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Conoscere la disforia di genere per capirla
Non è facile parlare di disforia di genere, essendo essa una condizione fortemente soggettiva e difficile da comprendere per chi non ne sia affetto; inoltre, spesso produce paura e disgusto negli altri, a causa soprattutto di fattori socioculturali
Ormai già da più di qualche anno si sente frequentemente parlare di disforia di genere, transessualità e teoria gender in toni spesso sensazionalistici, molto spesso perché nel sentire comune il concetto di identità di genere rimane indissolubilmente legato agli organi genitali e a concetti biologici in generale, quindi considerato inalterabile.
Si tratta di argomenti molto vasti, con un’eziologia ancora non chiara nonostante il crescente interesse anche da parte della comunità scientifica, oltre che dei media. Qualche punto fermo per iniziare a capirne un po’ di più si può però trovare nella terminologia: sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale vengono infatti spesso confusi e sovrapposti, contribuendo al clima di poca chiarezza che si genera spesso intorno all’argomento.
Il sesso biologico è, come dice ovviamente il termine, essenzialmente legato alla biologia ed è il risultato dell’interazione tra le componenti genetiche, ormonali e anatomiche, che permettono una differenziazione nell’individuo sia dal punto di vista della mera fisiologia del corpo sia dell’organizzazione del cervello. Il sesso biologico è anche fortemente legato al concetto di riproduzione, in quanto esistono due gruppi distinti in base al sesso, maschio e femmina. In realtà esistono anche condizioni di intersessualità, ma le lasceremo al momento fuori dal nostro discorso per evitare di fare troppa confusione. Le due principali identità sessuali sono determinate da cinque fattori biologici (i cromosomi sessuali, le gonadi, gli ormoni, gli organi riproduttivi interni e gli organi sessuali esterni) che si differenziano in base al loro essere maschili o femminili.
L’orientamento sessuale invece indica da cosa viene attivato l’interesse sessuale ed affettivo nel soggetto. Non si hanno certezze riguardo da cosa ciò dipenda ma non si tratta comunque del frutto di una scelta e non lo si può effettivamente modificare artificialmente tramite terapie riparative, che tuttavia a volte vengono messe in atto vista la negatività con cui, molto spesso, svariate culture e religioni considerano gli orientamenti sessuali diversi da quello eterosessuale. Secondo Kinsey e colleghi (1948) l’orientamento sessuale si estende lungo un continuum, ovvero una scala formata da sette livelli in cui lo zero indica una completa eterosessualità e il sei una completa omosessualità, mentre il tre equivarrebbe alla bisessualità.
A differenza di quella sessuale, l’identità di genere è la percezione di sé stessi come appartenenti al genere maschile o femminile, ed è basata sulle proprie caratteristiche psicologiche riconoscibili nelle categorie che vengono determinate principalmente dalla cultura di appartenenza; si tratta quindi del risultato dell’interazione tra fattori sociali, culturali e psicologici. La disforia di genere è una condizione in cui vi è discordanza in vari livelli tra il sesso biologico assegnato alla nascita e il genere cui si sente di appartenere. Si manifesta spesso, ma non esclusivamente, con un profondo disagio e malessere nei confronti dei caratteri sessuali del proprio corpo e può essere di due tipi: persone biologicamente maschili che sentono di avere un’identità di genere femminile (MtF) o persone biologicamente femminili che sentono di avere un’identità di genere maschile (FtM). In una persona con disforia di genere è presente un grande conflitto tra la psiche e la realtà corporea e tutto questo è enormemente amplificato dai mutamenti fisiologici dell’età adolescenziale. Stando alle linee guida internazionali è necessario un percorso diagnostico, informativo e terapeutico complesso e diviso in fasi che valuti sia il paziente che la sua famiglia nel caso si tratti di minori. La valutazione psicodiagnostica deve misurare il grado di disforia e anche gli aspetti relativi al funzionamento psicologico generale, come abilità intellettive, strategie di coping, autostima ed eventuali comorbilità psicopatologiche.
In conclusione, non è facile parlare di disforia di genere, essendo essa una condizione fortemente soggettiva e difficile da comprendere per chi non ne sia affetto; inoltre, spesso produce paura e disgusto negli altri, a causa soprattutto di fattori socioculturali. Occorre precisare che non tutti i soggetti inquadrabili nella disforia di genere intendono avviare percorsi di transizione con l’assunzione di una terapia ormonale e sottoporsi a interventi chirurgici di riattribuzione del sesso ed è questo uno dei motivi per cui si preferisce l’utilizzo della parola transgender piuttosto che transessuale, che mette invece più enfasi sull’aspetto anatomico. Nonostante l’odierna maggiore consapevolezza culturale, spesso le persone transgender incontrano notevoli difficoltà nella vita quotidiana, a causa soprattutto dello stigma e dei pregiudizi che ancora li circondano e della mancanza di educazione e formazione riguardo queste tematiche. Spesso questi pregiudizi vengono fatti propri dal soggetto, con la conseguente comparsa di una transfobia interiorizzata che può portare al nascondere la propria identità, con tutto ciò che ne può conseguire per il benessere psichico della persona.
Dott. Aiden Miragliotta – Psicologo Clinico
Dèttore d., Ristori J., Antonelli P. (2015), La disforia di genere in età evolutiva, Alpes Italia.
Rigobello L., Gamba F. (2016), Disforia di genere in età evolutiva, Franco Angeli, Milano.
Valerio P., Vitelli R., Romeo R., Fazzari P. (2013), Figure dell’identità di genere: uno sguardo tra psicologia, clinica e discorso sociale, Franco Angeli, Milano.


