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Assolta Monia Bortolotti: incapace di intendere quando uccise Mattia, per l’omicidio di Alice non ci sono prove

La 29enne accusata di aver provocato la morte dei suoi due figli neonati dovrà restare ricoverata nella Rems di Castiglione delle Stiviere per 10 anni

Pedrengo. Assolta. Non ci sono prove sufficienti per dire che Monia Bortolotti uccise sua figlia Alice e, quando invece provocò la morte del piccolo Mattia, non era capace di intendere e volere. La donna, 29 anni, di origine indiana e adottata in tenera età da una famiglia di Gazzaniga, continuerà a essere sottoposta alla misura del ricovero nella Rems di Castiglione delle Stiviere , dove dovrà rimanere per dieci anni.

Il pubblico ministero Maria Esposito aveva chiesto a gran voce la condanna all’ergastolo dell’imputata, vedendosi respingere anche la richiesta di una super perizia, data la contraddittorietà dei pareri degli psichiatri che avevano valutato le condizioni della giovane madre. I periti nominati dal tribunale e i consulenti della difesa, retta dall’avvocato Luca Bosisio, avevano dichiarato Monia incapace di intendere e volere, quelli dell’accusa l’avevano invece giudicata capace. Così come i medici della Rems stessa, quelli del Cps, gli psichiatri dell’ospedale Papa Giovanni e di una clinica bresciana dove la donna era stata ricoverata per due mesi: in base alle loro valutazioni era capace di comprendere e di agire con lucidità. Per la Corte ha però prevalso il parere dei periti.

Mattia Zorzi, di soli due mesi, era deceduto il 25 ottobre 2022, una mattina in cui si trovava a casa da solo con la mamma. Era stato dimesso da una settimana dopo aver trascorso un mese in ospedale. I genitori lo avevano portato al pronto soccorso in seguito a un episodio in cui il neonato faticava a respirare. I medici lo avevano “rivoltato come un calzino”, come disse al telefono  la dottoressa della patologia neonatale dell’ospedale Papa Giovanni al medico del 118: considerata la precedente morte della sorellina, gli accertamenti erano stati estremamente accurati e scrupolosi.

Al momento delle dimissioni gli esami di Mattia non evidenziavano patologie ma, per precauzione, al piccolo era stato impiantato un loop recorder, un dispositivo per controllare il cuore, collegato con l’ospedale. La mattina della sua morte registrò un’accelerazione dei battiti, poi una bradicardia e infine l’assenza di attività cardiaca. Monia disse di aver trovato il figlio che non respirava nel suo lettino e riferì di averlo preso in braccio e stretto a sé in preda al panico. Chiamò il 118, l’operatore la guidò nelle manovre rianimatorie in attesa dell’arrivo del personale sanitario ma, secondo il pm, il massaggio cardiaco non venne mai praticato. Quando l’ambulanza giunse alla villetta di Pedrengo, il neonato era già deceduto.

La morte del bambino sollevò sospetti anche sul decesso di Alice, 4 mesi, avvenuto un anno prima, il 15 novembre 2021. La procura dispose la riesumazione della piccola salma, che risultò però mal conservata, tanto da non consentire un’autopsia. Alla quale la bimba non era stata sottoposta al momento della morte: i medici trovarono del latte nella trachea, lo aspirarono, ma fu inutile. Conclusero per un decesso provocato da un rigurgito. Proprio per la mancanza di un esame autoptico che potesse confermare o smentire l’ipotesi di infanticidio, la Corte ha pronunciato una sentenza di assoluzione per non aver commesso il fatto.

Nessuno della famiglia era in aula giovedì 13 novembre per la sentenza: Monia Bortolotti è rimasta alla Rems, il compagno e padre dei due neonati, Cristian Zorzi, non si è mai presentato, così come il resto dei familiari. Sono rimasti tutti parti offese, non hanno voluto costituirsi parte civile.

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