“L’ultimo rigore di Faruk”, la fine della Jugoslavia in un errore dal dischetto
La nuova produzione di Teatro Caverna: una storia di calcio e guerra con protagonista il direttore artistico Damiano Grasselli, tratta dall’omonimo libro del giornalista e autore Gigi Riva
Bergamo. “Ah, se lei avesse segnato quel rigore, forse sarebbero cambiati i destini del paese”: frase che segna il carico di responsabilità del singolo nei confronti della Storia, all’interno di un campo di calcio che diventa microcosmo. Il “fallimentare rigorista” è Faruk Hadžibegić che, da capitano della Nazionale di calcio della Jugoslavia durante i mondiali di Italia 1990, sbagliò il calcio di rigore decisivo nei quarti di finale contro l’Argentina. Un singolo evento che diviene simbolo dell’implosione della Jugoslavia, protagonista di “L’ultimo rigore di Faruk”, spettacolo di Damiano Grasselli (Produzione Teatro Caverna) tratto dall’omonimo romanzo del giornalista e scrittore Gigi Riva, in scena venerdì 21 novembre a gres art 671.
Il racconto di una vita, di una singola persona e di nazioni intere che Grasselli porta in scena attraverso una recitazione molto fisica, con un movimento continuo di una corsa in diagonale, che si alterna a momenti più riflessivi, con cui dare forma (e quindi corpo) alle varie anime presenti nella vita di Faruk.
Un movimento che sembra segnalare un’urgenza della Storia, una fine ineluttabile di uno Stato che implode di pari passo con il suo calcio. Un ideale centro di centrocampo, sulla scena, rimanda subito a due forze opposte ed ugualmente centrifughe, che trovano la disgregazione nell’eliminazione della polarizzazione. Grasselli racconta la vita di Faruk Hadžibegić, in un monologo che spazia spesso dal singolo individuo ad intere comunità, con un paradossale “effetto-farfalla” che passa da un calcio di rigore sbagliato ad una sanguinaria guerra fratricida.
Maggio 1990, scontri allo stadio Maksimir di Zagabria durante la partita Dinamo Zagabria-Stella Rossa Belgrado: una tensione che sfocia in campo (famoso il calcio di Zvonimir Boban, croato, ad un poliziotto), dopo le recenti elezioni che avrebbero portato ad un piano di riorganizzazione della Jugoslavia. Un momento cardine, che anticipa di un mese il rigore respinto da Goycochea a Faruk, segnando così l’uscita della Jugoslavia dal mondiale italiano. Un momento che, complice anche l’ottima formazione (tra cui Stoijković, Prosinečki e Savićević), in caso di vittoria avrebbe potuto rinsaldare la nazione, spegnendone i moti indipendentisti, sotto la stessa maglia blu e rossa, con dettagli seghettati, che campeggia, appesa in alto, sulla scena. Sulla stessa diagonale, poi, la maglia bordeaux-bianca dell’FK Sarajevo, squadra in cui Hadžibegić debuttò, per poi militare nel Betis Siviglia, nel Sochaux e nel Tolosa. Una connessione storica ripresa anche dai diversi inserti audio originali e dalle immagini, in Vhs, della sfida tra Jugoslavia e Argentina.
Grasselli si fa così attore e spettatore di una storia tristemente reale che rivive attraverso le sue parole. Un linguaggio che, nella sua animosità, riprende quel senso di vortice ineluttabile espresso già nei movimenti. Lingua che, grazie all’abilità di Grasselli, si moltiplica, nella riproposizione di varie voci dei protagonisti che si caratterizzano per riprese di telecronache vere ed inflessioni nazionali. Un battito costante in sottofondo sottolinea il movimento continuo, mentre le luci mettono in risalto diversi aspetti del protagonista, diventando anch’essa parte per il tutto, da sede di interviste a telecronache, fino ad interrogatori.
Un innocente diventa così colpevole, condannato a portarsi il proprio carico di responsabilità, in una guerra fomentata da odi etnici che prendono forma anche nel microcosmo di un rettangolo di gioco. Si ripete quindi la celebre sequenza dei calci di rigore contro l’Argentina, che prende forma nel televisore. Un richiamo prima sonoro e poi visivo che avverte come “faccia male sentire i morti sulle spalle”: il carico personale di ogni singolo individuo, che ognuno è chiamato ad affrontare al meglio, all’interno del disegno della Storia.

Crediti fotografici: Carlo Riva






