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L’onorevole Giorgio Gori ci offre lo spunto di alcune riflessioni partendo dalla guerra tra Russia ed Ucraina, passando dal cessate il fuoco a Gaza, e dal sorprendente Trump

Lo sguardo sul mondo è più chiaro se la prospettiva è Bruxelles, il cuore del potere politico e amministrativo dell’Europa. L’onorevole Giorgio Gori ci offre lo spunto di alcune riflessioni partendo dalla guerra tra Russia ed Ucraina, passando dal cessate il fuoco a Gaza, e dal sorprendente Trump: il presidente degli Usa che ci ha abituato ai colpi di scena, annunci e ribaltamenti spiazzando di fatto tutti i soggetti dello scacchiere internazionale. Sul piano proposto da Trump per un accordo tra Putin e Zelesky “questa volta l’Europa si è mossa con grande determinazione”. Segno, forse, che il Vecchio Continente sta imparando la musica che suona il suo alleato al di là dell’Atlantico e prova a stare sulla pista da ballo.

“Prima stendendo una sorta di contro piano, concordato ovviamente con il presidente ucraino Zelensky, da contrapporre a quello americano – spiega Giorgio Gori -. Poi aprendo uno spazio di confronto con gli Stati Uniti, con il segretario di Stato, che ha consentito di arrivare ad una sintesi contenuta in 19 punti. Non sappiamo ancora quale sarà la reazione di Vladimir Putin, ma certamente noi europei siamo riusciti a riallinearci rispetto agli Stati Uniti, che hanno avuto sicuramente il merito, come già era successo in Medioriente, di costringere tutti quanti in qualche modo a sedersi al tavolo delle trattative.

Non crede che ci troviamo di fronte ad una scelta già adottata che non rimanda solamente una partita che sarà in futuro da giocare con la Russia? Dieci anni fa si concesse a Putin la Crimea, oggi altri territori: Putin si fermerà o, soprattutto visto quel che è in grado di ottenere con il suo atteggiamento, fra qualche anno pretenderà ancora altro? Qual è in Europa la sensazione, soprattutto dei Paesi più a est, più vicini alla Russia?

Se fosse andato in porto il cosiddetto piano Trump sarebbe stata davvero una sconfitta. Non solo per l’Ucraina, ma per l’Europa. Sia dal punto di vista del metodo, un’Europa umiliata, neanche chiamata a discuterne, sia nella sostanza, perché come ricordavo ci sono dei precedenti. Ogni volta che a Putin è stato concesso di fare un passo avanti ne ha subito premeditato uno successivo che poi puntualmente ha realizzato. In questo caso i segnali che l’Ucraina non sia l’unico obiettivo sono tantissimi, sia dal punto di vista della narrazione russa, che ha ben detto che l’obiettivo è quello di ricreare la grande Russia. Questa idea di esercitare un potere diretto o indiretto su tutti i territori circostanti, alcuni dei quali fanno parte oggi del pieno titolo dell’Unione Europea, ricordavo i Paesi Baltici per esempio, ma la stessa Finlandia vive un periodo di grande apprensione considerate le testimonianze di addensamento delle truppe russe ai suoi confini. A questo si aggiungono i tanti segnali di quella che viene chiamata la guerra ibrida, ovvero attacchi informatici riconducibili a soggetti russi, hacker che attaccano le infrastrutture digitali dell’Europa, degli enti pubblici, delle istituzioni, delle imprese”. “Abbiamo tante ragioni per tenere alta la guardia anche per prepararci ad esercitare la maggior deterrenza possibile nei confronti della Russia, che sappia che l’Europa è pronta a difendere i suoi territori e i suoi cittadini”.

Questa settimana è stato approvato anche un primo pacchetto di fondi per permettere all’industria bellica europea di produrre. I cittadini si chiedono perché è importante che l’Unione Europea si armi? Insomma: hanno paura.

