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Bancarotta da 20 milioni della Lupini Targhe, il pm chiede tre condanne e un’assoluzione

Per la difesa di G. e Z. ci sarebbero gravi lacune documentali per poter ricostruire le presunte operazioni fraudolente contestate dall’accusa: “Tenevano molto all’azienda di famiglia”

Pognano. Quattro anni di reclusione per L. M. G., amministratore di fatto della Lupini Targhe e figura di riferimento anche all’interno della Open Tecnology Trading, e tre anni e otto mesi ciascuna per V. Z., amministratore unico della Lupini Targhe spa dal 2010 alla data del fallimento e P.B., amministratore unico di OTT Italy e legale rappresentante della controllata messicana. Assoluzione con la formula “per non aver commesso il fatto” per M. C., consulente amministrativo della Lupini Targhe e membro del consiglio di amministrazione di OTT Messico: “L’imputato non ha mai svolto un ruolo finanziario all’interno dell’azienda, ma solo di controllo di gestione. Era un mero esecutore”.

Queste le richieste che la pm Carmen Santoro ha formulato nell’udienza di martedì 2 dicembre, nell’ambito del processo per la presunta bancarotta fraudolenta legata al fallimento della Lupini Targhe spa di Pognano, dichiarato il 10 ottobre 2013.

Secondo l’accusa, il dissesto della storica azienda – un tempo leader mondiale nella produzione di marchi ed elementi decorativi in alluminio per il settore automotive – sarebbe stato provocato da “un meccanismo di distrazione patrimoniale imperniato sul ramo messicano della società, con sede a Puebla. La Lupini Targhe è stata progressivamente svuotata attraverso la cessione del ramo produttivo alla Open Tecnology Trading (OTT) Sa de Cv, società che fa riferimento alla famiglia Lupini e al suo entourage”. La vendita, formalizzata nel febbraio 2013, otto mesi prima del fallimento, prevedeva un prezzo di 21,27 milioni di dollari (pari a circa 16,3 milioni di euro), ma solo una parte sarebbe stata realmente corrisposta, “lasciando un ammanco di oltre 20 milioni di euro tra prezzo non incassato e ricavi poi dirottati in Messico”.

Nella ricostruzione della Procura, la cessione del 97% delle azioni della Lupini Targhe Sa de Cv alla OTT sarebbe stata solo formalmente regolare: il contratto, privo di garanzie sull’effettivo pagamento, prevedeva infatti che il passaggio della proprietà avvenisse solo al completamento del saldo, fissato al 30 aprile 2020. Tuttavia, secondo l’accusa, la OTT assunse subito la gestione dell’azienda, segno di una sostanziale continuità tra cedente e cessionario. Il presidente di OTT Messico risulta essere V. B. , marito di V. Z. , elemento che per gli investigatori confermerebbe la vicinanza tra le due realtà societarie. L’impianto accusatorio sostiene che “la struttura messicana fu di fatto utilizzata per drenare ricavi della controllante italiana, privando la Lupini Targhe di liquidità e conducendola al dissesto”.

Il secondo capo d’imputazione riguarda la presunta sottrazione di 8,9 milioni di euro attraverso operazioni contabili ritenute fittizie. Secondo la Procura, “negli ultimi mesi del 2013 – periodo in cui la Lupini Targhe era stata da poco dichiarata fallita e l’azienda affittata alla OTT Italy per traghettare l’azienda e mantenere i posti di lavoro – gli incassi derivanti dalla produzione italiana sarebbero stati incanalati verso la controllata messicana, che li avrebbe poi trattenuti”. Agli atti c’è l’emissione di 31 note di addebito per oltre 4,5 milioni di euro, relative a pagamenti che non sarebbero mai avvenuti, oltre a una fattura da 1,14 milioni per presunte provvigioni di mediazione con case automobilistiche, senza alcun contratto o attività effettiva che giustificasse tale compenso. Sulla base di questo quadro, la pm Santoro ha avanzato le sue richieste.

Secondo l’avvocato Tomaso Cortesi, che difende Z. e G., ci sarebbero gravi lacune documentali in questo processo: “Il procuratore aveva spento il server dove erano archiviate numerose carte e nell’ex fabbrica di Pognano c’era una biblioteca di faldoni che non sono stati registrati”. Secondo la difesa “ciò impedirebbe di ricostruire le operazioni prospettate dall’accusa”.

Quelle contestate, secondo Cortesi, “al tempo erano operazioni valide, dato che il Messico era la fabbrica degli Stati Uniti. Z. teneva molto all’azienda di famiglia, fondata da suo nonno, tanto che aveva garantito anche attraverso il suo patrimonio personale”.

“Questi processi sono fatti con il senno del poi. Non bisogna scambiare il dolo della bancarotta con il rischio d’impresa – ha proseguito l’avvocato -. In quel momento l’investimento era stato fatto in buonafede, così come l’affitto del ramo d’azienda era stato portato avanti per salvare i posti di lavoro dei dipendenti. Le manovre finanziarie contestate rientravano in un progetto di risanamento, nell’ostinata volontà di salvare l’impresa di famiglia”.

Per questi motivi il legale ha chiesto l’assoluzione dei due imputati. Il prossimo 10 febbraio parleranno le difese di B. e C. e in seguito verrà emessa la sentenza.