Garattini: “Ho paura per il Servizio Sanitario Nazionale. Sono orgoglioso dell’Esperia e dei pomeriggi all’oratorio di Borgo Palazzo”
In occasione del suo 97° compleanno, mercoledì 12 novembre, come ormai da tradizione il presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri ha rilasciato un’intervista a tutto tondo a Bergamonews
“Ho raggiunto un equilibrio per cui sono consapevole del fatto che domani mattina potrei non esserci più, ma se ci sono devo fare tutto ciò che posso come se avessi davanti molto tempo”. Così il professor Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto Mario Negri, spiega il modo in cui vive il suo 97° compleanno.
Il noto ricercatore bergamasco, oncologo e farmacologo dalla lunghissima carriera, riconosciuto su scala mondiale, compie gli anni il 12 novembre, vivendo questo traguardo “con grande tranquillità”. Come ormai da tradizione, Bergamonews lo ha incontrato dando vita a un’intervista a tutto tondo in cui affronta tanti temi di attualità, dalle criticità della sanità (“ho paura per la tenuta del Servizio Sanitario Nazionale”) ai problemi della scuola (“troppo passiva”), ma anche alcune indicazioni su come vivere in salute (“non ci sono segreti, bisogna avere buone abitudini di vita e coltivare interessi che sono un antidoto contro la demenza”) e consigli ai giovani.
Garattini ripercorre alcune tappe della sua vita, specificando di essere “orgoglioso per il titolo di perito chimico conseguito all’Esperia, che all’epoca era un’ottima scuola” e “dei pomeriggi trascorsi all’oratorio di Borgo Palazzo”, fornendo tanti interessanti spunti di riflessione.
Professore. Oggi, mercoledì 12 novembre, compie 97 anni. Come sta vivendo questo importante traguardo?
Con grande tranquillità. Credo che la cosa più importante sia aver raggiunto un equilibrio per cui sono consapevole del fatto che domani mattina potrei non esserci più, ma se ci sono devo fare tutto ciò che posso come se avessi davanti molto tempo. Questo equilibrio mi permette in qualche modo di sapere che non è detto che possa arrivare al 12 novembre, ma se ci arrivo devo fare il massimo per continuare a fare quello che ho sempre fatto. Non bisogna dimenticare che in Italia abbiamo circa 900 mila novantenni, ma solo 22 mila centenari: vuol dire che le cose non vanno molto in là e bisogna esserne coscienti.
Da scienziato come vive lo scenario della morte?
La morte è ciò che deve accadere. Sappiamo che è così e dobbiamo cercare di vivere bene il tempo che abbiamo a disposizione. Credo di essere un ricercatore anomalo perché la mia formazione è avvenuta in oratorio – per precisione all’oratorio di Borgo Palazzo a Bergamo – e all’interno della Gioventù Cattolica, ma ritengo che ognuno dovrebbe cercare di avvicinarsi al dettame evangelico “amerai il prossimo tuo come te stesso”. Andrebbe fatto indipendentemente dalla religione, dalla scienza e da quello che può essere il proprio orientamento di pensiero: bisognerebbe fare agli altri quello che vorremmo accadesse a noi.
Fede e scienza possono coesistere?
Dal punto di vista teorico sono inconciliabili. La scienza richiede prove ed evidenze, la religione si basa sulla fede. Va considerato, però, che la religione si è sempre occupata di lenire le sofferenze delle persone e Papa Francesco ha messo molto in evidenza la necessità di definire il creato, l’ambiente, la Terra e l’universo. Dalla scienza abbiamo le stesse indicazioni: persegue il medesimo obiettivo, è attenta a preservare il bene del pianeta e dell’uomo. Scienza e fede non hanno nulla in comune, ma possono sinergizzare per il benessere degli esseri umani e del globo.
Qual è il segreto per rimanere in forma a 97 anni?
In realtà non ci sono segreti. Incidono fattori che tutti sappiamo, avere buone abitudini di vita. Non ho mai fumato o assunto droghe, ho sempre bevuto pochissimi alcolici e dopo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che l’alcol è cancerogeno non lo bevo più, consumo solo birra dealcolata. L’alimentazione è un elemento importante per la longevità: bisogna mangiare poco e in modo vario. Si deve dormire il giusto numero di ore ed è utile praticare attività motoria: ogni giorno cerco di percorrere 5 chilometri di camminata. Ed è fondamentale coltivare interessi, come ha evidenziato uno studio condotto dall’Istituto Mario Negri.
Ci spieghi.