Certo che fa paura, ed è proprio perché non ci sia la guerra che è importante che l’Europa disponga degli strumenti di difesa che servono ad esercitare la deterrenza. Dobbiamo scoraggiare qualsiasi tentativo di aggressione possa venire dall’esterno. Noi siamo stati protetti per diversi decenni – dal dopoguerra in avanti – dagli Stati Uniti d’America, i quali hanno offerto all’Europa protezione militare in modo molto completo anche attraverso le proprie testate nucleari. L’equilibrio che si è determinato sul fronte della deterrenza nucleare è dovuto al fatto che l’Europa, l’Italia, ancora oggi ospita numerose testate nucleari americane. Tutto questo non è stato fatto gratis. Gli Stati Uniti avevano interesse a tenere questo pezzo d’Europa, l’Europa occidentale, nella loro sfera di influenza che non scivolasse dall’altra parte”. “Ho fatto una visita al quartier generale della Nato a Bruxelles qualche settimana fa e sono stato molto colpito: oggi noi siamo davvero indifesi”. “Gli interessi americani oggi vanno da un’altra parte. La priorità per loro è l’area dell’Indo-Pacifico dove si confrontano principalmente con la Cina. C’è il tema sospeso di Taiwan, per questo gli Usa non sono più disponibili a prestare la difesa a loro spese, a spese dei loro contribuenti, ai cittadini europei”. “Ciò che noi stiamo provando a fare da Bruxelles, pur sapendo che la difesa rimane una competenza degli Stati membri, è facilitare il fatto che gli Stati investano. Per questo motivo sono state disposte delle deroghe ai vincoli di bilancio europei, per evitare che gli Stati debbano decidere se finanziare difesa o finanziare ospedali”. “Quindi siamo lungo la strada giusta secondo me. L’obiettivo è la difesa comune europea, non ci arriviamo in due settimane. Bisogna sapere che è un percorso di convergenza progressiva degli investimenti degli Stati membri, a meno fino a quando l’Europa non diventerà uno Stato federale, gli Stati daranno la competenza della difesa all’Unione. Nel frattempo dobbiamo fare in modo che invece le nazioni collaborino nel modo più efficace possibile”.

Da inizio anno, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ci sono state almeno 472 vittime accertate e 479 dispersi lungo la rotta del Mediterraneo centrale fino al 25 ottobre. Di fronte a questi numeri, con la natalità sempre più in calo e una società più anziana, perché è così difficile ammettere e pianificare una strategia per l’immigrazione in Europa?

“Non lo so, a me pare che ci siano tutti gli elementi sotto i nostri occhi. Non c’è impresa, anche in provincia di Bergamo, con la quale io parli, di qualunque settore che non mi dica che fa una fatica terribile a trovare personali, di qualunque livello, quindi dalle mansioni più semplici a quelle anche di profilo più elevato. Non capisco come sia possibile che in Italia, in Europa, non si disegni una strategia efficace di gestione dell’immigrazione regolare. Non stiamo dicendo che vanno incoraggiati i flussi migratori spontanei, incontrollati, quelli che purtroppo portano tante persone anche a perdere la vita durante il viaggio in mare. Stiamo parlando di immigrazione regolare che invece è una grande necessità dell’Europa. Noi abbiamo una prospettiva che alcuni demografi traguardano alla fine di questo secolo, al 2100, di riduzione della popolazione italiana nell’ordine di 25 milioni di persone. Ora, oggi noi siamo quasi 60 milioni di persone, immaginatevi un’Italia di 35 milioni di italiani per lo più anziani, perché queste sono le traiettorie della demografia italiana. Ora, ovviamente, va fatto tutto il possibile, come proprio oggi il Presidente Mattarella ha richiamato, per favorire, per creare le condizioni perché chi vuole dei figli li possa fare. Li possa fare senza dover perdere il lavoro, senza sacrificare altre componenti della sua vita. Ma l’immigrazione è una componente essenziale, anche solo perché ci vogliono 20 o 25 anni perché un bambino che nasce domani mattina possa diventare utile in qualche modo dal punto di vista del lavoro, della contribuzione a sostegno del sistema pensionistico. Quindi immigrazione regolare in dimensioni robuste, ben organizzate, con investimenti sull’integrazione dei migranti, con investimenti anche sulla formazione direttamente nei paesi di origine. C’è un esempio che è in corso, di cui Bergamo News ha parlato, che abbiamo avviato con Confindustria e con l’Università di Bergamo e con l’ITS, che ha portato a realizzare un istituto di formazione tecnica superiore in Etiopia. Ci sono decine di ragazzi etiopi che hanno partecipato anche all’ultima assemblea di Confindustria che stanno facendo un percorso formativo che li renderà disponibili poi per le imprese del nostro territorio. È un inizio, sono 70, quindi parliamo di piccoli numeri, ma è la traccia di un percorso che può essere seguito e che può dare secondo me grandi risultati”.

