L’ex ciclista bergamasco si racconta a Bergamonews. Dai trionfi al Giro d’Italia del 2002 e del 2005 alla nuova vita da responsabile di sala e di cassa alla “Baita Valle Azzurra” di Valzurio. “Nel ’99 non subii mentalmente la squalifica di Pantani. Bruynel non mi volle più in Astana. Tornerò nel ciclismo? Può essere”
Falco Saoldèl, gnac a sunàga/ Al vé zo a ciot e töcc chi oter i la fa ‘n braga (Falco Savoldelli, anche se gli suoni vien giù senza paura mentre gli altri se la fanno addosso).
Non si può di certo dare torto al Bepi, cantante e re del dialetto bergamasco, che nel 2006 intonava queste parole nella canzone “Falco Saoldèl”, dedicata a PaoloSavoldelli, ciclista originario della Val Seriana e vincitore di due Giri d’Italia nel 2002 e nel 2005. il “Falco”, suo soprannome storico, è considerato uno dei più grandi discesisti che il ciclismo abbia mai avuto. In difesa e in gestione sulle salite, in spietata picchiata giù dalle montagne: nessun timore reverenziale, paura zero, cuore gettato oltre l’ostacolo e grossi dolori per gli altri che inseguivano.
Paolo li ha costruiti così i più grandi successi della carriera: su tutte facile pensare alla vittoria di Borgo San Dalmazzo al Giro del 1999 (concluso al secondo posto dietro Ivan Gotti, ndr), caratterizzata da un formidabile rimonta lungo la discesa del Colle del Fauniera, divenuta una masterclass per tutti coloro che un giorno sognano di ripeterne le gesta. Senza dimenticare il recupero giù dal Colle delle Finestre al Giro d’Italia del 2005, che suggellò il secondo successo nella Corsa Rosa del campione di Rovetta.
Ritiratosi dal professionismo alla fine del 2008, il “Falco” ora ha una vita ancora legata alle montagne, ma questa volta nella ristorazione: gestisce insieme alla compagna la “Baita Valle Azzurra” a Valzurio in Alta Valle Seriana, dove è responsabile di sala e di cassa. Proprio da qui, si è aperto a Bergamonews, raccontando a ruota libera della sua vita: dalla prima partecipazione al Tour de France al primo anno tra i professionisti quando per i ritmi folli “non mi fermavo a fare pipì se non si fermavano altri 50 corridori”, ai trionfi al Giro, passando anche ai momenti difficili dettati dagli infortuni, da cui però è sempre ripartito alla grande. Lui che nelle categorie giovanili la mattina si allenava e il pomeriggio lavorava con il padre, lui che non ha mai mollato e con squadre poco attrezzate per supportarlo è sempre riuscito a cavarsela da solo. E poi il rapporto complicato con Johan Bruynel, suo manager alla Discovery Channel, a cui “dissi quello che dovevo dirgli”, oltre al rammarico di non aver mai indossato la maglia azzurra in un Mondiale. Senza dimenticare l’esperienza come inviato moto Rai al Giro d’Italia: l’iconico “A Voi” se lo sono scordati in pochi.
Paolo, come e quando nasce il suo rapporto con il ciclismo?
Io sono sempre andato in bicicletta fin da piccolo: una volta la bici si usava come mezzo di trasporto per andare a scuola, al parco giochi o all’oratorio. Inizialmente era una bicicletta normale, poi Bmx e Mountain Bike. Successivamente mio padre, che in precedenza aveva fatto alcune gare amatoriali, mi comprò una bici da corsa: una passione che iniziò tra i 10 e i 12 anni.
Passione ma anche tanto spirito di sacrificio. Lei che ai tempi delle categorie giovanili la mattina si allenava mentre il pomeriggio lavorava con suo padre.
