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Medicina del territorio, Garattini: “Va riorganizzata per rispondere alle nuove necessità”

Il professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri: “Le case della comunità non devono essere entità che sopravvivono accanto ai medici di medicina generale”

“Mi fa paura l’idea di perdere il Servizio Sanitario Nazionale, un bene a cui non dovremmo rinunciare, non solo per noi ma anche per chi verrà dopo di noi”. Così il professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, illustra la sua più grande preoccupazione rispetto ai problemi dell’Italia di oggi.

Lo ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Bergamonews in occasione del suo 97° compleanno, in cui ha affrontato diversi argomenti, dalle criticità della sanità ai problemi della scuola, passando per qualche consiglio su come vivere in salute e alcune indicazioni per i giovani.

“Preservare il Servizio Sanitario Nazionale – dichiara il professor Garattini – dovrebbe essere un obbligo e purtroppo in questo momento ha molte criticità, fondamentalmente perché è cambiata la medicina. Nei prossimi cinquant’anni non possiamo più sperare di mettere a posto le cose apportando piccoli interventi. Occorre rivederlo a 360° perché oggi la medicina è legata a componenti sociali, ambientali e psicologiche. Si sono sviluppate, inoltre, conoscenze che cinquant’anni fa erano solo agli inizi come la genetica. La medicina è diventata multidisciplinare: non c’è più posto per medici che svolgono la loro professione da soli e devono lavorare assieme”.

Da dove comincerebbe a trasformare il Servizio Sanitario Nazionale per renderlo funzionale a rispondere alle esigenze odierne?

Uno dei problemi principali è rappresentato dal territorio. Oggi la medicina territoriale non c’è e si cerca di rispondere a questa carenza con le case della comunità. Queste ultime non devono essere entità che sopravvivono accanto ai medici di medicina generale ma l’espressione di ciò che facciamo sul territorio, il luogo dove mettiamo assieme 20 medici e abbiamo la possibilità di tenere aperti gli ambulatori 7 giorni alla settimana per 10 ore al giorno in modo da non affollare i pronto soccorso. Inoltre, al loro interno devono esserci la segreteria informatica, apparecchiature per svolgere analisi, pediatri, infermieri, assistenti sociali e forme di volontariato. Devono dare vita a un sistema che risponda alle nuove necessità della medicina e abbiamo difficoltà a farlo perché i sindacati dei medici di medicina generale non vogliono essere assunti dal Servizio Sanitario Nazionale.

Una delle obiezioni è che se i medici di medicina generale diventassero dipendenti del Servizio Sanitario Nazionale, dovendo fare dei turni, verrebbe meno il rapporto fiduciario con il paziente

Chi lo ha detto? Il rapporto fiduciario tra medico e paziente si può mantenere anche se lavorassero assieme 20 medici facendo i turni. Anzi ci sarebbe un vantaggio: dato che tante volte è difficile reperire il proprio medico, se ne potrebbe trovare un altro che accedendo ai dati della persona si occuperebbe del proprio caso senza dover andare al pronto soccorso come accade oggi.

C’è un altro aspetto da considerare: le case di comunità sarebbero presenti in numero inferiore rispetto agli ambulatori medici. Verrebbe meno la prossimità? Chi vive in un piccolo paese dovrebbe fare km per raggiungerle?

Per molte prestazioni, se si adoperasse bene la telemedicina, non sarebbe necessario raggiungere la casa di comunità. Qualora vi fosse l’esigenza, il medico potrebbe effettuare comunque le visite a domicilio, anzi diventerebbero più comode contando sull’organizzazione della casa della comunità. Con la presenza dell’assistente sociale e di realtà del volontariato, inoltre, la prossimità verso i pazienti più fragili aumenterebbe: alcuni volontari, per esempio, potrebbero consegnare a casa i farmaci di cui hanno bisogno mentre altri intrattenerli facendo loro compagnia. Ma c’è un altro vantaggio: si potrebbe risparmiare il tempo che si perde quando si deve eseguire un esame del sangue. Prima di fare il prelievo, ora come ora bisogna compiere diversi passaggi, a cominciare dalla richiesta dell’appuntamento con il proprio medico di medicina generale che in Lombardia effettua 15 ore alla settimana di ambulatorio per 1.500-1.800 pazienti.

Al di là delle ore di apertura dell’ambulatorio, però, molto del loro tempo viene assorbito da numerosi adempimenti burocratici

Nelle case di comunità gli adempimenti burocratici sarebbero meno gravosi perché se ne occuperebbe la segreteria. Oggi, anche solo per effettuare le analisi di routine, serve l’impegnativa e poi il paziente deve recarsi in ospedale o in un centro prelievi, successivamente riceve gli esiti, deve prenotare un appuntamento dal proprio medico di medicina generale che poi li visiona e gli comunica come stanno le cose. In una casa di comunità, invece, si andrebbe dal medico, le analisi verrebbero eseguite al momento perché ci sono apparecchiature che richiedono poche gocce di sangue e riescono a fornire il responso in pochissimo tempo.