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I giovani, il narcisismo vulnerabile e il non sentirsi all’altezza del mondo in cui vive

I giovani trattengono sul fondo oscuro della coscienza una sensazione oscura, ma potente: che il futuro si è accorciato, che non è affatto luminoso, che è incerto

I sondaggi e le ricerche sociologiche, dall’Istat al Censis , all’Swg, all’Ipsos, si affannano al capezzale dei giovani per decifrarne “le ultime volontà”. Benché l’espressione qui usata sia controintuitiva e leggermente macabra, essa è coerente con l’altrettanto provocatorio titolo del libro di Alessandro Rosina“La scomparsa dei giovani”. Siamo perciò interessati a capire quale sia il destino dei nostri figli e nipoti, sempre che vogliamo smentire la brutale affermazione di Elon Musk, secondo “l’Italia sta scomparendo”.

Le descrizioni della coscienza giovanile sono variegate, in primo luogo a seconda di quali siano i confini biografici definiti, entro cui si racchiudono le generazioni. Parlare della Generazione Zeta – quella nata dopo il 2010 – è altra cosa che il riferirsi ai giovani che stanno tra i 18 e i 34 anni, come fanno l’Istat o il Censis. Ciascuna fascia generazionale coltiva speranze e valori differenti.
Esiste, ciononostante, un tratto comune della coscienza giovanile, anzi di tutte le generazioni viventi: il rispecchiamento dello stato del mondo, così come oggi è divenuto. È la struttura del mondo
che propone dei vincoli oggettivi allo sguardo che ogni generazione che vi si confronta. Lo stato reale del mondo non cambia a seconda dello sguardo che gli rivolgiamo. Perciò il problema che ogni generazione ha è quello di comprenderlo così come é. Si tratta della “verità del mondo”.

Ogni generazione ha accumulato propri strumenti e metodi di scoperta della verità del mondo, che dipendono dalla collocazione socio-politica che ogni generazione ha acquisto lungo la propria vita. Il mondo che oggi si dispiega davanti alle generazioni europee e italiane ha subito una mutazione traumatica, la cui data simbolica di inizio è il 24 febbraio 2022, giorno dell’aggressione russa all’Ucraina. Quel giorno conclude i trentacinque dalla fine della Guerra fredda, che era stata sepolta sotto le macerie del Muro di Berlino il 9 novembre 1989. Il febbraio 2022 segna la fine della “Pace degli Ottant’anni”, incominciata nel 1945. È stato un periodo lungo e felice per tutte le generazioni di Europei, in particolare per i baby-boomer, nati dopo il 1945.

Oggi hanno 80 anni. Altrove, nel mondo, la guerra c’era sempre stata, ora qua ora là, ma in Europa no. Quel tempo storico è finito. L’ipotesi di una Terza guerra mondiale tra grandi potenze per ridisegnare le aree di influenza sul pianeta non è più peregrina. Parlò per la prima volta Papa Francesco di una “terza guerra mondiale a pezzi” il 18 agosto 2014, durante la conferenza stampa a bordo dell’aereo che lo riportava da Seul a Roma. In quell’anno erano in corso varie guerre (in Siria, in Iraq, nel Donbass, in Afghanistan, in Libia, in Sudan, in Yemen, in Congo, in Centro-Africa, a Gaza). Ma nel 2022 la Russia ha deciso di annettersi un altro Stato, teorizzando la necessità di rilanciare l’Impero già sovietico e zarista. Quella ucraina è una guerra tendenzialmente “mondiale”.

L’ascesa della Cina e la reazione americana con Trump non fanno più escludere dal nostro futuro l’ipotesi di una Terza guerra mondiale. Questo dato come inter-reagisce con la coscienza delle generazioni? Intanto, molto dipende dai luoghi. Per esempio, in Ucraina, nei Paesi baltici, in Polonia, in Germania la reazione è più proattiva, in Italia più passiva. E poi dipende da quale generazione. In Italia, nella maggioranza, ormai, della popolazione adulta si dà un testardo rifiuto di vedere la guerra.

Il “pacifismo”, a parte alcune sacche di militanza pacifista, è soprattutto questo: fuga e indifferenza. E i giovani? Lo stesso. Che però trattengono sul fondo oscuro della coscienza una sensazione oscura, ma potente: che il futuro si è accorciato, che non è affatto luminoso, che è incerto. Una sensazione di impotenza, che si può solo affogare nel presentismo, cioè nel vivere e bruciare il presente, perché “del doman non v’è certezza”.

Di qui l’astensionismo – quello dei giovani è del 56% – di qui l’immersione drogata nei social, di qui il narcisismo vulnerabile, di chi non si sente all’altezza del mondo in cui vive.


giovanni cominelliGiovanni Cominelli

*Giovanni Cominelli si laurea in Filosofia nel 1968, dopo studi all’Università cattolica di Milano, alla Freie Universität di Berlino e all’Università statale di Milano.
Esperto di politiche dell’istruzione. Eletto in Consiglio comunale a Milano e nel Consiglio regionale della Lombardia dal 1980 al 1990.