Cambiamo pagina, i numeri della crescita economica in Italia evidenziano una chiara difficoltà che ci accomuna alla Germania e anche alla Francia. L’unico Paese Ue che cresce è la Spagna. Un caso fortuito, o manca una regia nazionale per invertire la rotta?

L’unico paese che cresce è la Spagna, un caso fortuito o manca una regia nazionale per invertire la rotta? Io penso che i dati della crescita italiana siano così deprimenti, noi stiamo allo 0,4% sul 2025 nonostante i miliardi del PNRR. Pensate cosa sarebbe se non avessimo ricevuto in donazione o a prestito circa 200 miliardi di euro dall’Unione Europea. Saremmo sicuramente già in recessione conclamata, siamo molto vicini a quella soglia e io penso che il governo abbia delle responsabilità perché non è sufficiente fare quel che sta facendo, cioè tenere in ordine i conti pubblici e guadagnare quindi credibilità sui mercati finanziari. Senza crescita questo Paese è destinato al declino, senza crescita e buon funzionamento dell’impresa non cresceranno i salari, non crescerà la domanda interna, non ci saranno le risorse per dare più investimenti alla sanità o all’istruzione e ai settori che le necessitano. Quindi io penso che ci siano delle responsabilità di ordine politico, di mancanza di una regia e l’esempio spagnolo ci fa vedere cosa potrebbe essere fatto. Io cito soltanto tre fattori, il primo l’ho già indicato, l’immigrazione in questo caso ripeto facilitata dalla comunanza linguistica è un fattore potenzialmente di grande spinta della crescita del prodotto interno lordo di un paese. Perché vuol dire forza lavoro nuova, più gente che lavora, più gente che consuma, più gente che paga le tasse, che paghi contributi e questo in Spagna si è visto molto chiaramente. In secondo luogo c’è stata una forte opera di sburocratizzazione in Spagna, cioè hanno semplificato l’apparato normativo perché le imprese potessero correre di più, più liberamente anche stando dentro la cornice delle regole europee. Io sento spesso anche da parte delle imprese, delle rappresentanze delle industrie criticare l’Europa perché l’Europa mette troppi paletti, l’Europa complica troppo la vita”.

Lunedì le urne per le elezioni regionali si sono chiuse con la conferma di due regioni al centro sinistra e una al centro destra. Ma la vera notizia è questo massiccio astensionismo, questa distanza tra cittadini e politica. Che cosa si può fare secondo lei per invertire questa disaffezione ed accorciare questa distanza?

Non è nessuno alla bacchetta magica, io però ho un’idea abbastanza chiara, penso che la forte polarizzazione che si è determinata nella politica italiana tra destra e sinistra, con anche dei toni volti alla delegittimazione dell’altra parte, non aiuti i cittadini normali a sentirsi parte della vita politica. È come se si mobilitassero soltanto le tifoserie e che i partiti ritengono sufficiente, è come se dessero per persa la partita dell’astensione, guardando i numeri delle regionali vuol dire dare per persi quasi il 60% dei cittadini. E si concentrassero soltanto sulla mobilitazione delle proprie e rispettive tifoserie, il risultato è che si finisce in pareggio e che appunto quasi il 60% delle persone si sente estranee a tutto ciò. Io penso che noi dovremmo cercare di rompere queste contrapposizioni nette, parlare una lingua più diretta che si occupi delle cose concrete che appartengono alla vita delle persone, cercare di ispirare fiducia e speranza. Il motore del populismo negli ultimi anni in tutta Europa nel mondo è stata la paura, cioè il timore di perdere la propria condizione, di vederla peggiorare, il timore dei cambiamenti. In realtà nei cambiamenti io penso ci sia una grande opportunità di miglioramento delle nostre condizioni di vita e quindi questo attraverso poi delle proposte concrete”.