Già, quando correvo io quasi tutti andavano solo in bicicletta e non lavoravano, qualcuno studiava. Io avevo la fortuna che mio papà faceva l’imbianchino, quindi riuscivo a gestirmi meglio. Ovviamente non era semplice lavorare dopo che venivi da una mattina in cui facevi 150 km in bici. L’ultimo anno da dilettante ho lavorato meno e poi sono passato professionista: questo mi ha aiutato a fare il salto di qualità.

Nel 1996 passa professionista con la Roslotto – ZG Mobili e partecipa subito al Tour de France. Oggi è raro vedere un corridore al primo anno tra i professionisti partecipare alla Grande Boucle…
Credo che quella sia stata una cosa molto importante, un passo fondamentale nella mia carriera: il Tour de France è una corsa di altissimo livello. In quegli anni si facevano dei test fisici e i miei erano molto performanti: la squadra credeva che in un futuro avrei potuto vincere un Giro d’Italia. Mi portarono al Tour, la corsa più dura, per fare esperienza. Fu difficile finirlo ma mi piazzai bene in un paio di tappe: farlo subito al primo anno mi è servito molto.
Ricordi particolari di quel Tour?
Ce ne sono tanti di ricordi. Era l’anno della vittoria di Bjarne Riis (corridore danese della Telekom, ndr). Si andava veramente forte: calcola che come rapporto mi montavano dietro il 12 e non l’11, che avevo richiesto personalmente, perchè dicevano che ero troppo giovane per quel rapporto. Ma quando ti trovavi in fila indiana e venivano imposti ritmi altissimi a volte si andava anche a 70 km/h in pianura. Mi ricordo anche che non mi fermavo a fare pipì se non si fermavano almeno altri 50 corridori: si andava talmente forte che avevo paura di rimanere dietro.
Nel 1997 al suo primo Giro d’Italia arriva la conferma: è un uomo da corse a tappe.
Secondo anno da professionista con Piotr Ugrumov (in carriera sul podio sia al Giro che al Tour, ndr) capitano della squadra. Ma si ritirò a causa di problemi fisici. Io feci 13esimo in classifica generale, un buon risultato, senza fare nulla di particolare per cercare di fare classifica. La Roslotto, con manager Moreno Argentin, era gestita molto bene ma purtroppo dovette chiudere per problemi economici: raggiunsi un altro bergamasco, Gotti, alla Saeco.
E in quell’anno arriva anche la prima vittoria da professionista.
La mia prima vittoria è stata una tappa all’Hofbrau Cup in Germania. Centrai una fuga e all’ultima curva arrivammo in due: io entrai in testa, feci la curva a tutta prendendo un piccolo vantaggio e così vinsi. Non è una vittoria che ha segnato la mia carriera però, me la ricordo appena appena perchè era arrivata anche inaspettatamente.
E con la Saeco nel 1999 arriva secondo al Giro d’Italia vincendo la tappa di Borgo San Dalmazzo: indimenticabile quella discesa giù dal Fauniera…
Nel 1998 faccio nono al Giro con capitano Gotti, che però ebbe problemi fisici. Nel 99’ andò alla Polti e vinse la corsa rosa. La discesa del Colle del Fauniera è molto tecnica e veloce: bisognava saper lasciar scorrere la bicicletta. Il giorno prima in ricognizione durante il giorno di riposo mi resi conto che era perfetta per me. Pantani la faceva da padrone in quei Giri e quando arrivammo nel tratto più duro iniziò a scattare. Io che sapevo di non poterlo seguire iniziai a proseguire con il mio passo: in vetta scollinai con due minuti di ritardo da Pantani. In discesa li recuperai e ripresi il gruppetto con dentro Marco a 4/5 km dalla fine della discesa: c’erano ancora 2/3 curve. Come li ripresi li staccai subito ed andai via facendo il vuoto. Ripresi poi Missaglia, lo staccai sulla Madonna del Colletto ed arrivai al traguardo con quasi due minuti su Gotti e Pantani.
