che compaiono attraverso uno stile simbolista che sembra avvicinarsi alle opere oniriche di Chagall, con le luci (di Luigi Biondi e Giuseppe di Lorenzo) che illuminano progressivamente gli oggetti, dando anche struttura e spessore agli elementi scenici, sempre all’interno di un contesto materico che si fa poesia. Porte e finestre diventano ulteriori spazi per tableaux vivants, che si animano poi anche attraverso un gioco d’ombre dei pupazzi. Lo spazio scenico, come un presepe da smontare, viene via via smembrato, nel corso dei tre atti, mostrando così parte dell’impalcatura a vista, togliendo spirito ai pupazzi della rappresentazione, che assumono una nuova e drammatica connotazione nel finale.
Una scena in trasformazione, un luogo di passaggio in cui Saccoia mostra tutta la sua capacità d’esecuzione e la versatilità vocale, nel cambiare registro, intonazione e personalità, nel dare voce e caratterizzare i vari personaggi, con modulazioni di volta in volta diverse. Un’esecuzione che è omaggio all’arte scenica, nella riproposizione di uno dei cardini del teatro mondiale, che, grazie ai pupazzi di Saccoia, ritrova la propria magia senza tempo.
Una magia che si fa tale all’interno della struttura presepiale, nucleo necessario in cui rifugiarsi, per ritrovare (e ritrovarsi) in un’umanità sempre poliedrica, ma lontana da ogni conflitto sostanziale o metaforico. Una struttura sempre in perenne trasformazione, che si ritrova nel carattere ciclico del presepe, metafora del rito di passaggio dal passato al futuro, dal vecchio al nuovo, dal distrutto al rigenerato.
Una struttura consapevole di mostrarsi anche nuda, come fragile si mostra la famiglia Cupiello di fronte alle debolezze e ai drammi della vita. Lo spettacolo si confronta allora con la malinconia di fondo del teatro di Eduardo, riproponendone anche i suoni e le frasi iconiche, modificandone parzialmente le premesse senza alterarne la sostanza.
Tommasino rievoca le celebri vicende, ne omaggia l’importanza, fino a voler raccogliere l’eredità di un maestro del teatro, capace di immergere il proprio genio anche all’interno di una riproposizione proprio per marionette della “Tempesta” di Shakespeare, tradotta per essere utilizzata dalla Compagnia Colla.
Risuona, ancora una volta, la domanda del padre a Tommasino: “Te piace, ‘o presebbio?”. La risposta giunge di nuovo, prima titubante, poi affermativa: grazie ad una poesia del teatro in cui ritrovare una personale e piena consapevolezza.


