“Un paese sbagliato”, a Pandemonium la rivoluzione didattica di Mario Lodi
Al teatro di Loreto, il nuovo Coro Cittadino ha dato forma ai diari del maestro e ad un passerotto Cipì capace di squarciare il velo di negatività che aleggia ancora sulla scuola
Bergamo. Un viaggio tra incubo e sogno, tra i quali volare seguendo l’esempio di un uomo che ha rivoluzionato il modo di intendere e fare didattica. Prende spunto dai diari del maestro Mario Lodi “Un paese sbagliato”, nuova performance pubblica di Pandemonium Teatro, andata in scena al Teatro di Loreto giovedì 20 novembre.
Un nuovo appuntamento dei Cori cittadini, performance di narrazione e teatro civile in cui cittadini che abitano il quartiere si fanno coro, in un movimento comune di identità collettive. In occasione della giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, il coro è stato dedicato al celebre maestro e scrittore, capace, con il suo insegnamento e le sue opere, di dare voce ai bambini e a intere comunità.
La regia di Flavio Panteghini ha messo in scena un gruppo eterogeneo di giovani ed adulti, capaci di trasportare le riflessioni di Lodi in rimandi continui alla scuola di oggi, ad una struttura che, nella sua essenzialità, è capace di rinviare sempre ad altro, a diversi periodi storici così come a diverse concezioni di un edificio normato che sembra, a volte, perdersi nelle proprie funzioni.
Ad accompagnare la narrazione della vita di Mario Lodi è la figura di Cipì, passero tratto da una delle sue opere più famose, che viaggia tra incubo e sogno, tra l’immaginario di una scuola legata al giudizio ed alla punizione, ad una in cui anche una figura autoritaria come quella del maestro diventa altro, una figura umana in grado di mettersi in ascolto.
Sulla scena, una cattedra ed una lavagna al centro sono ben distanziate da banchi ai lati, Banchi che, parte per il tutto, rimandano alla scuola e a ciò che questo luogo di formazione ha significato per Mario Lodi e per i ragazzi che ha seguito negli anni. Una struttura che rinvia spesso ad un incubo, intrecciando strutturalmente passato e presente: i banchi si fanno quindi trincea e poi carcere, ad indicare la guerra vissuta da Lodi ed il carcere per attività antifascista. Un immaginario che si amplia subito al collettivo, ai ragazzi di quell’epoca che vivevano la scuola come una prigione, primo specchio di una società autoritaria.
In un’intelligente connubio tra narrazione e recitazione, gli oggetti lasciano campo spesso al sonoro, a voci che declamano (in piedi sopra ai banchi) i testi del maestro, ma anche voci che diventano urla, prima di comandi militari poi di articoli della costituzione. Mentre la narrazione passa poi dall’adesione al Movimento di Cooperazione Educativa fino al trasferimento alla scuola elementare di Vho, il sonoro cambia, i diktat dei maestri si fanno silenzio di ascolto.
Un silenzio che si carica di significato, dell’ascolto verso l’altro e del confronto, come quello ricco di contenuti con don Lorenzo Milani a Barbiana: Panteghini gioca ancora con un preciso immaginario scolastico nel fare, di aeroplani di carta, strumento di comunicazione e incontro di idee. La scena si anima sempre di precisi movimenti dei partecipanti, mentre i copioni si fanno strumenti di narrazione capaci di creare una comunione di senso con l’attività di scrittura da sempre promossa da Lodi.
Un’attività che passa necessariamente dall’immaginazione, da una finestra aperta sul mondo ad una scena che diventa banco e cattedra, ad una scuola che rende possibile l’esplorazione della creatività infantile.
Creatività che prende la forma di un passero multicolore che attraversa scena e sceneggiatura, per involarsi in direzione della platea. Un volo che squarcia il velo di pessimismo e di terrore per mostrare il sogno di una scuola più dialogante, realmente in grado di “cambiare il mondo”.



