G20 in Sud Africa e disimpegno americano: la fine del multilateralismo?
Il vertice sudafricano ha mostrato un mondo in trasformazione: emergenti in ascesa, Washington in ritirata
Il 22 e 23 novembre si è tenuto l’atteso summit del G20 in Sud Africa, vertice che riunisce le principali economie del mondo per discutere temi di portata globale, dalla transizione ecologica sino al commercio internazionale ed alla sicurezza.
Accanto alle immagini dei capi di stato e delle rispettive delegazioni, la fotografia che meglio ritrae la situazione attuale è quella che inquadra la sedia vuota riservata al rappresentante degli Stati Uniti: per la prima volta nei suoi 26 anni di storia il G20 vede l’assenza di un membro chiave, quella stessa America che è stata per tanti anni il motore di questa iniziativa, concepita per mettere intorno ad un tavolo i leader della terra e cercare soluzioni ai problemi sempre più interconnessi di un mondo globalizzato.
Gli Stati Uniti sono quindi risultati il grande protagonista di questo summit, attraverso il rumoroso silenzio della propria assenza: formalmente, le frizioni tra gli americani ed il paese ospitante si sono incentrate sulle presunte discriminazioni delle minoranze bianche all’interno del paese sudafricano. Alla prova dei fatti, l’assenza americana si inserisce nel crescente scetticismo a stelle e strisce verso il multilateralismo e le istituzioni che lo rappresentano, e non è inoltre un mistero che le tematiche previste al centro del dibattito fossero poco centrali all’interno dell’agenda dell’amministrazione americana, avendo come perno lo sviluppo dei paesi emergenti e gli investimenti per gestire la transizione ecologica.
Quali che siano le motivazioni dell’assenza americana, questo G20 è partito all’insegna delle polemiche, con le dichiarazioni del presidente sudafricano Ramaphosa che hanno trovato puntualmente la dura replica di Trump, avvitando la situazione in un crescendo di conflittualità: come ultimo atto, il presidente americano ha dichiarato che l’anno prossimo il paese sudafricano non sarà invitato a partecipare al vertice (che avrà luogo in Florida), un’altra situazione di cui si fatica a trovare dei precedenti.
Ma quali sono state le conclusioni di questo inusuale summit? Come previsto, i contenuti e gli impegni del comunicato finale sono stati prodotti in larga parte attraverso le lenti ed il punto di vista dei paesi emergenti. Grande risalto è stato dato al tema delle diseguaglianze globali e della povertà, della cancellazione dei debiti nei confronti dei paesi in difficoltà, della transizione ecologica e della necessità di rinforzare il multilateralismo. Particolare enfasi è stata data inoltre al tema delle terre rare, proponendo una distribuzione dei benefici più equa nei confronti dei territori da cui vengono estratte, in particolare l’Africa.
Accanto a queste tematiche hanno trovato spazio anche questioni di interesse più trasversale, come il tema della preparazione alle pandemie e della diffusione dell’intelligenza artificiale, ma la sensazione generale è che la critica americana in merito alla centralità, ormai strutturale, di temi d’interesse dei paesi emergenti non sia del tutto infondata: l’agenda del G20 sembra avvicinarsi sempre più a quella del Sud Globale e dei paesi in via di sviluppo, circostanza che rende il summit attuale molto diverso da quello delle origini, riflettendo i cambiamenti intercorsi in questi decenni e la crescita del peso economico dei paesi emergenti.
Sembra ormai lontanissimo il 1999, anno in cui venne istituito il G20 – Group of Twenty, per rispondere alle drammatiche crisi finanziarie russa e asiatica degli anni ‘90: ministri delle finanze e banchieri centrali inaugurarono questo forum internazionale con l’obiettivo di concordare misure per sostenere la stabilità finanziaria globale, allargando la discussione ai paesi emergenti, ritenuti indispensabili per gestire e prevenire crisi finanziarie di questa portata in un mondo sempre più veloce ed interconnesso.
Un’altra crisi finanziaria globale, quella del 2008, ha poi sancito la crescente importanza di questo vertice: data la portata devastante della crisi dei mutui subprime, originata negli Stati Uniti ma diffusasi ben presto nel resto del mondo, si ritenne che protagonisti del summit dovessero essere direttamente i capi di stato e di governo, per coordinare una risposta globale rapida ed efficace.
Ciò che accadde successivamente è noto: la crisi venne gestita, ma le conseguenze sull’economia reale e sui bilanci dei governi, in particolare in Europa, furono molto serie, innescando il timore di default sovrani a catena e politiche di austerità, minando di fatto la fiducia nelle fondamenta del modello di sviluppo occidentale a trazione americana.
Nonostante questo, il ruolo di coordinamento del G20 nel prevenire conseguenze ancora peggiori venne riconosciuto in maniera quasi unanime: i pacchetti di stimolo economico, il ruolo del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale nel supportare i paesi in via di sviluppo e l’ampia opera di riforma normativa per prevenire il ripetersi di quanto accaduto sono considerati come un grande successo dell’azione coordinata dei membri del G20, che hanno saputo arginare l’evoluzione della crisi in una vera e propria depressione economica, scongiurando quanto accaduto invece negli anni ’30.
In seguito al venir meno di questa emergenza, il G20 ha orientato la propria attenzione verso altre tematiche di respiro globale (tra cui clima, sanità e sviluppo dei paesi emergenti), perdendo tuttavia gradualmente la propria incisività e rimettendo in discussione la propria identità. Jean Monnet, uno dei padri fondatori dell’Europa, diceva che l’Europa si forgia nelle crisi: in una certa misura questo è stato vero anche per i meccanismi di governance globale. Il problema è che nel caso delle istituzioni globali, una volta terminata la crisi, è risultato particolarmente complicato mantenere in salute organismi di coordinamento privi di una visione comune, obiettivi chiari e condivisi e meccanismi di enforcement efficaci.