Sempre in quel Giro, si arriva poi al 5 giugno. Alla partenza della penultima tappa da Madonna di Campiglio Marco Pantani viene estromesso dalla corsa per un livello di ematocrito (percentuale del volume del sangue occupata dai globuli rossi, ndr) superiore al consentito. A quel punto lei diventa il leader provvisorio ma per rispetto nei confronti del “Pirata” non indossa la Maglia Rosa. Il primo ricordo che le viene in mente di quella mattina?
Io ero già molto preoccupato perchè eravamo alla fine del Giro d’Italia, ero stanco ed ogni giorno ero una sofferenza. Inoltre Pantani con la sua squadra faceva sempre la corsa dura per sfiancare tutti gli avversari: quando scattava per me era meglio, almeno prendevo il mio passo. Quando ho saputo della squalifica di Pantani decisi di non indossare la maglia, inoltre pensai che avrei preferito avere ancora lui e la Mercatone Uno a fare la corsa. Le squadre dei miei avversari diretti (su tutti Gotti) inziarono a imporre un ritmo forte già forte sul Tonale, ancora più alto sul Gavia, per poi portare l’attacco sul Mortirolo che per me era una salita proibitiva.
All’arrivo dell’Aprica vinse lo spagnolo Roberto Heras che arrivò con Simoni e Gotti. Quest’ultimo le tolse la leadership vincendo il suo secondo Giro d’Italia. Lei giunse ad oltre quattro minuti. Secondo lei fu penalizzato anche a livello mentale dal terremoto che il mondo del ciclismo subì quel giorno?
No, mentalmente non credo di avere avuto problemi perchè io stavo solo pensando a fare la mia corsa. C’era chi tirava al massimo, mentre io dovevo solamente fare il meglio di me. Dal Mortirolo in poi stare a ruota non contava più niente, davanti si trovavano tre scalatori fortissimi: Simoni andava a tutta per predere il secondo posto, Heras per vincere la tappa e Gotti per vincere il Giro. Andarono d’accordo e riuscirono a fare la differenza.
Pantani la ringraziò successivamente per la solidarietà che ebbe nei suoi confronti. L’ultima volta che l’ha incontrato?
Sicuramente l’ho incontrato in qualche corsa. Pantani dopo quel problema non è più stato lui. Alla fine vedevi che era un po’ perso, sempre sulle sue, un po’ pensieroso e un po’ strano.
Il suo momento al Giro d’Italia arriva nel 2002: vince la corsa con la Index-Alexia-Aluminio, una squadra non sufficientemente attrezzata per supportarla e con tanti problemi economici (chiuse poco dopo, ndr).
La squadra non aveva delle coperture economiche, si scoprì dopo che alcuni sponsor erano stati trascritti ma erano fasulli per avere la copertura delle fideiussioni bancarie alla federazione ciclistica internazionale. Per la prima volta il direttore sportivo Giovanni Fidanza mi disse: “La corsa che ci interessa è il Giro d’Italia, prepara quella e basta”, e questo ha fatto la differenza. C’era Ivan Quaranta che era il nostro velocista, ma non era in ottime condizioni: andava molto piano in salita e tutta la squadra doveva fermarsi per portarlo al’arrivo. In squadra c’erano corridori come Lanfranchi che cercavano di fare la propria corsa con l’obiettivo di ottenere un contratto l’anno successivo. Io mi sono trovato sempre da solo in montagna, avevo Manzoni e Andriotto che mi aiutavano a prendere le salite nelle prime posizioni.

E poi arriva quel giorno a Passo Coe (17a tappa, ndr) sulle Dolomiti…
Ovviamente non ero io il favorito del Giro. Fu un Giro d’Italia molto travagliato. A Corvara il giorno prima la maglia rosa la prese Cadel Evans che quel giorno con arrivo a Passo Coe ebbe una crisi entrata nella storia: fu una crisi di fame, non riusciva più ad arrivare al traguardo, continuava ad ondeggiare dalla fatica. In quella giornata dimostrai di avere delle ottime doti di fondo: ero un corridore che andava molto forte nelle tappe ad alto chilometraggio, più lunghe erano meglio era per me. Fortunatamente presi la maglia rosa alla fine della corsa quando il supporto della squadra ormai serviva poco.
