Nel centro di recupero per uomini violenti: “2 mesi d’attesa per entrare. E arrivano sempre più giovani”
Al centro ‘La Svolta’ di Bergamo richieste in aumento: “Dallo Stato fondi insufficienti, cerchiamo nuovi operatori”
Bergamo. Per entrare, bisogna mettersi in coda. “Accogliamo in media cinquanta persone all’anno – spiega Gian Arturo Rota, coordinatore dell’equipe del centro di recupero per uomini violenti ‘La Svolta’ in via Carlo Alberto -. Le richieste sono in aumento. Ci sono liste d’attesa per un paio di mesi e, ahinoi, nell’ultimo anno e mezzo l’età media dell’utenza si è abbassata notevolmente”.
Dalle molestie fino allo stupro, i giovani arrivano per un tipo di violenza specifica: “Quella sessuale. Un dato che sorprende e preoccupa, anche se comune a molti centri sparsi per l’Italia – precisa Rota -. Sul tema serve una riflessione seria, forse il rapporto delle nuove generazioni con la sessualità non è dei più sani”.
“Noi cerchiamo di fare la nostra parte andando nelle scuole medie e superiori a sensibilizzare gli adolescenti – aggiunge l’avvocato e fondatore de ‘La Svolta’, Michele Camolese -. Parliamo di stereotipi, pregiudizi e rispetto, tutti elementi da tenere in considerazione quando si parla di violenza”. Un fenomeno comunque trasversale: “L’utente più giovane ha diciotto anni, ma c’è anche quello anziano che supera i settanta. Gli uomini che arrivano qui sono italiani e stranieri, abbienti e meno abbienti. Non c’è un identikit preciso, la violenza è un tema che riguarda tutti”.
Come arrivano queste persone al vostro centro?
Avv. Michele Camolese: Arrivano dalla Questura in forma preventiva, per evitare che commettano reati più gravi. Arriva dopo ammonimenti, dopo sentenze o in fase di processo. A volte sono gli avvocati stessi a mandarceli, ma da parte nostra c’è una verifica per capire se la richiesta è strumentale o meno all’ottenere dei vantaggi.
Gian Arturo Rota: Molte persone arrivano anche dagli enti territoriali: servizi sociali, consultori. Anche da privati, che pur senza formazione specifica si accorgono di situazioni potenzialmente a rischio. Più si lavora in rete, più si contrasta la violenza.
Qualcuno arriva spontaneamente?
Avv. Michele Camolese: Sì, ci sono anche casi spontanei. Ma sono pochi, pochissimi.
Qual è il percorso da intraprendere all’interno del centro?
Gian Arturo Rota: Ci sono diverse fasi. La prima è l’accoglienza: tre incontri conoscitivi per valutare se possiamo prendere in carico l’utente. In caso affermativo, seguono incontri individuali di approfondimento e poi il lavoro di gruppo, il cuore del nostro intervento. Nel gruppo si ascolta, si racconta, ci si apre a punti di vista diversi. Gli incontri si svolgono con una coppia mista di operatori. È importante, perché all’uomo viene mostrato sia il punto di vista maschile che femminile. Di solito questa compresenza viene accettata, ed è un ottimo punto di partenza. Al termine del percorso, per gli uomini sentenziati stendiamo una relazione da mandare al giudice; per gli altri c’è una fase di follow-up che dura un altro anno, con monitoraggi telefonici o in videocall.
In quanti siete a svolgere questo lavoro?
Gian Arturo Rota: Attualmente la squadra comprende sei operatori: quattro donne e due uomini. Per gestire al meglio l’attività e ridurre le liste d’attesa ce ne vorrebbero almeno due in più.
Avv. Michele Camolese: Negli ultimi direttivi si è parlato di una necessità ben precisa: creare nuovi corsi per formare nuovi operatori.
E i fondi?
Gian Arturo Rota: Lo Stato li mette a disposizione, ma sono insufficienti. Nonostante ciò, le direttive nazionali prevedono due incontri a settimana con l’utenza, quando con le forze attuali è già difficile mantenere la frequenza settimanale. A maggior ragione, le risorse messe in campo dovrebbero essere di più”.
Tanta propaganda, meno fatti. Come si finanzia un’associazione come la vostra?
Gian Arturo Rota: Abbiamo appena vinto un bando e siamo in attesa dei finanziamenti, poi ci sono le donazioni. Infine, gli uomini condannati che ottengono il beneficio della sospensione della pena devono farsi carico del percorso. È così per Legge.
Tornando a loro, qual è il primo passo per uscire dalla violenza?
Avv. Michele Camolese: Ogni caso è diverso dall’altro, ma serve prima di tutto riconoscere la violenza. Quella fisica è evidente, quella psicologica ed economica meno. Bisogna avere il reale desiderio di migliorare e per farlo è necessario affidarsi totalmente ai nostri operatori. Il percorso è impegnativo, si va davvero a scavare in profondità.
Gian Arturo Rota: Noi possiamo essere gli operatori più bravi del mondo, ma se dall’altra parte non c’è volontà, motivazione e messa in discussione, non si va da nessuna parte. Occorre affrontare apertamente il proprio rapporto con la violenza.
Quanto è alto il rischio di recidiva? Ci sono uomini che sono transitati più volte nel vostro centro?
Avv. Michele Camolese: In qualche caso è riapparsa, ma quando percepiamo il rischio allertiamo le forze dell’ordine. Sulla violenza fisica la recidiva è bassa, mentre sulle altre forme è più alta perché meno controllabili.
Violenza psicologica ed economica, appunto.
Gian Arturo Rota: Diciamo che è più facile ricadere in atteggiamenti di non rispetto, insulti, prevaricazione, sopraffazione. Lì serve più tempo e un lavoro di introspezione profondo, che permetta di esaminare anche comportamenti che all’apparenza non sembrano violenti.
C’è una storia particolarmente significativa che potete raccontarci?
Gian Arturo Rota: La privacy degli utenti è fondamentale, ma posso raccontare quella del primo uomo che ha contattato il nostro centro. Lo ha fatto spontaneamente, nel 2018, quando si è diffusa la notizia della nascita dell’associazione. Questa storia è significativa perché quell’uomo è ancora con noi. Da un lato continua a mettersi in discussione perché ha una storia di violenza molto importante alle spalle; dall’altro è per noi una sorta di volontario aggiunto: porta agli altri uomini la propria esperienza, racconta cosa significa fare violenza e come se ne può uscire. Nella fase di gruppo la sua testimonianza è preziosissima per chi inizia il percorso: dona forza e coraggio per non mollare. C’è stato anche un altro uomo che, una volta terminato il percorso, ha chiesto di poter continuare. Non c’è attestato di stima migliore: chi segue questo cammino, evidentemente, può farlo al di là dei vantaggi giuridici che può ottenere. È il segno che c’è davvero speranza.