Secondo le opinioni più critiche, il G20, forse anche per il susseguirsi di una serie di presidenze di turno ricoperte da paesi emergenti, ha assunto nel tempo il ruolo di prestigioso palcoscenico per promuovere l’immagine e le istanze dei paesi del Sud Globale, trascurando temi più vicini a quelli delle origini (finanza e commercio internazionale). Leggendo le dichiarazioni finali del G20 sudafricano, è difficile non concordare almeno parzialmente con questa visione.
L’evoluzione del G20 in questa direzione, ci porta quindi a fare una riflessione in merito alla coerenza del summit con il momento storico di riferimento: il forum nasce quando l’adesione al processo di globalizzazione sta vivendo una fase di sviluppo impetuoso e si avvicina all’apice del consenso diffuso. Rappresenta una struttura di coordinamento all’interno di un mondo che identifica nella circolazione internazionale di persone, merci e capitali il driver più efficace per diffondere prosperità e benessere, con gli Stati Uniti che si pongono come promotore di questo modello, calamitando il consenso dei paesi alleati e di quelli emergenti.
Il mondo di oggi sta andando invece in direzione opposta rispetto al passato: l’America identifica nella globalizzazione la causa principale dell’erosione relativa della propria leadership internazionale ed al contempo il fattore chiave alla base della perdita di coesione sociale interna.
La ricetta a stelle e strisce per inseguire la prosperità cambia quindi radicalmente: il “liberation day” con il quale Trump annuncia nell’aprile del 2025 l’applicazione dei dazi al resto del mondo formalizza un orientamento ormai consolidato che affonda le sue radici nel mondo post 2008. L’America cambia dunque rotta, il protezionismo selettivo diventa la nuova strategia, la globalizzazione e di conseguenza il multilateralismo appartengono, secondo questa visione, al passato: in un contesto di questo tipo risulta evidente come il ruolo del G20 necessiti di un ripensamento, e non stupisce come l’ancoraggio al passato ne possa decretare una limitata rilevanza.
Pur in un contesto di questo tipo, il G20 sudafricano ci consente di notare un fatto interessante: nonostante l’allontanamento americano, la fede nel multilateralismo attrare una parte sempre più consistente del mondo (in particolare quella emergente), per almeno due ragioni.
Da un lato, si infoltisce la schiera di paesi che manifesta attraverso le istituzioni multilaterali la propria adesione ad una governance globale multipolare, e non più unipolare ed a guida americana. In quest’ottica, il disimpegno americano rischia paradossalmente di rinforzare l’adesione ad un modello alternativo a quello a stelle e strisce, proprio in un momento nel quale la forza del soft power sarebbe utile per immaginare, pur in un mondo multipolare, una leadership americana che possa preservare e diffondere i valori della democrazia.
In secondo luogo, si è diffusa la comprensione che la portata di alcune sfide resta in ogni caso globale, anche in un mondo che tende al protezionismo in materia commerciale. I cambiamenti climatici e le pandemie sono problemi che per loro natura travalicano i confini nazionali (e continentali): ne sappiamo qualcosa in Europa, dove l’ambizioso Green Deal pone dei vincoli – tanto costosi quanto impraticabili – che nella migliore delle ipotesi interesserebbero un’area geografica che produce solamente il 6% delle emissioni globali, configurandosi come una proposta di soluzione completamente inefficace, poiché il 94% delle emissioni continuerebbe ad essere prodotto in aree del mondo che non rispettano gli standard europei. Un esempio di soluzione “locale” che non può funzionare per risolvere un problema globale.
Il futuro del G20 e del multilateralismo è quindi difficile da immaginare, ma c’è un mondo al di fuori dell’Occidente che preme per un maggiore coordinamento, ed è pronto a lavorare con o senza di noi: questo ci suggerisce come il multilateralismo non sia morto, ma stia semplicemente cambiando forma. Auguriamoci che l’Occidente intero partecipi alla sua ridefinizione.
Alessandro Somaschini, bergamasco, classe 1984, è Vice Presidente di Yes for Europe – The European Confederation of Young Entrepreneurs, Membro del Consiglio Nazionale per la Cooperazione allo Sviluppo presso il Ministero degli Affari Esteri (MAECI) e Membro del Gruppo Tecnico Internazionalizzazione di Confindustria.
È inoltre Membro della Task Force Trade & Investment del B20 – South Africa 2025, engagement group ufficiale della comunità imprenditoriale presso il G20, oltre ad essere Consigliere di Amministrazione di società pubbliche e private.
In passato è stato nel quadriennio 2020-2024 Vice Presidente Nazionale dei Giovani imprenditori di Confindustria con delega agli Affari Internazionali, Membro di Task Force all’interno del B20 nelle edizioni organizzate in Italia (2021), Indonesia (2022), India (2023) e Brasile (2024), ed in precedenza ha ricoperto le cariche di Membro del Comitato Esecutivo dell’Associazione Italiana dei Costruttori di Organi di Trasmissione (ASSIOT) e di Vice Presidente del Gruppo Giovani Imprenditori di Confindustria Bergamo.
È stato Consigliere di Amministrazione di Somaschini Automotive ed Executive Vice President di Somaschini North America, lavorando negli Stati Uniti nel settore della componentistica meccanica.
Ha cominciato la sua carriera a Roma nel settore Aerospazio e Difesa all’interno del Gruppo Finmeccanica (oggi Leonardo), dopo essersi laureato con lode in International Management all’Università Bocconi di Milano.