Come ha detto lei un Giro d’Italia molto particolare: i due favoriti Garzelli e Simoni uscirono di scena nella prima metà di gara (il primo fu trovato positivo a un test antidoping, il secondo risultò non negativo alla cocaina e fu invitato ad abbandonare il Giro dalla sua squadra, la Saeco, ndr).
Purtroppo per loro questo è successo: dopo la positività di Garzelli la Mapei (squadra del campione varesino), una delle squadre più forti, abbandonò il ciclismo. Il patron Squinzi comunicò a tutti la chiusura della sua formazione. Credo abbia sistemato tutti i corridori e il personale nelle altre squadre, magari anche pagandoli lui. Dopo quanto successo, per una sua etica, non voleva più essere nel mondo del ciclismo. Sicuramente fu un altra botta per il nostro sport: ogni anno succedeva qualcosa che andava a minare la credibilità del ciclismo, che nonostante ciò oggi è ancora molto seguito.
In questo senso oggi la storia sembra essersi ribaltata in positivo. È così?
Secondo me gli anni brutti sono passati. Oggi non c’è più quasi nessuno che si prende il rischio di fare qualcosa fuori norma perchè i problemi che ne seguirebbe sarebbero molto gravi. I corridori oggi vanno ancora più forte rispetto ai miei tempi: nel ciclismo attuale ci sono ragazzi che riescono ad essere protagonisti per tutto l’anno mentre nel mio ciclismo era diverso: c’era lo specialista delle corse a tappe e chi era adatto alle corse di un giorno. Inoltre, generalmente, si riusciva ad essere competitivi solo in determinati periodi della stagione. Questo perchè sono statti fatti dei passi avanti: la differenza l’ha fatta l’alimentazione. Si è riusciti a capire cosa e come deve mangiare uno sportivo: parliamo del serbatoio di un atleta, ora diventato più capiente. Oggi vediamo attacchi di atleti che fanno 40,50,60 km da solo, cose che non si vedevano ai miei tempi.
Dopo la vittoria della maglia rosa, il biennio 2003-2004 alla Telekom (una delle più attrezzate a livello economico dell’epoca, ndr) fu davvero complicato.
La vittoria del Giro portò sicurezza in me stesso. Ma purtroppo già nel febbraio del 2003 mi investii un motociclista a Tenerife. Fui anche fortunato perchè potevo avere conseguenze ben peggiori. Mi rimisi in bici troppo precocemente per fare il Tour de France: ma poco prima della Grande Boucle mi venne il Citomegalovirus, provocato dalle difese immunitarie basse che avevo in quel momento. Mi sentivo sempre stanco e ci volle un anno prima di riprendermi. Come se non bastasse al Giro di Colonia del 2004 ero in coda al gruppo e una bicicletta mi entrò nella ruota davanti, ribaltandomi: mi svegliai sull’ambulanza ed anche quell’anno andò perso. Nel 2005 andai alla Discovery Channel. In allenamento in California esplose il copertoncino della ruota davanti e mi spaccai la clavicola: ma fu un incidente veloce da superare perchè mi fecero un operazione con una piastra e dopo tre giorni pedalavo già sui rulli.
Quell’anno arriva il bis al Giro d’Italia, forse la vittoria più bella della sua carriera. Iconica fu la sua strenua difesa nella tappa decisiva sul Colle delle Finestre (prima volta che il Giro d’Italia percorse questa salita, caratterizzata da una seconda parte tutta in sterrato, ndr), dove evitò il recupero in classifica di corridori come Simoni, Di Luca e Rujano.
