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Al Sociale un Donizetti comico nello studio di surreali triangoli amorosi

Presentato a Donizetti Opera il dittico composto da “Il campanello” e “Deux hommes et une femme” che, tra rapporti matrimoniali e travestimenti, avvicina al surreale la farsa del compositore bergamasco

Bergamo. Due triangoli sentimentali che esplorano i rapporti fino quasi al surreale, protagonisti di due opere più leggere di Gaetano Donizetti in cui prendono libero campo comicità e farsa. Sono “Il campanello” e “Deux hommes et une femme”, dittico formato da due atti unici, protagonista nella seconda serata di Donizetti Opera 2025, andata in scena sabato 15 novembre (repliche 23 e 28 novembre) al Teatro Sociale.

Centrale, seguendo il fil rouge di tutta questa edizione del festival, è il tema del matrimonio. Un tema qui esplorato in un doppio triangolo amoroso, formato da una donna e due uomini.

Ne “Il campanello”, farsa in un atto (messa in scena nella versione del 1837) con parole e musica di Donizetti e recitativi di Salvadore Cammarano, protagonista è il triangolo tra Enrico (il baritono – basso buffo Francesco Bossi), amante ripudiato, che decide di mandare in bianco la prima notte di nozze tra la sua ex, Serafina (il soprano Lucrezia Tacchi, in leggera veste gialla), e lo sposo, il farmacista Annibale Pistacchio (il baritono Pierpaolo Martella). Enrico, per disturbare il farmacista (con l’obbligo professionale di rispondere ad ogni chiamata), si traveste, di volta in volta, da ballerino indisposto, da cantante senza voce (con costume che ricorda Luciano Pavarotti) e da vecchietta malata: un soggetto boccaccesco (tratto dalla pièce francese “La sonnette de la nuit”) che si sviluppa in maniera ironica, con i personaggi che, a vario titolo, si fanno beffe di Annibale, costretto in seguito a partire per impegni professionali senza mai aver passato una “notte lieta” con la neo-sposa.

La scena, creata da Serena Rocco, rende strutturalmente il dittico proposto, con una scenografia che si divide (anche cromaticamente) tra il verde della Pharmacie Pistacchio di Annibale e il giallo dell’Hotel Rita (ambientazione principale di “Deux hommes et une femme”), affiancati nel dare luogo al “doppio ritorno” dei mariti, con elementi minimali efficaci però nel tradurre anche il carattere grottesco di diverse scene. Nel “Campanello”, il preludio, con accordi che accompagnano e vengono accompagnati dallo squillo incessante del campanello, è indice del disturbo ossessivo dell’oggetto, determinante, inevitabilmente, nel dare forma al triangolo proposto. Buona la prova dei cantanti, tutti allievi della Bottega Donizetti, che riescono a far emergere il carattere sarcastico della farsa, trovando anche alcuni momenti topici come nel duetto “Non fuggir!… T’arresta, ingrata” tra Enrico e Serafina, nel brindisi “Mesci, mesci e sperda il vento”, sempre di Enrico, fino all’aria “Mio signore venerato”, un divertente e brillante confronto tra Enrico e Annibale che mostra l’agilità canora e l’interessante confronto scenico tra i due.

Cantanti che ripetono la buona prova nella seconda parte, dedicata a “Deux hommes et une femme”, che si caratterizza per un’ironia più sottile e lievemente psicologica. Messa in scena nella versione originale francese del 1839, l’opéra-comique in un atto di Gustave Vaëz, con musica di Donizetti, mostra il rapporto, frutto d’interesse, tra Gasparo (il baritono Alessandro Corbelli, con cappello Davy Crockett) e la moglie Rita (il soprano Cristina De Carolis, con abito verde e vistoso cappello). Dopo la morte (apparente) del primo marito, Rita sposa in seconde nozze Pepé (il tenore Cristóbal Campos Marín, con elegante camicia, gilet e papillon). Con una sorta di spirito di vendetta, Rita picchia regolarmente il secondo marito, paradossalmente con più bontà d’animo del primo. Quando i due mariti scoprono l’esistenza l’uno dell’altro, si sfidano (con varie e discutibili modalità) per decidere, in un ribaltamento dei canoni, chi deve tenersi la moglie. Un’opera accompagnata dalla vivacità del concertato, mentre il trio di protagonisti si fa notare per la buona amalgama in scena. Da sottolineare la spavalderia e la personalità di Rita/De Carolis (espressa già dall’inizio, nell’introduzione, con la brillante cavatina “De mon auberge”), mentre il duo formato da Pepé (timido e sottomesso, con canto leggero) e Gasparo (più autoritario) si confronta rispetto al terrore imposto dalla protagonista, dalla quale cercano in tutti i modi di scappare, un sentimento ben espresso nel duetto “Il me vient une idée”, con un canone utilizzato con effetto ironico.

Un doppio triangolo donna-uomini che trova il proprio cortocircuito nel finale, mentre una scimmia dona un tocco di imprevedibilità alla curata regia di Stefania Bonfadelli, che dosa in maniera efficace spazi e densità, in particolare nelle scene con il coro dell’Accademia Teatro alla Scala, guidato dal Maestro Salvo Sgrò.

Il dittico si avvale della presenza dell’orchestra Gli Originali, che utilizza strumenti musicali storicamente informati (originali e copie), con qualità sonore e timbriche più vicine a quelle presenti negli strumenti utilizzati all’epoca di Donizetti. La guida del direttore Enrico Pagano rende in maniera efficace lo stile serrato e brillante dei due atti unici, con un buon bilanciamento tra drammaturgia e musica, con l’orchestra (il fortepiano suonato da Ugo Mahieux ed i fiati in particolare) che sottolinea in modo adeguato tempi comici e travestimenti. I duetti e i terzetti risultano importanti momenti lirici, sempre ben bilanciati tra conflittualità e comicità.

Il tutto immerso in un’atmosfera anni Cinquanta ben richiamata dalla scena e dai costumi di Valeria Donata Bettella, che si fanno tramite tra il periodo donizettiano e la contemporaneità. Durante “Il campanello”, si sente risuonare, da una radio, “La bambola” di Patty Pravo, a sottolineare, ancora una volta, i complessi e surreali triangoli amorosi. Triangoli nati da equivoci e incomprensioni, che sottintendono, nella farsa, una tragedia di fondo. Non deve stupire allora la riproposizione di “Deux hommes et une femme”, del suo “gesto alla russa” e del suo “si può ben picchiare la propria moglie / ma non fino ad accopparla”. Un verso forte, che, andando oltre le polemiche, parla all’intelligenza dell’ascoltatore, che racconta di una dinamica violenta, qui riproposta, come ricordato dalla regista, “affinché non accada mai più”.