Logo

Temi del giorno:

Costa: “Più esperto e a suo agio nella gestione del potere: Trump segna quest’epoca”

Il direttore de “Il Post” Francesco Costa, ospite del Circolo Matteotti venerdì 28 novembre, traccia il profilo dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, che “da dieci anni rappresenta una scossa per lo scacchiere geopolitico internazionale”

“Ora stiamo vedendo un Trump molto più esperto e a suo agio nella gestione del potere rispetto al primo mandato”. Così il direttore del Post, Francesco Costa, traccia il profilo dell’attuale Presidente degli Stati Uniti, che “da dieci anni rappresenta una scossa per lo scacchiere geopolitico internazionale”.

La figura del Tycoon sarà al centro di un incontro in programma venerdì 28 novembre alle 20.30 a GresArt671, in via San Bernardino 141 a Bergamo, a cui prenderà parte Francesco Costa.
L’iniziativa, intitolata “Cambio di regime. Il fenomeno Donald Trump nell’epoca delle democrazie fragili”, è organizzata dal Circolo Matteotti con ingresso gratuito previa registrazione obbligatoria sulla piattaforma Eventbrite.

Lo abbiamo intervistato per saperne di più.

Trump rappresenta una scossa non solo per gli Stati Uniti ma più in genere su scala globale. Che cosa è riuscito a sconvolgere sullo scacchiere geopolitico internazionale?

Si, Trump è un elemento di rottura negli Stati Uniti e su scala globale. Non lo è da oggi ma da dieci anni in modi differenti e attraversando fasi diverse. Ora ci troviamo nella fase finale della sua esperienza politica, dato che dal 2018 non potrà ricandidarsi. Stiamo vedendo, quindi, un Trump molto più esperto e molto più a suo agio nella gestione del potere rispetto al primo mandato. Nelle ultime settimane notiamo in modo particolare che sta cominciando ad accusare i colpi come normalmente accade a un presidente che inizia la seconda fase del suo ultimo mandato. Ne sono esempi il Congresso che non collabora e il suo stesso partito riottoso, come si è visto in occasione del caso Epstein e dello shutdown. Insomma, in questa esperienza politica si intrecciano tante vicende ma il filo conduttore è lo stile di Trump che risolve le questioni usando la forza o la minaccia della forza. In questo allinea, per certi versi, gli Stati Uniti ad alcuni dei loro più grandi rivali e competitor, perché è quello che fanno normalmente le autocrazie, le dittature, la Cina, la Russia e le monarchie del Golfo. I presidenti americani, invece, hanno sempre avuto il grande limite del consenso interno, della democrazia e del fatto che a un certo punto bisogna lasciare la Casa Bianca. Ecco, Trump comincia a comportarsi come un autocrate: è quello di cui lo accusano i suoi avversari, ma per certi versi lui lo rivendica.

Trump rompe di fatto il concetto di democrazia che fino all’altro giorno gli Stati Uniti hanno proposto al mondo anche con la forza e con le guerre?

Non credo che Trump abbia particolarmente a cuore la democrazia. Basta pensare al fatto che ha cercato di restare al potere dopo aver perso le elezioni. Al tempo stesso devo dire che non vedo niente di particolarmente antidemocratico nel modo in cui sta governando, malgrado l’opposizione sbraiti molto. Trump fa quello che pensa di avere il potere di fare come accade in ogni democrazia quando si supera una linea e un tribunale o un giudice valuta che sia così e si oppone. È successo tantissime volte: questi conflitti tra poteri sono previsti nelle democrazie: sono governati e regolati da leggi. Quando un tribunale dà torto a Trump, quest’ultimo non infrange la legge e la sua amministrazione ritira la proposta che aveva avanzato, mentre quando gli viene data ragione riesce a fare una cosa in più, ma nel caso in cui succede è perché è legale farlo. È un’operazione politica che non mette necessariamente in mezzo alla democrazia.

Ci spieghi

L’obiettivo è quello di rendere più incisivi i poteri della presidenza degli Stati Uniti. Come ogni operazione politica, può essere molto criticata e osteggiata, ma mi sembra che avvenga nei limiti consentiti dalla legge, dai tribunali. Mi pare che non ci si debba preoccupare. Sicuramente è un modello diverso dal racconto che una parte politica fa della democrazia americana, ma la democrazia americana ha anche avuto nella sua storia forza, uso della forza e leader molto carismatici, da Reagan a Kennedy e persino lo stesso Obama. C’è anche un culto di Trump, un fenomeno che può accadere nelle democrazie.

Secondo lei il post-Trump vedrà protagonisti candidati che lo emuleranno?

Sì, ma anche perché lo stesso Trump non arriva dal nulla. Il successo delle sue idee è un trend di cui vediamo moltissimi esempi anche in Europa, è un trend di successi non ovunque, non nello stesso modo, ma delle destre mondiali nell’interpretare le questioni del presente con delle proposte, delle parole d’ordine e delle letture che convincono un pezzo rilevante della popolazione. Quindi, con o senza Trump continueranno a esserci sia politici di destra, anche di destra radicale come lui, sia politici che cercano di imparare da quello che funziona. E se Trump lascerà la Casa Bianca con la storia e con l’immagine di un presidente comunque vincente e che ha ottenuto dei risultati, l’emulazione ci sarà. Ma per certi versi c’è anche tra i suoi avversari. Quando il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani dichiara di essere ossessionato da un tema, cioè dal costo della vita, ha imparato una lezione di Trump perché questo è il modo in cui Trump ha vinto le ultime presidenziali e lo racconta lui stesso.