Abbiamo seguito 2 mila ottantenni per 15 anni in modo da capire quale potesse essere il principale fattore di rischio per la demenza senile: è emerso che consisteva nell’isolamento, nella mancanza di rapporti sociali. Abbiamo bisogno che il cervello sia continuamente sollecitato, sviluppi idee e riceva informazioni. Tutto questo avviene soltanto se si coltiva un interesse. Io ho avuto la fortuna di occuparmi di ricerca, che non finisce mai, ma chi non si dedica a un ambito come questo deve trovarne altri. Potrebbero essere degli hobbies, il volontariato o qualsiasi altra attività, basta che non ci si ritiri dalla vita sociale. Quando si va in pensione è importante prepararsi a cosa fare dopo aver lasciato il lavoro, altrimenti si finisce per scivolare nella povertà cognitiva che poi può sfociare nella demenza.
C’è qualcosa che le fa paura?
A livello personale, il dolore. Anche se adesso abbiamo certamente buone possibilità di curarlo. Dal punto di vista sociale, mi fa paura l’idea di perdere il Servizio Sanitario Nazionale, un bene a cui non dovremmo rinunciare, non solo per noi ma anche per chi verrà dopo. Preservarlo dovrebbe essere un obbligo. Purtroppo in questo momento ha molte criticità, fondamentalmente perché è cambiata la medicina. Nei prossimi cinquant’anni non possiamo più sperare di mettere a posto le cose apportando piccoli interventi. Occorre rivederlo a 360 gradi perché oggi la medicina è legata a componenti sociali, ambientali e psicologiche. Si sono sviluppate conoscenze che cinquant’anni fa erano solo agli inizi, come la genetica. La medicina è diventata multidisciplinare: non c’è più posto per medici che svolgono la loro professione da soli e devono lavorare assieme.
Avrebbe voluto diventare ricercatore già da bambino?
Avrei voluto fare molti lavori: dal prete allo psichiatra, come accade a tanti giovani. Da bergamasco ho avuto la fortuna di frequentare l’Esperia. All’epoca era una grande scuola e l’unico titolo di cui sono fiero è quello di perito chimico: gli altri sono arrivati partendo da questa base. Ogni studente aveva il proprio banco di lavoro e la propria attrezzatura: dovevamo eseguire analisi e venivamo valutati a seconda della precisione con cui le realizzavamo, svolgendo per tre o quattro pomeriggi alla settimana attività in laboratorio. Dopo essere diventato perito, per qualche mese ho lavorato alla Dalmine e ho eseguito le analisi dell’acciaio perché sapevo farle grazie alla competenza acquisita all’Esperia. Al terzo anno di medicina e farmacologia all’Università di Milano, il professore chiese agli studenti se volessero condurre una lezione: io ne preparai una di chimica e dopo questa esperienza mi propose di lavorare da loro. Ero l’unico che sapeva lavorare in laboratorio ed effettuai attività d’avanguardia per l’epoca come la misurazione dei farmaci nel sangue e nei tessuti.
Quali ricordi ha di Bergamo?
I miei ricordi di Bergamo sono legati soprattutto ai tanti momenti trascorsi all’oratorio di Borgo Palazzo. L’ho frequentato fino a quanto sono andato all’università e ho organizzato parecchie attività culturali. L’assistente dell’oratorio era don Arizzi, una persona molto aperta con cui era facile collaborare.
E come mai si è dedicato alla ricerca?
Nel laboratorio dell’università si svolgeva ricerca. Quando mia madre ha saputo che mi occupavo di questo settore era molto dispiaciuta, sperava che facessi il medico. Quando sono uscito dall’università ho realizzato l’Istituto Mario Negri , che è stata una grande soddisfazione. Era un progetto molto rischioso, ma tutto è andato bene. Una ventina di collaboratori mi seguì in questa avventura: un apporto fondamentale, da soli non si fa niente. Nella scuola di medicina, invece, purtroppo non è cambiato molto rispetto all’epoca.
Che cosa pensa delle modifiche al numero di accessi a medicina?
È tutto sbagliato. Il numero dei posti andrebbe definito dalle singole università in base a quanti studenti ritengono di formare in modo adeguato: non si può inventare o stabilire a priori e se ne servono di più bisogna creare nuove università o potenziare le strutture che li formano. Oggi non ci sono le strutture per formare bene un medico. Abbiamo una scuola passiva fatta solo di lezioni: si svolgono pochissime attività in laboratorio ed è tutto troppo teorico. Il sistema dovrebbe dare la responsabilità della formazione alle realtà che la svolgono. In questo modo si creerebbero scuole che diventano più importanti di altre e ognuno sceglierebbe quale frequentare.
Oggi in Italia mancano i medici?
