Morì a 26 anni per encefalite, il perito: “Il medico avrebbe dovuto chiedere un consulto neurologico”
A processo per il decesso di Ilaria Parimbelli il gastroenterogolo di turno al pronto soccorso di Zingonia. La giovane si presentò con cefalea, febbre, allucinazioni uditive e visive ma venne mandata a casa
Zingonia. Febbre, forte cefalea, allucinazioni uditive e visive, nausea, vomito. Con questi sintomi F.M.B., gastroenterologo milanese di 63 anni, secondo l’accusa avrebbe quantomeno dovuto chiedere un consulto neurologico rispetto alle condizioni di Ilaria Parimbelli, dalminese di 26 anni. Invece non lo fece, la ragazza venne rimandata a casa con il consiglio di evitare attività stressanti. Due giorni dopo entrò in coma per un’encefalite erpetica che la rese invalida al 100 per cento, incapace di camminare, mangiare, lavarsi da sola, con uno stato di coscienza minimo. Visse così per due anni, poi morì soffocata da un rigurgito provocato da una crisi epilettica dovuta alla sua condizione.
Il medico che era di turno al pronto soccorso dell’ospedale di Zingonia il 23 settembre 2019, quando la giovane venne accompagnata dai suoi genitori, è ora a processo per omicidio colposo.
Nell’udienza di mercoledì 19 novembre sono stati sentiti i due periti nominati dal giudice Donatella Nava: l’infettivologo Roberto Stellini e il medico legale Andrea Verzeletti. Secondo l’opinione di entrambi, nemmeno una tac avrebbe evidenziato l’infezione, se fatta la mattina dell’accesso al pronto soccorso. Troppo presto, il virus è aggressivo ma invisibile nelle prime 24/48 ore.
Ciò che però avrebbe dovuto insospettire l’imputato, che oggi è in pensione, erano le allucinazioni visive e uditive che Ilaria aveva avuto quella stessa notte e che potevano essere ricondotte a problematiche legate al cervello.
“Se l’imputato avesse chiesto un consulto neurologico, l’encefalite erpetica avrebbe potuto essere diagnosticata in tempo?”, ha chiesto l’avvocato di parte civile, che assiste i genitori e il fratello di Ilaria. “Un neurologo avrebbe avuto una sensibilità diagnostica maggiore – ha risposto il dottor Stellini -. Avrebbe prescritto una Tac, che probabilmente sarebbe risultata negativa e, alla luce dei risultati, magari altri esami, come un elettroencefalogramma o una risonanza magnetica”.
Quando la 26enne tornò a casa dopo la visita al pronto soccorso di Zingonia, i suoi sintomi non migliorarono. Anzi, due giorni dopo subentrò uno stato confusionale, riconosceva il papà ma lo chiamava con un altro nome. Così venne accompagnata dal medico di base, che suggerì di portarla in ambulanza all’ospedale Papa Giovanni. Qui venne sottoposta a una rachicentesi che evidenziò l’encefalite erpetica e le venne dato un antivirale, ma ormai era troppo tardi. La pressione cranica era salita, Ilaria venne operata, il suo cervello era però gravemente danneggiato e non si riprese più.
L’avvocato di parte civile, chiedendosi come l’imputato possa aver sottovalutare i sintomi della paziente, ha dichiarato: “Ho voluto fare personalmente una banale prova e ho inserito in Google i sintomi di Ilaria: tra i principali risultati veniva segnalata una possibile infezione encefalica”.
F.M.B. quindi “sulla base dell’anamnesi di Ilaria, dei dati che aveva a disposizione e delle linee guida, avrebbe dovuto avere il sospetto che fosse in atto una problematica che riguardava il cervello?”, ha chiesto il giudice agli esperti. “Non è stato dato sufficiente peso alle allucinazioni uditive e visive – ha risposto il dottor Verzeletti -. Avrebbe dovuto chiedere un consulto neurologico e disporre ulteriori accertamenti per avere dati più precisi”.
Nella prossima udienza, prevista per il 12 gennaio, sono previste discussione e sentenza.