La base dell’elettorato di Trump, però, inizia a risentire dei dazi e di una crescita che di fatto non è stata così grande

Sì, infatti c’è un grosso sé rispetto all’ipotesi che Trump possa uscire dalla Casa Bianca come un vincente. E non solo per i molti limiti che ha già mostrato nel corso del primo mandato, ma anche perché l’economia americana sta subendo le conseguenze dei dazi, che sono una politica suicida. Queste misure creano incertezza, comportano paradisi di investimenti e portano ad aumenti dei prezzi e del costo della vita. Inoltre, ha tagliato moltissimi investimenti che erano già stati approvati dalla precedente amministrazione e questo ha avuto degli effetti contrattivi su un’economia che si regge in piedi e ha ancora un tasso di crescita che a noi piacerebbe tantissimo. L’economia americana è in una fase di stagnazione, tanto che la Federal Reserve sta abbassando i tassi perché servirebbe stimolarla un po’.

Guardando alla scena internazionale, da una parte ci troviamo di fronte all’annuncio della pace a Gaza, dall’altra all’annuncio dell’accordo con l’Ucraina e la Russia. Di fatto, però, vediamo che in Palestina si muore ancora oggi. Il Trump illustrato come grande mediatore, grande vincitore delle partite internazionali di fatto è un fallimento?

Quello che succede oggi a Gaza non si può certamente chiamare pace, ma non si può nemmeno paragonare alla situazione precedente alla tregua. È un accordo fragilissimo ma molto prezioso, anche perché stiamo vedendo che non esistono possibilità di andare a una vera fase 2. Sicuramente è minuscolo e limitato, ma è l’unica cosa su cui sia possibile trovare un consenso. Qualsiasi accordo più ambizioso oggi è proprio impossibile. Credo che essere passati alla situazione attuale sia un risultato: non è certo lo scenario ideale, ma i piani alternativi e gli sforzi dell’amministrazione Biden non hanno portato esiti migliori. Il punto è che a Trump non interessa trovare una soluzione ai conflitti se non trovarla appunto, a qualsiasi costo. Non gli importa di chi abbia ragione e chi abbia torto, non gli importa di chi abbia cominciato e chi abbia finito, non gli importa di chi sia il forte e chi sia il debole. Lo abbiamo visto a Gaza e anche in Ucraina. Non è né filo-israeliano né filo-palestinese, ha persino costretto Netanyahu in malo modo a chiedere scusa al Qatar per ottenere quell’accordo, e non è filo russo e nemmeno filo ucraino, Trump è filo Trump. In questo momento pensa che il modo migliore per ottenere una tregua in Ucraina sia costringere Zelensky a ritirarsi e ad arrendersi, pensa che sia più facile convincere Zelensky ad arrendersi che convincere Putin a ritirarsi, ed è vero probabilmente. Non gli importa niente di cosa sia giusto o sbagliato, gli interessa che quello è il punto in cui esercitare pressione possa produrre i maggiori risultati. Certo, ha in testa il suo ego, l’ossessione che ha per il Nobel per la pace, e anche il fisiologico fenomeno che riguarda tutti i presidenti nella fase finale dei loro mandati di concentrarsi più sulla politica estera che sugli interni, dove nella politica interna le cose diventano man mano più complicate, ma bisogna anche tenere presente che gli Stati Uniti sono molto forti come nazione, hanno molte leve, tante armi persuasive, sono molto influenti nei Paesi con cui hanno rapporti più stretti, e quindi quando un paese come gli Stati Uniti decide di usare la voce grossa, poi ottiene dei risultati, non sempre, e non sempre sono buoni, ma Trump ha applicato degli shock che in qualche caso hanno sbloccato situazioni che non si sbloccavano da tempo, o comunque cambiano lo stato squadro, poi uno può dire bene o male, però ci sono anche dei risultati e che l’abbiamo visto accadere in Medio Oriente in questi anni.

Il rapporto con i media. Settimana scorsa allo Studio Ovale ha attaccato comunque l’ABC come una fake news e questo modo di fare scredita il mondo del giornalismo

Certo, Trump non tollera che la stampa dica e faccia quello che vuole. Per certi versi la considera parte dell’opposizione e forse anche la più forte delle opposizioni per il potere che ha ancora negli Stati Uniti di plasmare la cultura, il dibattito e le posizioni dell’opinione pubblica. Sa anche che nel corso del suo primo mandato le indiscrezioni uscite sulla stampa o i scoop, le notizie che tiravano fuori i giornali, hanno complicato la sua attività di governo, lo hanno costretto a sottoporsi a due procedimenti di impeachment, hanno fatto emergere storie, conversazioni, scandali che avrebbe preferito tenere per sé. Questo è uno di quei frangenti su cui Trump si comporta davvero come un autocrate, soffre la libertà di espressione e cerca il più possibile di ingraziarsi le testate che può ingraziarsi, blandire quelle che può blandire e quelle con cui non riesce a fare nessuna delle due cose le minaccia.