Fu un Giro d’Italia molto duro: i favoriti erano Basso e Cunego che però uscirono di scena per motivi diversi (il primo per problemi fisici, il secondo per una condizione non all’altezza, ndr). Man mano passavano gli anni ed avevo sempre più problemi di allergia: quel giorno sul Colle delle Finestre soffrii parecchio questi problemi. Già al primo passaggio sul Sestriere mi resi conto che qualcosa non andava. Sul Colle delle Finestre fui bravo a gestire la situazione: tutti pensavano che io mi fossi staccato perchè non ne avevo più, ma invece andai del mio passo perchè il ritmo davanti era esagerato. Di Luca tirò per Simoni, la cosa fu evidente. Inoltre i miei avversari davanti rischiarono il tutto per tutto su quella salita mentre io non dovevo rischiare. Con il senno di poi avrei fatto bene a rimanere con loro, anche perchè appena mi staccai all’inizio della salita loro rallentarono.
Anche in questo caso seppe adattarsi perfettamente alla situazione. Ancora una volta senza compagni di squadra…
Pensavo di trovare più collaborazione nel salire il Colle delle Finestre. Ma i corridori che trovavo erano già stanchi, oppure non potevano lavorare perchè già accordati con quelli davanti. Io riuscii a salire con il mio ritmo ed in discesa recuperai (si arrivava a Sestriere, ndr). Fu un Giro che vinsi con la costanza, sono andato bene a cronometro: alla fine sono sempre rimasto lì davanti e in salita il giorno che presi la maglia rosa staccai uno scalatore come Simoni (arrivo a Ortisei, ndr).
Quell’anno partecipò anche al Tour de France, dove vinse una tappa (17a tappa con arrivo a Revel, ndr). Il capitano della Discovery era Lance Armstrong, che quell’anno vinse l’ultimo dei suoi sette Tour (poi revocati, ndr). Come l’ha vissuta lei la figura di Armstrong?
Era nettamente superiore a tutti, aveva molta sicurezza nei propri mezzi, era una star: non so come faceva a gestire ciò che aveva intorno. Aveva una grande pressione attorno ma era davvero forte mentalmente.
Dopo che nel 2012 subì la squalifica che gli fece perdere tutti e sette i Tour de France conquistati lei ha più avuto modo di parlarci?
No, non ho più avuto modo di sentirlo. L’errore per lui fu quello di tornare alle corse nel 2009 dopo che si era ritirato nel 2005. Chi l’ha consigliato di rientrare secondo me sbagliò: in quel momento all’Astana con Armstrong c’era Contador che dominò quel Tour de France. Lance concluse comunque quella corsa al terzo posto.
Dopo il 2005 che piega prese la sua carriera?
Nel 2006 andavo molto forte ma al Giro ebbi a che fare con dei problemi di respirazione: ero diventato allergico alla polvere e alle graminacee. C’erano delle giornate che mi venivano i crampi anche in pianura. In quel Giro vinsi il prologo in Belgio, poi finii quinto nella generale. Nel 2007 passai all’Astana. Sempre al Giro la sfortuna mi colpii perchè fui protagonista di una caduta sotto la pioggia all’arrivo a Pinerolo: scivolai sul fianco, tagliandomi. Il giorno dopo avevo una mano gonfissima. Rimasi in corsa, vinsi la cronometro di Verona e aiutai il mio compagno Eddy Mazzoleni nella conquista del podio.
Nel 2008 chiuse la sua carriera alla “piccola” LPR Brakes. Doveva rimanere all’Astana ma poi arrivò Bruynel, suo manager alla Discovery…
Mi ero già messo d’accordo con l’Astana. Ma la squadra ebbe problemi al Tour de France per via della squalifica di Vinokourov e cambiò manager. Arrivò così Bruynel, con cui io avevo discusso alla Discovery e fece di tutto per non farmi rimanere in squadra.
Cosa successe?
