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Ecco perché la scuola dovrebbe stare in cima ai pensieri della società e della politica

Le conseguenze dell’ignoranza si fanno sentire drammaticamente sullo spirito pubblico del Paese, sulla tenuta della res-publica e della democrazia. I cittadini non dispongono più delle informazioni condivise sufficienti per votare

Se le generazioni anziane cadono fuori dall’orizzonte storico a occidente e quelle che sorgono a oriente non ne ereditano i saperi, l’infrastruttura cognitiva di base del Paese si restringe, il suo patrimonio di civiltà si corrode.

Se ai nostri ragazzi non arriva più il flusso della conoscenza storica, se della nostra lingua conoscono non più di 800 vocaboli – lo denunciava Tullio de Mauro già vent’anni fa– se non sanno più scrivere un periodo costituito da una proposizione principale e da almeno una subordinata, se, insomma, stanno perdendo la Lingua prima – cioè l’Italiano – allora si spiegano le statistiche internazionali che ci riguardano.

Secondo l’ultima indagine OCSE, il 35% degli adulti italiani ha un livello di competenza in “literacy” pari o inferiore al livello 1, cioè è analfabeta funzionale. Significa che capisce testi brevi ed elenchi semplici o, ancora più in basso, solo frasi semplici. Lo stesso livello si riscontra in “numeracy”. L’Italia è tra i Paesi con i livelli più alti di analfabetismo funzionale tra i Paesi OCSE.

Se scendiamo al livello territoriale regionale, il Sud arriva fino al 49% di analfabeti funzionali adulti. Comparando i dati dal 2010, la situazione é peggiorata, le diseguaglianze cognitive si sono
allargate. Statistiche nazionali più recenti ci informano che il 40% dei ragazzi che esce dalla Scuola media è già analfabeta funzionale. Non sono note, fino ad ora, ricerche sui livelli di conoscenza della Lingua e della Storia a livello universitario. Sono però diffuse le lamentele dei docenti universitari, costretti a tenere nelle aule universitarie dei corsi di base, che dovrebbero essere di pertinenza dei Licei, e a correggere tesi di Laurea, che ignorano il lessico e la consecutio temporum.

Le conseguenze dell’ignoranza si fanno sentire drammaticamente sullo spirito pubblico del Paese, sulla tenuta della res-publica e della democrazia. I cittadini non dispongono più delle informazioni condivise sufficienti per votare come invece suggerisce il mantra di Luigi Einaudi: “Conoscere per deliberare”. Se viene meno la piattaforma cognitiva comune, il dialogo tra
posizioni divergenti diventa più difficile e perciò è quasi impossibile riconoscersi in una comune descrizione della realtà-verità. Aumentano nella società civile e perciò anche nella politica la
conflittualità, la rissosità, il settarismo, l’odio. Donde il tribalismo, l’autochiusura in bolle, che per definizione non possono entrare in contatto con ciascun’altra, sennò cessano di essere bolle. Ciascuno sta rinchiuso nelle proprie credenze. La verità di una posizione dipende dal numero di “like”. Ecco la base del populismo. Le tribù sono pericolose, perché ciascuna pretende che le altre si sottomettano alla propria verità, soprattutto se venga presentata come rivelazione divina. Chi non la accetta deve essere annientato. È la storia umana, che continua a stillare sangue.
E poiché il cervello non può restare vuoto, che cosa lo si riempie, se non si nutre di conoscenza della realtà, che solo la lingua e la storia gli possono fornire? Si nutre di fake-news, semplicemente.

Così l’ipotesi tradizionale della filosofi politici liberali – su tutti John Rawls – del cittadino critico e razionale, che insieme ai suoi simili discute nell’agorà e edifica la polis, è tanto affascinante
quanto diventata poco realistica.

Solo che, se non esiste più una piattaforma comune di verità come rispecchiamento della realtà, se la verità costruita intersoggettivamente non è possibile, allora vale la legge del più forte. La crisi della democrazia liberale diventa la crisi dell’ordine internazionale.
Ecco fino a quale catena di pessime conseguenze arriva la crisi del sistema di istruzione/educazione in Italia. Pertanto, non dovrebbero l’emergenza educativa e la riforma del segmento superiore del ciclo di istruzione – dalla Scuola media fino all’Università – stare in cima ai pensieri della società e della politica?
Dovrebbero…


giovanni cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.

Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.