No, sono in linea con la media europea. Sono mal distribuiti perché sono mal pagati. In Italia i medici e gli infermieri percepiscono stipendi inferiori del 30% rispetto alla media europea e per questo si spostano nelle strutture private o vanno all’estero. Si sente parlare della mancanza dei medici ma, in realtà, il problema è la disorganizzazione. Si registra, invece, una carenza di infermieri: si calcola che ce ne vorrebbero 80 mila in più. Se i giovani vogliono fare gli infermieri in Italia percepiscono circa 1.300 euro al mese a fronte di una professione che richiede sacrificio, turni nel week-end o di notte. Se vanno a Bruxelles vengono pagati 2.600 euro al mese e hanno diversi benefit, come il rimborso dei viaggi da casa agli ospedali e nelle strutture ospedaliere hanno gli asili nido. Le stesse considerazioni valgono per i medici con le specializzazioni.
Che cosa accade?
I giovani si iscrivono a specializzazioni che si esauriscono nel corso delle giornate e non hanno emergenze come dermatologia. Un anestesista e un chirurgo, invece, devono essere sempre disponibili e manca il sostegno economico. Un medico neolaureato con specializzazione in Italia riceve circa 1.800 euro al mese, se varca il confine con la Svizzera passerebbe a 5 mila euro.
In diverse aree marginali, però, i medici di medicina generale non ci sono.
Se fossero ben pagati non mancherebbero. Il Servizio Sanitario Nazionale dovrebbe tenere conto del fatto che un conto è lavorare in una casa di comunità e un altro in cima alla Val Seriana. Analogamente, non dovrebbero essere destinati al pronto soccorso medici giovani per fare esperienza, ma i migliori perché svolgono l’attività più difficile, stabilire se un paziente deve essere ricoverato o meno. Questa decisione richiede grande responsabilità.
Che cosa consiglia a un giovane che vorrebbe intraprendere la strada della ricerca?
Prima di tutto occorre cambiare la scuola. È sbagliato iniziare le elementari a 6 anni, i bambini sanno già leggere e scrivere prima di andarci. In altri Paesi cominciano a 5 anni e se ne guadagnerebbe uno. Inoltre, cinque anni di liceo sono troppi: ne basterebbero quattro, eventualmente prevedendo lezioni al pomeriggio e si risparmierebbe un altro anno. Guardando alla facoltà di medicina, sei anni più cinque di specializzazione sono eccessivi: ne basterebbero quattro comuni e quattro di specializzazione, così i medici potrebbero inserirsi nel lavoro con tre o quattro anni di anticipo rispetto a oggi. Si avrebbe un grande vantaggio anche perché aumenterebbero le risorse disponibili per sostenere le pensioni: presto ci saranno seri problemi in termini di previdenza. Oltre alla durata vanno cambiate le caratteristiche della scuola.
Quali?
La scuola italiana è rivolta al passato. È giusto che si insegni la storia, ma bisogna spostare lo sguardo anche più avanti. Non si arriva quasi mai a studiare il fascismo, così non abbiamo idea delle differenze fra dittatura e democrazia. Ho vissuto 17 anni sotto il fascismo, so cosa vuol dire. Ho abbastanza sensibilità per sentire gli strascichi di fascismo che ancora oggi abbiamo nella nostra società.
La scuola è passiva. Gli studenti in classe ascoltano, non pongono domande perché non sono abituati a farle. Invece, dovrebbero avere l’opportunità di tenere lezioni. Nei licei francesi ogni mese le classi si dividono in gruppetti protagonisti di dibattiti sui temi del futuro. Da noi ci sono alcune belle eccezioni, ma in genere tutto ciò non avviene. Per quanto riguarda le materie, non si parla mai dell’arte moderna e manca la scienza. Ci sono discipline scientifiche, ma anche quelle sono rivolte al passato. E per i problemi della vita quotidiana quasi sempre si interroga la scienza e gli studenti non sanno a chi rivolgersi.
Silvio GarattiniDato che ha molte idee, le hanno mai proposto di diventare ministro della sanità?
In passato me lo hanno chiesto, ma mi caccerebbero dopo 15 giorni o me ne andrei nell’arco di poche settimane. L’impegno politico è lodevole, ma oggi la politica non fa entrare i migliori della società. Si può agire dall’esterno, internamente è difficile. Se si fa parte di un partito bisogna seguirne la linea ed è una limitazione. È lo stesso problema per cui la scienza viene considerata una spesa, ma in realtà è un investimento: abbiamo problemi economici che potrebbero essere risolti nel tempo se si aumentasse la scienza perché consentirebbe di sviluppare prodotti ad alto valore aggiunto.
Per concludere, come festeggerà il suo compleanno?
In realtà, non ho mai festeggiato i compleanni. In Istituto in genere organizzano un momento di festa, ma non ho il culto del compleanno. In fondo è qualcosa di simbolico: il tempo ha una continuità e non cambia perché ricorre un anniversario.