Litigammo nel 2006 per questioni economiche e di premi. Nel 2007 lo incontrai un giorno e gli dissi quello che dovevo dirgli. Poi me lo ritrovai poco dopo in squadra…
Nel 2008, al suo ultimo Giro d’Italia, ha avuto la fortuna di congedarsi correndo sulle sue strade, in Val Seriana, nella 19a tappa che arrivava al Monte Pora. E chiaramente non poteva non essere protagonista lungo la discesa del Vivione…
Fu una giornata da tregenda: pioggia dalla mattina fino alla sera. Sul passo del Vivione faceva davvero freddo. Io riuscii a mettere la mantellina mentre tanti no: superai i corridori che avevo davanti e ripresi il mio compagno Di Luca (suo capitano alla LPR, ndr) e Nibali che erano andati all’attacco. Di Luca si mise alla mia ruota e tirai a tutta fino a portarlo all’imbocco della Presolana. Danilo arrivò secondo in quella tappa e si rimise in corsa, ma il giorno dopo sul Mortirolo saltò. In quel Giro ebbi ancora a che fare con i problemi di allergia ma se non ci fosse stato l’arrivo al Monte Pora non so se avrei terminato quella corsa.

Le sue qualità in discesa sono state messe in risalto nella canzone “Falco Saoldèl” di Tiziano Incani, in arte Bepi.
Sì, il Bepi è di Rovetta, il mio paese, e abbiamo un anno di differenza. Lui è stato molto bravo anche perchè tanta gente non mi conosce per la mia carriera ma proprio per questa canzone. La parte che canto io non è cosi melodiale… (scherza) però la canzone è molto orecchiabile e bella.
Nel ciclismo di oggi c’è un corridore che le ricorda Paolo Savoldelli?
Oggi non vedo nessuno che riesce a fare una grandissima differenza in discesa. Io in certe situazioni riuscivo a cambiare il destino della corsa e tutti lo sapevano: varie volte ho sentito cadere il corridore dietro di me che voleva seguirmi a tutti i costi. Oggi è più difficile fare la differenza che facevo io perchè con gli sviluppi fatti le biciclette d’oggi sono molto più difficili da guidare.
Ha un rimpianto nella sua carriera?
L’unico rimpianto che ho è non essere mai andato al Mondiale con la maglia azzurra della Nazionale. Io ero un corridore che sotto pressione andava anche più forte. Fu più una decisione mia: non ero un corridore veloce e avrei dovuto sempre aiutare gli altri, anche perchè non sono mai andato forte nelle corse di un giorno. Il commissario tecnico con cui restai maggiormente in contatto fu Franco Ballerini.
Ora ha una nuova vita qui alla “Baita Valle Azzurra” a Valzurio, nella sua Val Seriana.
La mia compagna ha questo ristorante a Valzurio, un paesino con soli 13 residenti. Siamo aperti il sabato e la domenica, nelle festività e nei mesi di luglio e agosto tutti i giorni. Il lavoro va bene, è diventato sempre di più in questi anni: prima del Covid facevo un po’ di cose legate al ciclismo per Colnago e per alcune manifestazioni. Poi ho iniziato a dare una mano qui al ristorante: il lavoro è sempre aumentato e dato che gli impegni ciclistici sono sempre di sabato e domenica coincidere le due cose è sempre stato più complicato. Siamo io e lei e altre persone che vengono a darci una mano. È un posto molto bello, particolare e vengono un sacco di ciclisti. Io mi occupo della sala e della cassa, mentre la mia compagna è in cucina.
Le sue imprese, la canzone del Bepi, ma le persone l’hanno apprezzata anche per il suo iconico “A voi” quando fece l’inviato Rai in moto al Giro d’Italia, dal 2010 al 2012. Tornerà prima o poi nel mondo del ciclismo?
Nel 2010 la Rai mi ha chiamato. Ho potuto vivere il ciclismo da una posizione privilegiata. Sulla moto ho visto Contador scattare sull’Etna e sul Nevegal (Giro 2011 vinto dal fuoriclasse spagnolo, poi squalificato, ndr): lui è il corridore che mi è rimasto più impresso perchè seguirlo dalla moto era spettacolare. Può essere che tornerò nel ciclismo. Più passano gli anni e più cambia. Se dovessi tornare sicuramente non farei il direttore sportivo: non mi ha mai attirato particolarmente. Quello che facevo in Rai mi piaceva.